Alice Sebold.
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La quasi luna.
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Titolo originale: The Almost Moon.
Traduzione di: Claudia Valeria Letizia.
2007. Edizioni e/o, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Alla fin fine, ammazzare mia madre mi  venuto facile.
La demenza, via via che scende, ha un modo tutto suo di rivelare la sostanza della persona che ne  affetta. La sostanza di mia madre era marcia come l'acqua stagnante in fondo a un vaso di fiori vecchi di settimane. Quando mio padre la conobbe era bellissima, e ancora capace d'amare quando divenni la loro figlia tardiva; ma al momento in cui quel giorno alz gli occhi a guardarmi, questo non contava pi niente.
Dopo aver ucciso sua madre - per piet o per odio o per un estremo e aberrante tentativo di cercare l'amore mai trovato - Helen precipita in uno scenario totalmente inatteso, divisa tra fuga, pentimento, disperate richieste d'aiuto alle figlie e all'ex marito, necessit di capire il proprio gesto e di ripercorrere in poche ore le sequenze e i segreti di una vita.
Un thriller esistenziale che mozza il fiato, ma anche una grandiosa ricostruzione della sinfonia di affetti e di tragedie che  la vita familiare.
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L'autrice.
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Alice Sebold  nata nel 1963. Nel 1999 ha pubblicato Lucky (Edizioni E/O, 2003), un libro di ricordi sullo stupro subto nel 1981, quando studiava all'Universit di Syracuse. Nel 2002 ha pubblicato Amabili resti, un successo editoriale in tutto il mondo, da cui Peter Jackson ha tratto l'omonimo film. Nel 2007 le Edizioni E/O hanno pubblicato La quasi luna. Attualmente vive in California con il marito, lo scrittore Glen David Gold.
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La quasi luna.
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Avvertenza: Il verso nel testo  tratto dalla poesia Thinking of the Lost World di Randall Jarrell, contenuta nel volume The Lost World, Macmillan, 1965.
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Capitolo primo.
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Alla fin fine, ammazzare mia madre mi  venuto
facile. La demenza, via via che scende, ha un modo
tutto suo di rivelare la sostanza della persona che
ne  affetta. La sostanza di mia madre era marcia
come l'acqua stagnante in fondo a un vaso di fiori
vecchi di settimane. Quando mio padre la conobbe
era bellissima, e ancora capace d'amare
quando divenni la loro figlia tardiva; ma al momento
in cui quel giorno alz gli occhi a guardarmi,
questo non contava pi niente.
Se non avessi risposto allo squillo del telefono, la
signora Castle, sua sfortunata vicina di casa, sarebbe
passata al numero seguente dell'elenco appeso
per le emergenze sul frigo color crema. Invece,
neanche un'ora dopo gi mi stavo precipitando alla
casa in cui ero nata.
Era una mattina fresca d'ottobre. Quando sono
arrivata, mia madre sedeva diritta sulla sua poltrona
di vellutino con i poggiatesta ai lati, avvolta
in uno scialle di mohair, e borbottava. La Castle ha
detto che quando quella mattina le aveva portato
il giornale non l'aveva riconosciuta.
Voleva sbattermi la porta in faccia mi ha raccontato.
Strillava come se la stessi bruciando
viva.  stata una scena penosissima.
Mia madre, presenza totemica, sedeva sulla poltrona
bianca e rossa in cui aveva passato gli oltre
vent'anni trascorsi dalla morte di mio padre. Su
quella poltrona era lentamente invecchiata, ritirandosi
prima nella lettura di libri e nel ricamo e
poi, quando la vista le si era indebolita, finendo per
guardare la televisione dall'alba fino a dopo cena,
quando si addormentava davanti allo schermo.
Nell'ultimo paio d'anni restava seduta su quella
poltrona senza nemmeno scomodarsi ad accendere
la tiv. Spesso si metteva in grembo le matasse
di lana che Emily, la mia figlia maggiore, le
mandava ancora tutti gli anni a Natale e se le accarezzava
come fanno certe vecchie con i gatti.
Ho ringraziato la Castle e l'ho tranquillizzata dicendo
che me ne sarei occupata io.
Lo sai che  ora mi ha detto lei, voltandosi
sulla porta. Sta sola in questa casa da tanto di
quel tempo.
Lo so ho risposto, e ho chiuso.
La Castle  scesa dal portico con tre piatti di varie
misure che aveva trovato in cucina e che sosteneva
fossero suoi. Non l'ho messo in dubbio. I vicini di
mia madre erano una manna. Quando ero ragazza,
mia madre inveiva contro la chiesa greco-ortodossa
della nostra via definendo i parrocchiani,
senza nessun motivo logico, stupidi polacchi esaltati";
spesso per era stata proprio quella parrocchia
a richiamare al dovere il suo gregge perch la
vecchia bisbetica che abitava da sempre nella casa
malconcia venisse sfamata e vestita. Se di tanto in
tanto veniva anche derubata, che dire? Per una
donna, vivere da sola  un rischio.
Mi si  piazzata in casa della gente mi aveva
detto lei pi di una volta. Ma  stato solo quando
ho trovato un preservativo accanto al mio letto di
bambina che ho fatto due pi due. Manny, un ragazzo
che ogni tanto andava l per qualche riparazione,
si portava le fidanzatine al piano di sopra.
Ne ho parlato con la Castle, che si  rivolta a un
fabbro. Non era colpa mia se mia madre si rifiutava
di trasferirsi.
Mamma le ho detto chiamandola con quel
nome che solo io, sua unica figlia, avevo il diritto
di usare. Lei ha alzato lo sguardo con un sorriso.
Stronza ha risposto.
La demenza ha una particolarit: a volte ti d
l'impressione che per un corto circuito la persona
che ne soffre arrivi dritta alla verit e riesca a vedere
sotto la pelle dentro cui ti nascondi.
Mamma, sono Helen.
Lo so chi sei!  sbottata lei.
Si  aggrappata con le mani alle estremit ricurve
dei braccioli e le ha strette con forza, scatenando
verso di me gli artigli involontari della sua
collera rovente.
Bene ho detto.
Sono rimasta l ancora un momento, finch non
mi  parso assodato che lei era mia madre e io sua
figlia. Stabilito questo, potevamo passare al nostro
solito, spiacevole incontro.
Sono andata alle finestre e ho tirato su le veneziane
di metallo; il nastro che le reggeva era
sempre pi logoro. Fuori, il giardino della mia infanzia
era talmente incolto che stentavo a riconoscere
le forme originarie di alberi e cespugli, di
tutti quei luoghi in cui avevo giocato con altri
bambini finch mia madre col suo comportamento
non aveva cominciato a guadagnarsi una
brutta fama.
Quella ruba ha detto mia madre.
Le davo le spalle; stavo guardando un rampicante
che si era insinuato fra i rami dell'enorme
abete a un angolo del giardino e aveva inghiottito
il capanno in cui mio padre faceva i suoi lavori di
falegnameria. Quello era lo spazio in cui mio padre
era sempre stato pi felice. Nei momenti pi neri
me lo immaginavo l, mentre scartavetrava le sfere
di legno che avevano preso il posto di tutti gli altri
suoi progetti.
Chi  che ruba?.
Quella stronza.
Si riferiva alla Castle. Alla donna che quotidianamente
si accertava che si fosse svegliata. Che le
portava il Philadelphia Inquirer e non di rado tagliava
qualche fiore del proprio giardino e lo metteva
in una caraffa di plastica che non sarebbe
andata in frantumi se lei l'avesse fatta cadere.
Non  vero le ho detto. La Castle  una persona
squisita che si occupa di te con gran premura.
Che fine ha fatto la mia ciotola di ceramica azzurra?.
Sapevo di che ciotola parlava e mi sono resa
conto che non la vedevo da molto. Quando ero ragazza,
in quella ciotola c'erano sempre stati frutti
che mi sembravano imprigionati: noci, nocciole,
noci del Brasile che mio padre spaccava e poi tirava
fuori con una forchettina minuscola.
Gliel'ho regalata, mamma ho mentito.
Che hai fatto?.
La Castle  sempre stata di una gentilezza rara,
sapevo che le piaceva e cos un giorno mentre stavi
riposando gliel'ho regalata. Tutto qui.
L'aiuto si ricompensa, avevo voglia di dirle.
Questa gente non ti deve nulla.
Mia madre mi ha guardata. Aveva uno sguardo
orribile, senza fondo. Ha fatto il broncio e un
labbro si  messo a tremare. Stava per piangere.
Sono uscita dalla stanza per andare in cucina.
Ogni volta riuscivo a trovare un buon motivo per
passare in una stanza qualsiasi della casa, tranne
quella in cui era lei, molte delle ore che in teoria
avrei dovuto dedicarle. A quel punto ha attaccato
il lamento sommesso che sentivo da una vita. Un
lamento orchestrato per suscitare piet. Era
sempre stato mio padre ad accorrere; dopo la sua
morte era toccato a me. Da oltre vent'anni accudivo
mia madre pi o meno diligentemente, precipitandomi
da lei quando credeva che stesse per
scoppiarle il cuore o portandola dal medico
sempre pi spesso via via che invecchiava.
Quel giorno, nel tardo pomeriggio, stavo spazzando
lo stuoino della veranda; avevo lasciato la
porta socchiusa per sentirla. A un tratto, nella nuvola
di polvere che mi avvolgeva, mi  arrivato un
inconfondibile odore di merda: mia madre aveva
avuto urgenza di andare al bagno, ma non era riuscita
ad alzarsi.
Ho lasciato la scopa e sono corsa da lei. Non era
morta - come forse per un attimo avevo sperato -
liberando l'intestino. Morta in casa sua come forse
si augurava. No: si era sporcata restando seduta
sulla sua poltrona.
Pop! ha esclamato. Stavolta il sorriso era diverso
da quello di Stronza. Nel sorriso di Stronza
c'era stato un guizzo di vita; questo, invece, non lo
conoscevo. Non esprimeva n paura n malizia.
Tante volte, quando le raccontavo gli avvenimenti
della giornata, Sarah, la mia figlia minore,
mi diceva che nonostante tutto il bene che mi voleva,
da vecchia non mi avrebbe mai spogliata per
cambiarmi il pannolone. Ti prendo un aiuto diceva.
Non esiste incentivo pi convincente per
mettere da parte qualche soldo.
Nel giro di pochi secondi l'odore aveva riempito
la stanza. Sono tornata fuori due volte a inghiottire
enormi boccate d'aria polverosa e l'unica cosa che
riuscivo a pensare era che dovevo presentare mia
madre nel modo in cui lei avrebbe voluto essere
vista. Mi rendevo conto che sarei stata costretta a
chiamare un'ambulanza. Gi da un po' ero consapevole
che mia madre stava abbandonando questa
vita; ma non volevo che arrivasse in ospedale incrostata
di merda. O per meglio dire, sapevo che lei
non l'avrebbe voluto. E cos quel che per lei aveva
sempre contato di pi nella vita, le apparenze,  diventato
quello che contava di pi anche per me.
Sulla veranda ho preso un'ultima boccata e
sono tornata da lei. Non sorrideva pi ed era agitatissima.
Mamma ho detto, sicura nel momento stesso
in cui la chiamavo che non avrebbe riconosciuto
n quel nome n quella figlia. Ti aiuto a pulirti e
poi facciamo qualche telefonata. Ma tu ormai a
chi telefoni? ho pensato. Non volevo essere crudele.
Spesso, per, un atteggiamento pragmatico
viene interpretato in questo modo. Ma perch? La
merda  merda e la realt  realt. Punto.
Mi sono inginocchiata davanti a lei e l'ho guardata
negli occhi. Non avevo mai odiato nessuno
cos tanto. Eppure ho teso la mano come se finalmente
mi fosse stato concesso di toccare un oggetto
prezioso e ho sfiorato la sua lunga treccia
d'argento. Mamma ho detto sottovoce. Sapevo
che sarebbe rimasto sospeso nell'aria. Nessun riverbero,
nessuna risposta.
La sensazione di bagnato, tuttavia, la stava mettendo
a disagio, quasi fosse una lumaca intrappolata
sotto il sole, ansiosa di sfuggire a un elemento
che le causava sofferenza. Da che ero inginocchiata,
mi sono tirata su, china in avanti. Ho appoggiato
le mie spalle contro le sue, attenta a non
caricarle addosso alcun peso. E curva come un
giocatore di football quando placca l'avversario,
l'ho sollevata. Era pi leggera e nello stesso tempo
pi pesante di quanto mi aspettassi.
Metterla in piedi  stato facile; ma una volta in
posizione verticale, mi  crollata fra le braccia. Per
non lasciarla cadere, l'unica  stata finire a terra
con lei. Mentre cercavo di adattarmi al suo peso
per sostenerla, non ho potuto fare a meno di pensare
a mio padre, che anno dopo anno si era caricato
di quel fardello scusandosi con i vicini,
asciugando le sue lacrime copiose. Quel corpo si
era legato al suo come una pastella tante di quelle
volte che alla fine erano diventati una cosa sola.
Allora  venuto da piangere anche a me. Eravamo
arrivate al fondo di noi due e dei segreti di
quella casa; io avevo quarantanove anni e mia
madre ottantotto. Mio padre era morto da un periodo
di tempo pi o meno equivalente all'arco di
vita della mia secondogenita. Sarah, che allora
aveva quattro anni e qualche mese, non aveva
avuto modo di conoscerlo in tutta la sua dolcezza,
o di giocare nel laboratorio fra i legni spalmati
con tre strati di colla. Ho pensato ai cavalli a dondolo
che marcivano nel capanno e mentre tenevo
mia madre, le braccia mi si sono pericolosamente
indebolite. Com'erano cambiate, la casa e la mia
vita, dopo la sua morte.
Ho trascinato mia madre ai piedi delle scale
che salivano al suo bagno, sentendo che cercava
di assecondarmi. Ma forse non ero del tutto in
me. Come potevo pensare che un'impresa del genere
fosse fattibile? Mia madre pesava almeno
una cinquantina di chili e io, nonostante il regime
ginnico a cui mi sottoponevo, non ne avevo mai
sollevati pi di trenta. Non ci sarei mai riuscita.
Sono crollata sulle scale con sopra mia madre
sporca e bagnata.
Ero l che ansimavo; ma non avevo intenzione di
arrendermi. Prima di chiamare l'ambulanza volevo
lavarla e metterle dei vestiti puliti. Mentre prendevo
confidenza col suo peso, pervasa dalla strana
sensazione di essere immobilizzata sotto un
amante assopito, ho valutato le alternative. Potevo
portarla al bagno di servizio e provare a lavarla l
con l'acqua del lavandino. C'era anche la cucina.
Ma come avrei fatto a tenerla diritta? Come avrei
fatto a reggerla e lavarla contemporaneamente?
Per non parlare del pavimento allagato e del rischio
di scivolare e romperci la testa tutte e due.
Mia madre ha cominciato a russare. La testa
ciondolante si  piegata all'indietro, sulla mia
spalla, e le ho visto il collo e il viso decrepiti, pieni
di macchie. Ho visto gli zigomi, appuntiti come
sempre, ma ormai penosi sotto la carnagione cadaverica.
E mi sono chiesta: Chi vorr bene a me?
Ho allontanato la domanda guardando le foglie
della betulla in giardino sotto la luce morente.
Ero stata l tutta la giornata. Non avevo neppure
chiamato al Westmore per annullare; mi vedevo
davanti lo spazio vuoto sulla pedana dell'aula di
disegno dal vero e gli studenti del primo anno ai
cavalletti che fissavano la mia assenza con un inutile
carboncino in mano.
Se non mi fossi mossa, mia madre avrebbe dormito
forse per ore e sarebbe sceso il buio. Ho immaginato
la mia amica Natalie che mi cercava nei
corridoi dell'istituto, interpellando invano gli studenti
in aula. Avrebbe telefonato a casa; forse sarebbe
passata, da sola o col figlio Hamish. Il
campanello avrebbe continuato a suonare nella
casa vuota e alla fine Natalie avrebbe pensato che
era successo qualcosa: a me, oppure a Sarah, o a
Emily.
Tirando su le braccia, ho sollevato leggermente
quelle di mia madre: prima una, poi l'altra, come
se manovrassi una bambola a grandezza naturale.
Dominarla con quella facilit sarebbe stato impensabile.
Dovevo cavarmela senza chiamare le
mie figlie; dovevo fare le cose da sola. Mentre mi
divincolavo da sotto il suo corpo, le  sfuggito un
gemito, come fosse un sacco d'aria che si stesse
sgonfiando. Sono rimasta seduta sulle scale accanto
a lei. La casa aveva un peso e una forza che
sapevo capaci di schiacciarmi. Dovevo uscire da l.
E all'improvviso mi  venuto in mente il capanno,
e la vasca in mezzo ai cavalli a dondolo.
Ho lasciato mia madre appisolata e sono corsa
su a prendere delle coperte dalla sua camera ingombra
di roba, pi degli asciugamani dal bagno
rosa. Qui, nello specchio sopra il lavandino, mi
sono guardata: i miei occhi sembravano pi piccoli
e perfino pi azzurri, come se l'intensit della
situazione si riflettesse nel loro colore e nella percezione
che ne avevo. Da anni portavo i capelli talmente
corti che quasi si vedeva il cuoio capelluto.
Quando mi ero presentata a casa sua, mia madre
mi aveva lanciato un'occhiata e aveva commentato:
Non dirmi che hai il cancro anche tu.
Ormai ce l'hanno tutti. Le avevo spiegato che
quel taglio mi facilitava la vita, sia quando lavoravo
che quando facevo giardinaggio o ginnastica.
Ma ero rimasta colpita dall'ambiguit del
suo tono: se mi fossi davvero ammalata di cancro
si sarebbe preoccupata, o la malattia sarebbe
stata solo un motivo di rivalit? Quel tono faceva
propendere per la seconda ipotesi, anche se era
difficile accettare una cosa del genere dalla propria
madre.
In cima alle scale, carica di coperte e asciugamani,
ho cercato di tenere a bada la consapevolezza
che mia madre non avrebbe mai pi rivisto
quelle stanze, che di conseguenza, per me, sarebbero
diventate gusci vuoti, disseminati di oggetti.
Ho notato il silenzio del corridoio e ho guardato i
quadri alle pareti; presto sarebbero spariti. Gi
immaginavo le impronte scure che avrebbero lasciato
l dove il sole non batteva da anni e gli echi
riverberati dalle finestre senza tende e dai grossi
muri di mattoni intonacati. Allora mi sono messa
a cantare. Cantavo scemenze: pubblicit di mangimi
per gatti e canzoncine per bambini, un'abitudine
quest'ultima che avevo ereditato da lei; un
modo per allontanare il nervosismo. Il mio bisogno
di sentire dei rumori era immenso, ma scendendo
le scale sono di nuovo ammutolita. Mia
madre era scivolata gi e giaceva in terra, sul vecchio
tappeto persiano rosso vino.
No, mamma, no ho detto; ma nello stesso
tempo mi rendevo conto che era pi inutile che
parlare a un cane. Un cane piegava la testa, un cane
ti guardava con occhi languidi. Mia madre era un
sacco d'ossa senza vita che puzzava di merda.
Perch cos?. Con le braccia cariche di coperte
e asciugamani sono scoppiata a piangere accanto
a quel corpo e ho pregato sottovoce che
nessuno bussasse alla porta, che alla Castle non
venisse l'idea di fare un salto a controllare, anche
se in quel frangente Manny, il ragazzo tuttofare,
avrebbe potuto aiutarmi a portare qualche peso.
Ho appoggiato gli asciugamani sull'ultimo gradino
e ho steso sul pavimento vicino a lei la coperta
rossa e nera del nonno; arrivava fino alla
camera da pranzo. Poi, affinch la lana ruvida non
le pizzicasse, ci ho steso sopra una coperta nuziale
messicana bianca. Non ero del tutto in me: mi
sembrava di incartare un pesce o di preparare gli
involtini primavera; pensavo: Super burrito gigante
di mamma.
Mi sono chinata prendendo un respiro per dare
sollievo alla colonna vertebrale - grazie, Stella
della World Gym! - e ho infilato le braccia sotto le
sue ascelle per tirarla su.
I suoi occhi si sono aperti di scatto.
Che caspita stai facendo?.
L'ho guardata sorpresa. Stando cos, con la
faccia capovolta sopra la sua, ho avuto la sensazione
che potesse risucchiarmi gli occhi. Tutto il
resto di me sarebbe sparito dentro in pochi secondi,
come la coda di una lucertola o l'ultimo
pezzo di uno spaghetto. Ho mantenuto tese le
braccia. Avrebbe mai perso potere?
Daniel! ha berciato lei. Daniel!.
Pap non c'.
Ha alzato gli occhi, il viso le si  come appannato,
poi si  riacceso come un fiammifero al buio.
Rivoglio quella ciotola ha detto. Subito!.
Esserle cos vicina. Tenerla fra le braccia e vedere
il suo cervello che si schiudeva in quel modo, vederne
l'interno sconquassato: per portare a termine
il mio compito non potevo fare altro. Mentre lei
parlava di varie cose - di quella "bella bimba di
Emily (che aveva appena compiuto trent'anni e
aveva a sua volta dei bambini), della pueraria accanto
siila casetta di suo padre che andava tagliata
con la falce (la casetta sorgeva su un terreno ai piedi
delle Smoky Mountains ed era da tempo uscita
dalle nostre vite), dei vicini di casa ladri e conniventi
di cui non ci si doveva fidare - ho adagiato il
suo corpo sulle coperte e ho fatto un pacco, dal
quale spuntava fuori il suo mezzobusto cicalante.
Le ho messo gli asciugamani sul petto e respirando
adagio ho contato fino a dieci; poi ho parlato.
Adesso andiamo sulla slitta. Con le due
cocche della coperta strette nei pugni l'ho sollevata
da terra. E ho cominciato a trascinarla: sulla
moquette della camera da pranzo, in cucina, fuori
dalla porta di servizio.
Pe-p! diceva lei. Pe-p!. All'improvviso si 
zittita e ha fissato quello che c'era fuori come una
bambina davanti allo scintillio delle luci di Natale.
Avrei voluto chiederle: Quand' stata l'ultima volta
che sei uscita in giardino? Quando l'ultima volta
che hai annusato un fiore o potato un cespuglio, o
che semplicemente ti sei seduta su quella sedia
bianca di ferro arrugginito?
Il dolore adesso arrivava con forza. Era il fatto
di essere fuori, all'aria fresca, lontano dal fetore
acre di lei e dall'odore di naftalina della sua casa
chiusa. Mia madre era distesa nel suo bozzolo di
coperte sulla veranda; per fortuna, un graticcio coperto
di rampicanti nascondeva almeno in parte
quella zona alla vista dei vicini.
Sono scesa dalla scaletta e seguendo le mattonelle
di cemento del sentiero sono andata in fondo
alla veranda, dove da bambina mi mettevo seduta
sul bordo a sgambettare. Mia madre era distesa l
come su un banco di consegna e ritiro merci. Sudavo,
ma a giudicare dall'inclinazione del sole che
mi batteva sulla schiena, entro meno di un'ora la
luce sarebbe scivolata dietro le case circostanti e
ci avrebbe lasciate sole, nell'ultima lunga sera che
avremmo trascorso insieme.
Le ho sfiorato di nuovo la treccia a cui teneva
tanto. Qualche anno prima la fase ispida era finita
e i suoi capelli erano ridiventati morbidi. Quei
capelli erano sempre stati il suo vanto. Durante
l'adolescenza, le avevo invidiato la breve vita da
modella di biancheria intima che aveva intrapreso
prima di conoscere mio padre. A prescindere da
qualsiasi altra considerazione, era stata la mamma
pi bella del quartiere e tutto ci che sapevo della
bellezza fisica lo avevo imparato guardando lei.
L'amara verit, come avevo scoperto, era che una
figlia non nasceva solo dallo stampo dei geni materni;
qualche imprevisto casuale nell'ascendenza
poteva accorciare un naso o abbassare una fronte,
ed era l che il delicato ricamo della bellezza cedeva
il posto a una comunissima Jane.
Fuori, il soffio dell'aria aveva dissipato l'odore
fecale ed ero di nuovo in grado di ragionare in termini
realistici. Non ce l'avrei mai fatta a raggiungere
il capanno. Come avevo potuto pensarlo? Sai
il danno, a trascinarla gi per la scaletta, per tentare
di portarla via dalla veranda. E con cosa avrei
riempito la vecchia vasca? Con l'acqua fredda
della pompa? La vasca era sicuramente sporca,
piena di antichi rimasugli e scarti di legno che
avrei dovuto eliminare. L'ultima volta che ero stata
l dentro avevo notato che la rastrelliera degli attrezzi
di mio padre, con tutte le loro sagome fantasma,
si era staccata dalla parete e pendeva
addosso alla vasca. Cosa mi ero messa in testa?
Fine della corsa, mamma ho detto. Ci fermiamo
qui.
Lei non ha sorriso n ha detto stronza e tanto
meno ha dato voce a un lamento finale. Quando ci
rifletto, mi piace pensare che a quel punto stesse
inspirando il profumo del suo giardino, che si
stesse godendo la sensazione del sole pomeridiano
sul viso, e che nei momenti trascorsi dall'ultima
volta che aveva parlato si fosse dimenticata in
qualche modo di aver avuto una figlia e di aver dovuto
fingere, per tanti anni, di volerle bene.
Vorrei poter dire che mentre era l, stesa sulla veranda,
e il vento cominciava ad alzarsi facendo volare
via le cornacchie aggrappate alle cime degli
alberi, vorrei poter dire che mia madre mi abbia
reso le cose facili. Che abbia elencato con precisione
tutti i peccati commessi durante la sua lunga vita.
Aveva ottantotto anni. Le rughe che le segnavano
il viso erano ormai il reticolo di crepe di una
fine porcellana antica. Respirava a rantoli, con gli
occhi chiusi. Ho guardato le cime spopolate degli
alberi. Non c' scusa che tenga, lo so, ma questo 
quel che ho fatto: ho preso gli asciugamani con cui
avevo pensato di farle il bagno e senza pensare che
dietro al graticcio o allo steccato poteva esserci un
testimone, glieli ho sbattuti in faccia. Una volta
partita, non mi sono pi fermata. Lei si  dibattuta,
le sue mani venate d'azzurro con gli anelli
che non voleva togliere per paura che glieli rubassero
mi hanno afferrato le braccia. Prima i brillanti,
poi i rubini hanno scintillato un istante al
sole. Ho premuto pi forte. Gli asciugamani si
sono spostati e ho visto i suoi occhi. Ho schiacciato
a lungo, fissandola, finch la punta del naso
non le si  spezzata, i muscoli di colpo si sono rilassati, e ho capito che era morta.
...
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...
Capitolo secondo.
...
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...
Gli indizi che avevo sulla vita di mia madre
prima di me non erano molti. Ci ho messo un po'
ad accorgermi che quasi tutti - i fermacarte di
vetro Steuben, le cornici d'argento, la decina di sonagli
di Tiffany ricevuti prima che perdesse il
primo e poi il secondo bambino - erano scheggiati
o ammaccati, crepati o anneriti in vario modo.
Quasi tutti erano o sarebbero stati tirati contro il
muro o contro mio padre, che si abbassava con
un'agilit automatica degna di Gene Kelly quando
saltellava su e gi per i marciapiedi bagnati in
Cantando sotto la pioggia. La scioltezza di mio
padre era aumentata in proporzione alla violenza
di mia madre e mi sono resa conto che assorbendo
e deflettendo cos quella violenza pap le risparmiava
anche di vedere com'era diventata. Mia
madre vedeva s stessa nelle immagini che io studiavo
attentamente quando col buio tornavo di nascosto
al piano di sotto: le immagini delle sue
preziose foto in posa.
Quando pap la conobbe era appena arrivata da
Knoxville, nel Tennessee, e si guadagnava da vivere
facendo la modella di busti e biancheria intima
in un salone di moda. Lei preferiva dire:
Sfilavo indossando sottovesti. E le foto di cui
avevamo tante copie in casa erano appunto i ritratti
in bianco e nero di mia madre in tempi migliori,
con una sottoveste nera o bianca indosso.
Quella era avorio puntualizzava magari lei da
un angolo del soggiorno, dopo che non aveva rivolto
la parola a nessuno per tutto il pomeriggio.
Io sapevo che si riferiva a una sottoveste di una fotografia
e, con quest'intuizione, sceglievo il bianco
che pensavo potesse essere avorio. Se sbagliavo,
quel momento esplodeva, fragile come una bolla
di sapone iridescente in giardino, e lei risprofondava
nella sua poltrona; ma se sceglievo bene, e col
tempo li avevo imparati a memoria - c'erano il
bianco panna, l'cru, il rosa carne e il mio preferito,
il rosa confetto - le portavo la foto in cornice
e, aggrappata al filo sottile del suo sorriso, mi trascinavo
assieme a lei indietro negli anni e mi facevo
piccola e immobile sul pouf, finch non mi
raccontava la storia di quella seduta di posa o del
tizio presente o dei regali che aveva ricevuto come
parte del compenso.
Il rosa confetto era mio padre.
Non era nemmeno il fotografo raccontava.
Era un giovane analista delle acque con un abito
preso in prestito e il fazzoletto nel taschino. Ma allora
non lo sapevo.
Questi erano gli anni della mia infanzia, quando
mia madre era potente e non aveva ancora collezionato
quelli che considerava gli imperdonabili
difetti dell'et. Due anni prima dei cinquanta, cominci
a coprire con pesanti drappi tutti gli
specchi di casa; ma quando all'epoca - ero adolescente -
le proposi di metterli via del tutto, lei non
volle. Mentre la sua malattia progrediva, gli
specchi rimasero al loro posto, silenziosi atti d'accusa
lasciati nell'ombra.
Nelle foto della sottoveste rosa confetto, tuttavia,
era ancora meritevole dell'amore che aveva per s
stessa ed era da quest'amor proprio che io cercavo
di prendere un po' di calore. La realt che intuivo
ma non volevo ammettere era, credo, che quelle
foto somigliavano ai documenti storici della nostra
citt: dimostravano che tanti anni prima c'era stato
un periodo di maggiori speranze. Allora mia madre
aveva il sorriso facile, non forzato, e la paura che
poteva trasformarsi in amarezza non le aveva ancora
avvelenato gli occhi.
Lui era un amico del fotografo raccontava.
Stava passando una giornata memorabile in citt
e l'abito faceva parte della messinscena organizzata
dal fotografo.
Sapevo che era meglio non chiedere: Che messinscena,
mamma?, perch la domanda l'avrebbe
portata in un luogo sgradevole dove il suo
matrimonio era solo la lunga e faticosa recita di
una commedia pomeridiana allestita fra compagni
di scuola. Allora domandavo: Per chi
erano le fotografie?.
Per la John Wanamaker, l'originale rispondeva
lei. Il viso le brillava come un lampione d'altri
tempi che si accendeva dall'interno e nella stanza
tutto spariva come inghiottito da una nebbia
scura. Non mi rendevo conto che in quei ricordi
non c'era posto per la compagnia di una bambina.
Mentre mia madre tornava nel passato, dov'era
pi felice, io mi autoeleggevo fedele custode di
quel passato. Se mi sembrava che avesse i piedi
freddi, glieli coprivo; se la luce lasciava la stanza
troppo al buio, mi avvicinavo furtiva a una libreria
e accendevo un abat-jour che creava un circoletto
luminoso e nient'altro, perch nell'oscurit la sua
voce non diventasse un'eco informe e paurosa. Magari
capitava che per la strada davanti a casa nostra
passassero gli operai addetti a montare le
vetrate nella nuova chiesa greco-ortodossa - verdi,
perch per qualche motivo il vetro di quel colore
costava meno -, e facessero troppo rumore per
ignorarli. In quel caso, accoglievo lo sguardo assente
e sonnolento che si impossessava di mia
madre con qualche frase intesa a riaccompagnarla
in quel passato di sogno.
Si erano presentate cinque ragazze, non otto
dicevo.
Oppure: Lui si chiamava Knightly, un cognome
irresistibile.
Quando ci ripenso, mi dico che avr fatto la figura
della sciocca a ripetere come un pappagallo
le frasi della giovinezza malata d'amore di mia
madre. Ma anche se lo squilibrio regnava sovrano,
la cosa pi preziosa era che in quegli anni a casa
nostra potevamo sublimarci fino a diventare un
uomo, una donna e una figlia normali. Nessuno
era costretto a vedere mio padre che rientrando
dal lavoro si metteva il grembiule e faceva lo
straordinario, o a guardare me che blandivo mia
madre tentando di convincerla a mangiare.
Seppi che non lavorava nella moda solo dopo
il primo bacio raccontava lei.
E come fu questo bacio?.
Era sempre qui che mia madre pencolava. Il
bacio e il periodo che segu a ruota furono senz'altro
meravigliosi; ma poi mio padre la port a
Phoenixville e lei non riusc a perdonarglielo.
New York diceva guardandosi i piedi allargati
per terra con aria avvilita. Non ci sono mai
neanche arrivata.
A casa nostra si faceva l'elenco delle delusioni
di mia madre e io me le vedevo davanti tutti i
giorni come fossero appiccicate sul frigorifero, un
elenco statico che la mia presenza non riusciva a
mitigare.
Sicuramente sar rimasta parecchio tempo a
cullare la testa di mia madre. Alla fine, dall'altro
lato della strada ho visto accendersi la luce azzurrina
di un televisore. Quando i miei si trasferirono
a Phoenixville, il nostro era un quartiere
fiorente, pieno di famiglie giovani; adesso, quelle
case tozze costruite negli anni Quaranta su lotti di
mille metri spesso venivano date in affitto a
coppie che navigavano in cattive acque. Secondo
mia madre, il fatto che andassero in malora parlava
chiaro; ma per me era stato grazie a quella
gente se la nostra strada non si era trasformata in
un ospizio di anziani isolati, lentamente avviati
alla morte.
Col calare del buio  arrivato anche il freddo. Ho
guardato il corpo avvolto nelle due coperte e mi
sono resa conto che mia madre non avrebbe pi
nutrito le incertezze portate dal variare dell'aria o
della luce.
Ecco le ho detto. Adesso  tutto finito.
E per la prima volta l'aria intorno a me mi  parsa
vuota. Per la prima volta non l'ho sentita carica di
strali, colpe e indegnit come fossero ossigeno.
Mentre respiravo nello spazio vacuo di questo
mondo in cui i confini di mia madre erano quelli
del suo corpo, in cucina ha squillato il telefono.
Sono scesa dalla veranda e ho rifatto il tragitto all'indietro
passando accanto al graticcio. Sotto il
portico deserto della casa accanto c'era il gattone
rosso locale che si lisciava il pelo; da ragazzina,
Sarah chiamava lui e gli altri come lui i gatti marmellata
d'arancia". Mi  caduto l'occhio sul vecchio
coperchio di metallo del bidone del vicino,
appoggiato di tre quarti sopra il sacchetto arrotolato
per bene, e mentalmente ho preso nota che bisognava
portare fuori l'immondizia. Mia madre
aveva passato una vita a istruirmi sulla maniera
giusta di ripiegare i sacchetti. I sacchetti - di
carta marrone, di carta cerata - sono come le lenzuola:
gli angoli li fanno pi belli.
Il telefono continuava a squillare. Sono salita su
per i tre scalini di legno; i suoi piedi sporgevano
dall'ultimo. Mia madre ripeteva sempre che le segreterie
telefoniche che le regalavo non funzionavano.
 che la spaventano aveva commentato
Natalie. Mio padre  convinto che il bancomat
possa mangiargli un braccio.
Ho spinto di lato il suo corpo quel tanto da poter
entrare in casa e in quel momento ho fiutato qualcosa
nell'aria: l'odore di carbonella misto all'odore
della diavolina liquida. Ormai lo squillo del telefono
era un martello che mi batteva nel cranio, o
una voce che mi chiamava da fuori mentre avevo
un incubo.
Entrando in cucina, la prima cosa che ho visto
 stata la scaletta sotto il telefono a muro. La crepa
sul vinile rosso l'avevano coperta con il nastro adesivo
trentacinque anni fa, quando la scaletta non
era pi il mio primo seggiolone da oltre un decennio.
 stato come vedere un leone rimasto l
ignorato: mi si  avventata addosso ruggendo con
la voce del telefono che la sovrastava e mi ha catapultato
fra le braccia di mio padre mentre mi ci faceva
sedere sopra. Ho rivisto lo squarcio del
sorriso del mio giovane pap e il polso tremolante
di mia madre che si avvicinava alle mie labbra con
pesche e banane, sempre grattugiate a mano.
Quanto si era sforzata. E quanto avr odiato tutto
sin dall'inizio.
Ho afferrato il telefono come fosse una scialuppa
di salvataggio.
Pronto.
Ti serve aiuto?.
Era una voce anziana, flebile, ma mi ha fatto
trasalire come se arrivasse dalla veranda.
Come?.
 da un pezzo che siete l fuori.
Pi avanti l'avrei ricordato come il primo momento
in cui ho avuto paura, il momento in cui mi
sono resa conto che secondo i princpi del mondo
esterno quello che avevo fatto non trovava giustificazioni.
Signora Leverton,  lei?.
Tutto a posto, Helen? Clair ha bisogno di
aiuto?.
No, sta bene ho risposto.
Posso chiamare mio nipote ha detto lei. Vi
d una mano volentieri.
Mamma voleva uscire in giardino ho detto.
Dalla finestrella sopra l'acquaio io vedevo tutto
fino in fondo. Ricordo ancora i faticosi tentativi di
mia madre per far crescere un rampicante in maniera
tale che dalla camera da letto dei Leverton
non si riuscisse a vedere casa nostra. Quel tizio ti
guarder fin nelle parti intime mi diceva spenzolandosi
dalla finestra di camera mia, sopra la cucina,
mentre intrecciava i viticci rischiando l'osso
del collo per fare in modo che il signor Leverton
non riuscisse mai a dare una sbirciatina. Adesso,
sia lui che la pianta erano morti da un pezzo.
Ma Clair  ancora l sulla veranda?  tornata
alla carica la signora. Fa un freddo cane.
Allora mi  venuta un'idea.
Guardi, la sta salutando le ho detto.
Mia madre l'aveva soprannominata "l'anima
candida. Quella donna sembra caduta dal pero
ed  stupida come una formica.
Dall'altro capo del filo, per, tutto taceva.
Helen ha detto infine la Leverton, sei sicura
che  tutto a posto?.
In che senso?.
Tua madre non mi saluterebbe mai. Lo sai
bene quanto me.
Evidentemente non era poi tanto stupida.
Ma sei gentile a dirmi cos.
Semplice: dovevo riportare dentro il corpo.
Ma come, non la vede? ho azzardato.
Adesso sono in cucina mi ha risposto. Sono
le cinque. A quest'ora comincio sempre a preparare
la cena.
La signora Leverton era un prodigio. A novantasei
anni era la pi anziana abitante del quartiere
ancora perfettamente attiva. Fra lei e mia madre
non c'era confronto. In definitiva, la gara finale fra
donne sembrava altrettanto inane e sgraziata di
quelle che l'avevano preceduta: a chi cresceva
prima il petto, chi conquistava il ragazzo pi ambito,
chi sposava un buon partito, chi aveva la casa
pi bella. Nel caso di mia madre e della Leverton,
la gara si riduceva a chi sarebbe morta pi vecchia.
Mi  venuta voglia di dirle: Congratulazioni,
signora, ha vinto lei!
Signora Leverton, lei  formidabile.
Grazie, Helen. Possibile che si riesca a udire
quando una persona gongola?
Prover a farla rientrare ho detto. Ma quella
donna fa come vuole.
S, lo so ha risposto lei. C'era sempre andata
cauta con le parole. Passa quando vuoi e salutami
Clair. Non le ho fatto notare che i suoi saluti
erano tanto improbabili quanto quello di mia
madre.
Ho riagganciato la cornetta alla forcella. Probabilmente
anche la Leverton era ancora convinta
come lei che i telefoni pi efficienti fossero quelli
con i fili. Sapevo che in quell'ultimo anno la signora
aveva cominciato a indebolirsi; ma lei stessa
aveva informato mia madre che faceva ancora ginnastica
tutti i giorni e che metteva alla prova la sua
memoria cercando di ricordare le capitali e gli ex
presidenti degli Stati Uniti.
Incredibile ho commentato fra me e l'eco
umida di quella parola  rimbalzata sul linoleum
verde e oro del pavimento. Mi  venuto l'impulso
di correre fuori per raccontare a mia madre della
telefonata, ma guardando al di l della zanzariera
ho visto che il gattone marmellata le era salito sul
petto e stava giocando come un micino con il nastro
della sua treccia.
Dentro di me, la bambina che aveva sempre protetto
la mamma si  precipitata alla porta per cacciarlo
via; eppure, quando l'enorme felino pieno di
cicatrici che mia madre aveva cominciato a chiamare
Lazzarone le  caduto di peso sul petto e si 
messo a sbatacchiare con le zampe la treccia e il
nastro che c'era attaccato, mi sono accorta che
non riuscivo a muovermi.
Alla fine, dopo tutti quegli anni, la vita di mia
madre si era spenta, e a spegnerla ero stata io
come fosse il lucignolo tremolante di una candela
quasi estinta. Nel giro di pochi minuti, mentre lei
lottava per prendere fiato, il mio sogno di una vita si era avverato.
Il gattone marmellata ha continuato a giocare col nastro che le legava i capelli finch il nastro non si  sciolto,  volato in aria e le  atterrato sul viso.  stato allora - il nastro rosso sulla guancia, l'artiglio del gatto che si allungava ad afferrarlo - che mi sono ficcata un pugno in bocca per soffocare l'urlo.
...
.
...
Capitolo terzo.
...
.
...
Ero seduta sul pavimento in cucina. Il corpo di
mia madre era disteso fuori, davanti alla porta. Mi
 venuto l'impulso di accendere la luce esterna, ma
non l'ho fatto. Guardate qui, ho immaginato di
dire ai vicini di casa.  cos che finisce tutto.
Per non lo pensavo sul serio. Piuttosto, pensavo
come aveva sempre fatto lei che da un lato
c'erano loro e dall'altro c'eravamo noi. Loro
erano la gente normale e felice, noi gli incasinati
irrecuperabili.
Mi sono ricordata di quando a sedici anni le
avevo gettato l'acqua in faccia. Mi sono ricordata
di quando avevo smesso di parlarle e l'avevo vista
distrutta come non mai dal tentativo di imparare il
linguaggio delle scuse. A vederla cos, che ammetteva
di avere torto, ero stata travolta da una sensazione
d'impotenza come poche volte nella vita.
Avrei voluto salvarla con un mare di chiacchiere
sulla chimica che ci facevano studiare a scuola o il
compito di algebra che non avevo passato: tutto,
pur di riempire il silenzio in camera mia, mentre
lei lisciava l'orlo del tappeto con la punta del piede
e io mi controllavo, seduta sulla poltroncina.
A un tratto, dietro la fitta siepe che costeggiava il
giardino, ho intravisto Carl Fletcher che usciva
fuori con un piatto di bistecche. L'antiporta della
sua cucina si  richiusa sbattendo e mentre Fletcher
scendeva pesantemente la scaletta di legno, una
birra in una mano e la radio sintonizzata su un canale
di sport nell'altra, mi sono immaginata un
cerchio di fiaccole e un gruppo fremente di uomini
bianchi in perizoma che sollevavano i resti
di mia madre su una speciale pira funeraria per
tutte le stagioni, ordinata su un catalogo di vendita
per corrispondenza.
Mi piace il tizio della casa accanto aveva detto
mia madre sei anni fa, quando Carl Fletcher si era
trasferito l.  patetico, il che significa che si fa i
fatti suoi.
Fletcher si  fermato dietro il graticcio, nel giardino
che fino a un attimo prima era deserto.
Se Hilda Castle avesse chiamato un giorno pi
tardi, Sarah sarebbe gi stata l per il fine settimana
e mi avrebbe aiutata a portarla al bagno di
sopra. Anzi, no: pi probabilmente avrebbe fatto
un giro di telefonate, le semplici telefonate che farebbe
qualsiasi persona sana di mente. Non me la
vedevo, la mia secondogenita, che davanti alla
nonna sporca seduta in poltrona mi diceva:
Mamma,  l'unica. Ammazziamola.
Mi sono avvicinata carponi alla porta e ho sbirciato
al di l del corpo di mia madre nel giardino
contiguo, dietro la siepe. Il signor Donnellson, che
aveva abitato in quella casa finch la famiglia non
lo aveva sistemato in un ospizio, una decina di
anni prima le aveva chiesto la mano. Non  rimasto
pi nessuno le aveva detto. Diventiamo
compagni, Clair.
Donnellson l'aveva vista affacciarsi alla porta
per prendere il giornale e poco dopo si era presentato
con un mazzo di tulipani lilla. Dei bulbi
piantati dalla moglie! aveva sottolineato mia
madre pi volte. Io al suo posto sarei rimasta
molto lusingata, tant' che dopo il suo rifiuto ero
stata tentata di correre da Donnellson per chiedere
se magari, con un piccolo slittamento generazionale,
la proposta fosse valida lo stesso.
Quando era morto, mia madre aveva gongolato
con aria trionfante. Avrei dovuto asciugargli la
bava per cinque anni e poi seppellirlo. Il giorno
del funerale, per, aveva detto che gli occhi le lacrimavano
per colpa delle cipolle, che stava tagliando
col vecchio coltellino affilato a mano.
Le tre figlie di Peter Donnellson avevano venduto
la casa cos com'era e mia madre si era preparata
allo smantellamento. Malgrado l'evidenza
del degrado che in quella zona andava avanti da
anni, temeva l'arrivo di qualche parvenu di Phoenixville.
Era preoccupata per le radici dei suoi
aceri giganteschi che avevano sconfinato nel giardino
adiacente. Era preoccupata del rumore e
delle urla dei bambini che immaginava di dover
sentire a ogni ora del giorno. Mi aveva detto di informarmi
sugli interventi di insonorizzazione e si
era chiesta se non fosse il caso di chiudere le finestre
su quel lato della casa con dei blocchetti di
calcestruzzo. Cos gli rendo pan per focaccia
aveva detto e come succedeva spesso io avevo riempito
d'acqua il bollitore elettrico e mi ero concentrata
sul suo ronzio calmante.
Carl Fletcher, tuttavia, si era trasferito l da solo
e non aveva cambiato niente. Era un dipendente
della societ dei telefoni, usciva presto tutte le
mattine e lavorava in giro. Rincasava sempre alla
stessa ora tranne il venerd; durante il fine settimana
si metteva in giardino a bere birra. Si portava
fuori il giornale, un libro e sempre, sempre la
radio, che teneva sintonizzata sullo sport o su un
programma di interviste. Di tanto in tanto andava
a trovarlo la figlia Madeline, che mia madre aveva
soprannominato il fenomeno da baraccone per i
tatuaggi. Mamma si lamentava del rumore che faceva
la sua moto e di tutta quella ciccia stravaccata
in giardino; ma non aveva mai rivolto la
parola al padre e lui non si era mai scomodato per
presentarsi. A questo punto, tutto ci che sapevo
dei vicini erano notizie di seconda mano che la signora
Castle mi regalava insieme a una minestra
congelata o a un vasetto di marmellata quando ci
incrociavamo.
Fletcher ha girato le bistecche e nonostante il
baccano della diretta dallo stadio ho udito lo sfrigolio
del grasso che gocciolava sul fuoco. Sempre
a quattro zampe, in una posizione che al Westmore
non adottavo pi - troppo faticosa per le ginocchia
- sono uscita sulla veranda e mi sono fermata di
nuovo ai bordi di mia madre. Mi  tornato in mente
un articolo su un tizio talmente devoto che aveva
trascinato una copia della croce di Ges da un capo
all'altro di Berlino. Era vestito solo di una specie di
pannolone a mo' di Gandhi e camminava sulle ginocchia,
che per dopo poco gi gli sanguinavano.
Il graffietto sulla guancia di mia madre si era rappreso.
Intorno agli occhi le erano comparsi degli
aloni violacei. Ho ripensato alla sua lunga convalescenza,
dopo che era stata operata per un cancro al
colon, quando la giravo nel letto e sul lenzuolo sistemavo
delle strisce di pelle di pecora per rimandare
l'arrivo delle inevitabili piaghe da decubito.
Fletcher ha messo le bistecche su un piatto, ha
preso il piatto e la radio ed  rientrato in casa. Mi
sono resa conto che con lui potevo stare sicura: era
il tipo che non avrebbe mai alzato gli occhi. Le
braci nella griglia rosseggiavano ancora.
Eccettuando la signora Leverton e il signor Forrest
che abitava poco pi avanti, per attirare l'attenzione
di qualcuno avrei dovuto gridare: Al
fuoco!. Col passare degli anni, dopo che l'acciaieria
aveva reso l'ultimo respiro, quella zona era
diventata sempre pi desolata; le propriet restavano
spesso disabitate e una volta, dalla camera
degli ospiti in cui si tenevano i fucili di mio nonno,
avevo anche assistito alla demolizione di una bellissima
casa vittoriana due strade dopo la nostra.
Appena il tetto a cono era caduto, una nube di polvere
antica si era allargata sopra lo scenario dimesso
delle abitazioni vicine. E non era rimasto
altro da vedere.
Avevo provato a far trasferire mia madre in una
casa di riposo, ma lei era stata irremovibile e in un
certo senso la sua ostinazione mi era parsa ammirevole.
Il gruppo dei vecchi residenti di una volta
continuava ad assottigliarsi: gli ultimi superstiti
erano la Leverton nella casa dietro la nostra, il signor
Forrest cinque case pi avanti e la paziente
vedova Tolliver.
L'unico che mia madre avesse mai considerato
un amico era Forrest, che abitava in fondo al semicerchio
e non aveva parenti. La sua casa era
grande quanto quella dei miei e le stanze erano
piene di libri. Quando ci passavo davanti in macchina,
pensavo spesso ai pomeriggi che avevano
trascorso insieme lui e mia madre, cominciando a
prendere un aperitivo alle cinque in attesa che mio
padre li raggiungesse alle sei. Andavo ad aprire la
porta e il signor Forrest mi porgeva un sacchetto
di carta; dentro cerano olive, o formaggi freschi,
o una baguette, e nel giro di mezz'ora, dall'angolo
in cima alle scale dove andavo ad accoccolarmi,
sentivo le risate di lei che riempivano la casa.
Mi sono allungata sopra il suo corpo, ho preso
l'asciugamano con cui l'avevo soffocata e le ho coperto
il viso. Poi mi sono fatta il segno della croce.
Oddio, quanto non sei cattolica! mi diceva
sempre Natalie quando eravamo ragazze e io tentavo
di imitarla. Il mio segno della croce continuava
a essere una specie di grossa X da tiro al
bersaglio.
Scusa, mamma ho bisbigliato. Mi dispiace
tanto.
Ancora carponi sono rientrata a prendere il
mattoncino rivestito di panno che usavamo per tenere
aperta la porta. Mi  tornato in mente Manny
che portava in casa le provviste per un mese comprate
all'ipermercato; in soggiorno, quando mi ero
voltata per fare la sua conoscenza, il suo sguardo
si era posato brevissimamente sul mio petto. Pi
tardi, mia madre mi aveva rimproverato di vestirmi
con abiti troppo attillati.
Ma  un dolcevita le avevo risposto.
Lei era scoppiata a ridere. Mi sa che hai ragione,
 quel ragazzo che  un pervertito aveva
detto. Ricordo che allora mi ero chiesta dove
avesse imparato quella parola, se magari non gliel'avesse
insegnata proprio lui. Sapevo che ogni
tanto, quando non aveva di meglio da fare, Manny
si presentava l con qualche film da guardare insieme.
Mia madre aveva visto Il Padrino non so
quante volte.
Mi sono alzata e con le mani appoggiate sui
fianchi ho inarcato la schiena all'indietro; Natalie
la chiamava la stiracchiata del muratore. Mi rendevo
conto che avrei dovuto amministrare bene le
forze, come quando posavo; ci che avevo fatto e
che stavo per fare richiedeva una resistenza fisica
alla quale forse neanche mille lezioni di danza mi
avrebbero preparato.
Sono tornata sulla veranda; il suo corpo era
steso ai miei piedi. Se la signora Leverton si fosse
rimessa a guardare dal piano di sopra con il binocolo
del marito, come si sarebbe spiegata la scena?
E cosa avrebbe pensato il figlio se gliel'avesse descritta?
Che la vecchia signora cominciava a perdere
colpi? Ho guardato mia madre con un
sorriso; per lei sarebbe stata una soddisfazione
immensa sapere che la Leverton, raccontando in
che modo avevo trattato il suo cadavere, rischiava
finalmente di cadere dal suo pulpito per atterrare
nel paese dei vecchi rimbambiti.
Con la punta delle scarpe da jazz le ho dato una
spintarella. Il resto  stato solo fatica e bestemmie.
Cazzo ripetevo a ritmo, come regolando il respiro;
intanto indurivo l'addome per prepararmi a
sollevarla. Alla fine l'ho tirata su con tutte le coperte,
badando a prenderla sotto le spalle per non
farla scivolare avanti, e sono rientrata in cucina
continuando a imprecare, trascinandola all'indietro.
Con uno strattone finale le ho fatto superare
la soglia, poi mi sono abbassata lentamente
fino a terra, con lei fra le gambe. Ecco fatto ho
detto, e con una pedata ho tolto il mattoncino. La
porta  rimasta mezza aperta e col piede l'ho aiutata
per il tratto restante. Mentre si chiudeva accompagnata
dal fruscio della gomma nera isolante
incollata sotto il bordo, ho udito il rantolo: il raschio
lungo e lento che  uscito dal suo petto.
Quella mattina, a casa, avevo spolverato metodicamente
i globi di vetro trasparente e gli aironi
di legno dipinto appesi a un filo invisibile davanti
alla finestra della mia camera da letto. In quel momento,
dentro di me ho visto quegli uccelli battere
le ali come un avvertimento; quando li avrei rivisti,
sarei stata una persona diversa.
L'orologio a muro sopra la porta della cucina segnava
le sei passate. Non so come, ma da quando
avevo parlato con la Leverton era trascorsa pi di
un'ora.
Senza allentare la presa, mi sono fermata un attimo
e ho immaginato Emily e suo marito John
che salivano le scale insieme ai figli: John con in
braccio Janine, che a quattro anni era la pi pesante,
ed Emily che ninnava Leo, di due. Mi sono
tornati in mente i regali di Natale pi o meno riusciti
che gli avevo spedito in passato. I pigiamini
rosa e celeste con le scarpette avevano riscosso
successo; il gioco con le biglie appese ai fili che
sbattevano le une contro le altre era stato giudicato
inadatto alla loro et.
Per farmi animo mi sono rialzata pensando a
Leo nel suo lettino; ma a quest'immagine si  unito
il ricordo di mia madre che allungava le braccia
per reggerlo e invece lo lasciava cadere.
Adagiato il corpo vicino ai fornelli, ho fatto scorrere
l'acqua dal rubinetto per averla pi fredda possibile
e mi sono bagnata il viso pi volte, premendo
le guance sulle piccole pozze che mi restavano nel
cavo delle mani. Quando di notte faceva caldo, il
mio ex marito Jake prendeva dei cubetti di ghiaccio
e me li passava sulle spalle e la schiena; poi si spostava
sulla pancia e i capezzoli, finch su tutte le
membra non mi veniva la pelle d'oca.
Ho allargato le coperte che avvolgevano il corpo
di mia madre: prima quella rossa e nera ruvida,
poi la nuziale messicana di cotone bianco, pi
morbida; girando intorno al corpo, le ho stese tirando
gli angoli. L'asciugamano lanuginoso  rimasto
sul viso.
Leo non era andato gi a piombo, come mia
madre mi confess di aver temuto; la caduta era
stata interrotta dal bordo di una sedia della camera
da pranzo. Anche se sulla fronte gli sarebbe
rimasta per sempre una cicatrice a ricordo di quel
giorno, la sedia probabilmente lo aveva salvato;
se no sarebbe caduto sul pavimento, ben pi
duro. Quel giorno mia madre fece una faccia sorpresa
e ferita. Emily l'accus, e mentre avvolgeva
il piccolo urlante in una copertina di lana celeste
gliene disse di cotte e di crude; io ero fra loro, ma
poi seguii Emily sul vialetto ripido per andare alla
macchina. Non mi voltai a vedere se lei ci stesse
guardando dalla porta.
Mai pi disse Emily. Sono stufa di giustificarla
sempre.
S dissi io. Hai ragione aggiunsi, e ancora:
Ti capisco. Poi salii al volante. Quel giorno fui
pi brava che mai a guidare e spinsi lauto al massimo
anche sulle strade pi tortuose, finch non
arrivammo all'ospedale di Paoli.
Ho sollevato la gonna di mia madre scoprendole
i polpacci e le ginocchia, le cosce carnose. L'odore
del guaio che le era capitato mi ha investita.
Le gambe se ne vanno per ultime aveva detto
una sera. Eravamo sedute davanti alla televisione
a guardare Lucille Ball. All'epoca, la Ball aveva i
capelli cos rossi e finti che sembravano il sangue
di un clown, pi che la sua parrucca. Indossava
una giacca da smoking particolare, dal taglio larghetto
a forma di clessidra, lunga dietro; le gambe,
fasciate nelle calze a rete e adorne di scarpe col
tacco, non si fermavano mai.
Mi  tornata in mente una volta che avevo telefonato
a casa dal Wisconsin; Emily all'epoca aveva
pi o meno quattro anni. Rispose mio padre e dal
suo tono capii subito.
Pap, cos' successo?.
Non  niente, non ti agitare.
Hai una voce strana. Cosa c'?.
Sono caduto rispose lui.
Sentivo la pendola in soggiorno, i rintocchi profondi
e armonici.
Sei a letto?.
Me ne sto sotto la vecchia trapunta e tua madre
si sta facendo in quattro. Te la passo.
Lo udii armeggiare con la cornetta e mentre
aspettavo che mia madre rispondesse, entrai nell'ansiosa
terra di nessuno tra un capo e l'altro del filo.
Sta bene si affrett a dire lei.  solo intontito
dalle medicine.
Mi ci fai riparlare?.
In questo momento non  proprio in grado di
fare conversazione.
Le chiesi cos'era successo di preciso.
Stava scendendo le scale ed  inciampato. Tony
Forrest l'ha portato dal medico.  colpa dell'anca
e di quelle maledette vene varicose. Tony dice che
Edna St. Vincent Millay  morta cos.
Per le vene varicose?.
No, cadendo dalle scale.
Posso parlarci?.
Meglio che richiami fra qualche giorno, adesso
sta riposando.
Allora sentii la distanza di chilometri e cercai di
immaginare mio padre che dormiva sotto la trapunta,
mentre mia madre si affaccendava per casa
e preparava pranzi e cene a base di fiocchi di cereali
e mais in scatola.
Tenere tutto chiuso mi faceva sudare, ma avevo
troppa paura di aprire una finestra. Troppa paura
che un altro rantolo potesse librarsi dai polmoni
di mia madre e diffondersi nell'aria, andando a
svegliare le donne che come lei vivevano sole e temevano
cose del genere. L'intruso che nottetempo
ti entra in casa e ti uccide. La figlia premurosa che
all'improvviso ti copre la faccia con un panno e te
la spacca mentre qualcosa continua a martellarle
dentro, e la vendetta di una bambina finalmente si
compie.
Ho riaperto il rubinetto e ho aspettato che
l'acqua si scaldasse. Sul lavello c'erano i piatti di
quella mattina, che la signora Castle aveva lavato
e messo sullo scolapiatti; chiss quale motivo l'aveva
spinta a tornare in una casa come quella di
mia madre e ad aiutare quella vecchia giorno dopo
giorno, anno dopo anno.
I Castle si erano trasferiti l che avevo dieci anni.
Lei si era fatta la fama di moglie pi in gamba del
quartiere, mentre il marito era considerato l'uomo
pi bello. Quando venivano da noi a prendere i cavalli
a dondolo da portare al mercatino della
chiesa, si mettevano seduti con i miei in soggiorno
e per tutti era un'allegra distrazione: mio padre si
intratteneva con la signora Castle e mia madre col
signor Castle, ovvero Alistair, come lo chiamava
lei, pronunciando l'ultima sillaba con un tono cos
malinconico che quel nome sembrava sinonimo di
rimpianto.
All'improvviso ho capito cosa dovevo fare: avrei
pulito mia madre come gi avevo pensato, ma stavolta
senza possibilit di protesta, senza i suoi
occhi che si aprivano di scatto come quelli di una
bambola antica, accusa istantanea in un'esplosione
stellare di vetro blu. E se il pavimento si allagava,
pazienza. La censora era morta. Carpe diem!
Ho aperto il vecchio mobiletto di metallo in basso
a destra. Dentro cerano talmente tanti contenitori
di plastica riciclati, ognuno col suo coperchio bombato,
che bastavano a custodire cuore e polmoni di
tutti i residenti di Phoenixville Pike. Io, per, volevo
qualcos'altro, un oggetto preciso che avevo ben impresso
nella memoria. Ho rovistato nel mobiletto,
gettando i contenitori da una parte o tirandoli fuori,
finch in fondo, dove nessuno guardava da anni, ho
trovato la bacinella che stavo cercando.
Era una bacinella di ospedale color verde acquamarina,
lo stesso dei camici da chirurgo. A rivederla
mi sono venuti i brividi. L'ultima battuta del racconto
era sempre quella: Ha rischiato di morire.
E io ci avevo messo anni prima di chiedermi perch
mia madre finiva sempre per esserne la protagonista,
anche se la storia riguardava mio padre.
Ho riempito la bacinella di acqua bollente e ci
ho spremuto dentro un po' di detersivo per piatti.
Se mia madre era unta, quel detersivo prometteva
di eliminarne ogni traccia! Ho chiuso il rubinetto,
ho preso spugnetta e canovaccio e mi sono inginocchiata
per dare inizio all'opera.
Avrei cominciato dal basso e piano piano sarei
risalita.
Ho sfilato le calze elastiche antitrombo, calze
azzurre da uomo, e le ho appallottolate, resistendo
all'impulso di tirarle in soggiorno dal corridoietto;
mirando bene e con sufficiente forza di
braccia, magari sarei riuscita a farle atterrare fra
i gomitoli di lana nella cesta accanto alla poltrona.
Invece le ho posate da una parte, per occuparmene
dopo.
Ed ecco le dita dei piedi, delicate a vederle scoperte.
Ormai erano anni che le guardavo da vicino.
Alla Castle non si poteva chiedere anche di fare da
pedicure e cos, una domenica al mese, andavo io
ad assolvere alla manutenzione corporale secondaria
di mia madre, pulendo e smussando i punti
che lei non era pi in grado di raggiungere. La
cura dei piedi ci offriva un modo curioso di rivisitare
il passato, un reinquadramento in cui, rimanendo
in silenzio, sparivo dalla stanza e l'intero
mio corpo agiva come un tempo aveva agito solo
la sua mano. Sulle unghie le mettevo uno smalto
Revlon color corallo, che pur non essendo identico
a quello che per quarant'anni aveva usato lei una
volta alla settimana era talmente simile da non suscitare
n commenti n obiezioni.
Ho cominciato dai piedi, immergendo il canovaccio
nell'acqua bollente, strizzandolo e avvolgendolo
prima intorno a un piede, poi intorno all'altro.
Come una professionista, ho fatto un piede mentre
l'altro si inumidiva. Con la spugnetta dei piatti -
dalla parte morbida o ruvida, a seconda - ho strofinato
e lucidato. Sulle gambe cerano le vene che vivevano
anche sotto la mia pelle e che di recente mi
erano spuntate dietro le ginocchia e lungo i polpacci.
Certo, l'avrai pure ammazzata, per tua madre
 pulitissima!. Mi sembrava di sentir cantare
questa frase in un musical dove c'erano delle
streghe che offrivano mele, dondolando appese
per il collo ad altrettante corde.
 una giornataccia, Helen avrebbe detto mia
madre.
Andr tutto bene, tesoro mio avrebbe detto
mio padre.
Il giorno che pap era morto, arrivando a casa
loro mi ero trovata davanti la scena di lei che teneva
la sua testa in grembo e la coccolava, ai piedi delle
scale. Nelle settimane successive, mia madre continu
a parlare e riparlare delle vene varicose che
l'avevano fatto tanto soffrire. Di pap che la mattina
si svegliava anchilosato e spesso barcollava e inciampava
a ogni minima piega del tappeto. Al telefono,
ripet aneddoti sulla sua goffaggine al
droghiere che le consegnava ancora la spesa a domicilio
e a Joe, il barbiere, che mamma aveva chiamato
in un attimo di smarrimento dopo aver
telefonato a me. Joe si era presentato poco dopo il
mio arrivo, temendo che potesse essere da sola. Era
rimasto sulla porta d'ingresso a bocca aperta, senza
riuscire a spiccicare una parola. Quando i nostri
sguardi si erano incrociati, aveva alzato una mano
e si era fatto scrupolosamente il segno della croce,
poi se nera andato. Era stato per rispetto oppure
per paura che non aveva mai detto niente dello
squarcio aperto nella nuca di pap o dell'arco di
sangue schizzato contro il muro?
Piano piano sono salita fino alle ginocchia.
Quelle ginocchia mi sorridono mi aveva bisbigliato
una volta il signor Donnellson, felice dell'occasione
rara di vedere mia madre in calzoncini.
Poco dopo, pulendo la merda rimasta sulle sue
cosce gommose, mi sono ricordata della sera che
pap aveva inchiodato a un muro del piano di
sopra un elenco di regole scritte alla svelta:
Chiudere a chiave l'armadio della biancheria
Non lasciare fiammiferi in casa
Controllare i liquori.
Ripensando alle baruffe che scoppiavano
spesso tra loro - lei in camicia da notte, lui ancora
con gli abiti da lavoro - ci ho messo un po' ad accorgermi
che qualcuno stava bussando alla porta.
Sono rimasta impietrita. Il batacchio di ottone
continuava a picchiare.
Non ho fatto rumore. L'acqua saponata colava
dalla spugna e mi correva sul braccio, dal polso al
gomito. Il piccolo tonfo di una goccia nella vecchia
bacinella mi  sembrato una bomba esplosa in un
campo aperto.
Il batacchio ha picchiato di nuovo. Stavolta andava
a ritmo, come una canzone amica, vagamente
familiare.
Nel silenzio che  seguito ho preso coscienza dei
miei muscoli come mi succedeva a volte quando
lavoravo. Per mantenere a lungo la posa, il corpo
doveva raggiungere l'immobilit a poco a poco;
non lo si poteva bloccare di colpo. Avvertendo la
presenza della persona dietro la porta, ho provato
a immaginarmi sulla moquette di una pedana del
college. Le dita dei piedi si sono ficcate nel pelo
ispido marrone e i gomiti, avvezzi da tempo alle
scorticature dei tappeti, mi hanno sostenuta.
Il batacchio ha picchiato ancora. Di nuovo la
canzoncina allegra: t tara tatta, t t. Stavolta,
per, era seguita da un insistente bam, bam, bam.
Mi sono resa conto che la persona aveva dato a
mia madre il tempo di arrivare alla porta fra la
prima e la seconda bussata, e di nuovo fra la seconda
e la terza. Dopotutto era tardi e mia madre
era una donna anziana. Ho abbassato gli occhi
e l'ho guardata. Poteva anche sembrare che stesse
dormendo con la gonna tirata su intorno ai
fianchi.
Signora Knightly?.
Era la Castle.
Signora Knightly, sono Hilda Castle.  in
casa?.
E dove altro pu essere? ho pensato seccata. 
stesa per terra in cucina. Vattene!
Un istante dopo ho udito tamburellare sulla finestra
del soggiorno, il ticchettio della pesante
fede di platino sul vetro. Una volta avevo chiesto
alla Caste perch continuasse a portare la fede
anche dopo il divorzio. Mi ricorda che non devo
risposarmi mi aveva risposto.
Solo quando ho sentito la sua voce - un bisbiglio
sonoro - mi sono accorta che aveva aperto la finestra
da fuori.
Helen. Helen, mi senti?.
Stronza! ho pensato subito, solidale con mia
madre. Che diritto aveva di tirare su il vetro?
Lo so che sei in casa ha bisbigliato lei. Vedo
la macchina.
Oh,  arrivato Sherlock Holmes, ho pensato.
Ma poi la finestra si  richiusa, e i miei muscoli
si sono rilassati. Un attimo dopo l'ho sentita allontanarsi
sul sentierino. Ho guardato le gambe e
i piedi di mia madre.
Cos'avevi tu da spartire con lei? le ho chiesto.
E non mi riferivo a beni materiali, ma a quell'intimit
che per mia madre era sempre stata preziosissima.
L'intimit che aveva barattato con la sicurezza
di quella visita quotidiana.
Sapevo che la Castle sarebbe tornata l'indomani
mattina. Lo sapevo con la stessa certezza con cui i
suoi sussurri mi si erano allacciati come corde intorno
alle caviglie.
Era chiaro che mi serviva un aiuto. Lentamente
mi sono alzata e, scavalcando il corpo di mia
madre, sono andata al telefono. Ho fatto un respiro
e chiuso gli occhi. Mi sono vista scorrere davanti
a ritmo accelerato una pellicola in cui
poliziotti e vicini di casa si arrampicavano dappertutto
ed entravano dentro. Erano talmente
tanti che restavano incastrati nelle porte e nelle finestre
e i loro arti spuntavano fuori dai telai, piegati
in pose sgraziate come un gruppo di danzatori
di Martha Graham, ma tutti strizzati, e in divisa, o
in pantaloni di tweed con la piega.
Il telefono non mi  mai piaciuto. Dieci anni fa,
in un maldestro attacco di automiglioramento,
avevo incollato degli smile adesivi sul telefono in
camera mia e su quello in cucina. Poi avevo
scritto due etichette e le avevo appiccicate sui ricevitori.
 un'opportunit, non un'aggressione
dicevano.
L'ultimo recapito di Jake che avevo era quello di
un'universit svizzera, a Berna; ma si trattava di
una docenza temporanea e risaliva almeno a tre
anni prima. Il modo pi facile per trovare il mio ex
marito era seguire i suoi vecchi studenti, i suoi accoliti,
i suoi manovali, i suoi adoratori. Forse ci sarebbero
volute delle ore, ma mi rendevo conto che
Jake era la mia unica speranza. Un corpo morto si
trasforma rapidamente anche nel corso di una
fredda serata d'ottobre e non sarei mai riuscita a
far sparire mia madre da sola.
Prima di decidermi, avr girato intorno al telefono
per mezzora. I Knightly non chiedevano mai
aiuto e i Corbin, i consanguinei di mia madre,
avrebbero preferito ficcarsi una forchetta nel
collo. Noi ce la sbrigavamo in privato. Ci tagliavamo
le mani e i piedi - le dita, le gambe, la vita -
ma in tutti i casi non chiedevamo aiuto. Il bisogno
era come una malerba, un virus, una muffa: se lo
lasciavi entrare, si diffondeva e prendeva il sopravvento.
Appena ho alzato la cornetta, mi sono sentita
tornare bambina: mi allontanavo nella neve e sparivo
sdraiandomi su un cumulo gigantesco;
mentre mia madre e mio padre mi chiamavano,
cominciavo a gelare e la sensazione mi piaceva.
...
.
...
Capitolo quarto.
...
.
...
Quando conobbi Jake avevo diciott'anni e frequentavo
il primo anno di universit. Lui, ventisettenne,
era il mio insegnante di storia dell'arte.
Jake diceva che era in grado di indicare con precisione
l'istante in cui il suo cuore aveva cominciato
inesorabilmente a tracciare la rotta per
arrivare al mio inguine.
Mentre era alla lavagna durante una lezione su
Caravaggio e l'idea dell'opera perduta, si era voltato
e mi aveva visto armeggiare con i miei occhiali
nuovi. Quegli occhiali mi sembravano
talmente strani e delicati che tenevo la montatura
d'oro in mano come fosse una mantide religiosa.
Quella notte ti ho sognata. Entravo in camera
mia e tu stavi leggendo seduta a letto, con gli occhiali
d'oro sul naso e tutti quei capelli neri sciolti.
Nel sogno allungavo una mano verso di te, ma tu
sparivi.
Scusa gli dissi, stretta a lui nel letto singolo della
mia stanza alla casa dello studente.
Poi al tuo posto compariva un cane che avevo battezzato
Tank e che i miei non volevano farmi tenere.
Bau! dissi io.
Ma dei suoi sogni venni a sapere solo dopo aver
posato per lui.
Mi ricordo l'abito di mohair rosa che indossavo
e la sensazione di morbidezza sulla pelle. Mi
ero messa il mio vestito pi bello solo per andare
a spogliarmi in un locale dell'istituto d'arte che
odorava di vecchia stufa elettrica. La canottiera e
la sottogonna di raso finirono nelle mani di Jake
quando mi aiut a rivestirmi per tornare con me
nella mia stanza a spogliarci di nuovo. Le sue
dita, larghe come spatole, erano capaci di una delicatezza
incredibile, ma quando mi porse canottiera
e sottogonna le trovai stranamente estranee;
le unghie rosicchiate, nere di pittura e carboncino,
avevano un'aria rozza. Questa  l'immagine
che ho collegato spesso alla perdita della mia
verginit.
Quando arriv il momento di tinteggiare la
prima cameretta di Emily, Jake si ricord dell'asinello
che il nonno gli aveva dipinto sul muro
della sua camera di bambino. Sul dorso dell'asino
c'era un uomo dalla carnagione scura e i lineamenti
grossolani e l'animale portava legate
sulla groppa due grosse ceste di fiori. Il ricordo
di Jake si concentrava sul fatto che l'asino, malgrado
il morso, pareva che sorridesse, con l'occhio
chiuso in una specie di sonno vigile.
Mentre Emily se ne stava raggomitolata dentro
di me e ogni tanto scalciava, Jake si dedic ai preliminari
facendo un abbozzo a carboncino sulle
pareti. Dovevamo ancora sposarci e segretamente
temevamo entrambi di fare uno sbaglio; ma nessuno
dei due voleva ammetterlo.
Pare che la cosa migliore siano le sagome
grandi e colorate gli spiegai. Stimolano il cervello
del bambino, ma senza affaticarlo.
Jake aveva trascinato al centro della stanza il
nostro materasso perch potessi stendermi ed
esporgli queste teorie mentre disegnava. A quel
punto era ossessionato dalle misure della mia
pancia, dal fatto che Emily annunciasse la propria
presenza centimetro per centimetro.
Un potere assoluto gi prima di venire al
mondo disse, appoggiandomi addosso una mano.
Certe volte penso che si faccia beffe di noi.
Infatti  proprio cos risposi in tono pratico.
Le forme tondeggianti tranquillizzano il bambino
lessi poi ad alta voce da un libro che ci aveva
mandato il signor Forrest.
Com' che tutt'a un tratto osserviamo delle regole?.
Okay dissi e gettai via il libro, che scivol sul
pavimento. Le forme zigzaganti fanno felice il
bambino.
Ecco lo spirito giusto.
Coltelli, pistole e scene brutali spingono il
bambino fra le braccia di Morfeo.
Jake si avvicin e si stese con me sul materasso.
Jack lo Squartatore  un personaggio dei cartoni
molto amato dai bambini. Perch non fai felice
la creatura e lo dipingi tutto insanguinato?.
Dopodich?.
Potresti imbottire le pareti. Il chintz fa sempre
una bella figura. Con tanti chiodi.
Ti voglio scopare disse Jake.
Disegna.
Dopo il matrimonio, nel breve periodo in cui
feci finta che mi piacesse cucinare, prendevo un
petto di pollo scivoloso, gli toglievo il bianco del
grasso e lo schiacciavo aperto sulla teglia, immaginando
di avere in mano il cuore di mia madre.
Poi guardavo fuori dalla finestra della casa che
avevamo affittato a Madison e vedevo le auto in fila
davanti al semaforo all'uscita della citt universitaria,
che mi sembravano tanti corpuscoli ronzanti
in fila in un'arteria. Era l'unica cosa che potevo
fare per rientrare in me e infilare la teglia nel
forno, sapendo che in una macchina diretta agli alloggi
dei docenti temporanei c'era mio marito che
tornava a casa.
Badavo sempre a lavare coltello e tagliere e tenevo
le mani sotto l'acqua finch non scottavano
rosse di calore, tanta era la mia paura di avvelenare
Jake o di toccare involontariamente la ghiera
del biberon di Emily o la sua scodella azzurra della
mela grattugiata.
Quando ero certa di aver lavato e asciugato tutti
gli arnesi e la cucina si riempiva dell'odore di
spezie che mi aveva regalato la moglie di un docente
di ruolo impietositasi di noi, andavo per
premio nella cameretta di Emily E aspettavo l che
la mia nuova famiglia prendesse vita all'arrivo di
Jake. Emily dormiva nella culla a pancia sotto,
nella sua posizione preferita, quella del morto, col
pannolino che spuntava in fondo come un cappellino
di carta malfatto. Era in quel silenzio che mi
rilassavo di pi, nel breve intervallo fra la bimba
che dormiva e il marito che rientrava, dopo aver
assolto come meglio potevo i miei doveri di moglie.
Gli studi a quel punto mi sembravano lontani;
la laurea che non avevo pi preso, qualcosa di cui
non mi sarebbe importato.
Ho composto il numero dando le spalle al corpo
di mia madre. Per qualche motivo mi pareva di
tradirla; temevo che se mi fossi girata, il cadavere
si sarebbe messo a sedere e avrebbe inveito contro
di me, tirandosi gi la gonna.
Avevo letto sul giornale che Avery Banks, uno
degli ultimi assistenti di Jake all'Universit di Madison,
era diventato associato di scultura alla Tyler
di Philadelphia. Mi sono lambiccata per ricordare
in quale citt avevano comprato casa lui e la moglie
secondo quanto diceva l'articolo. Banks aveva
due figlie - questo lo ricordavo - ma per trovarlo
avrei dovuto procedere a caso in una bolgia di ricerche
telefoniche. Ho chiamato il servizio informazioni
tre volte. Alla fine ne  saltato fuori uno
negli elenchi di Germantown.
Parlo con Avery Banks? ho chiesto alla voce
che mi ha salutato.
Chi devo dire?.
Helen Knightly ho risposto. Con un dito ho
sfiorato i numeri sul disco del telefono, contando
tra me e me per calmarmi.
Non conosco nessuna Helen Knightly ha
detto lui.
Allora tu sei Avery, giusto?.
Lui  rimasto in silenzio.
Mi conoscevi col nome di Helen Trevor, la moglie
di Jake Trevor.
Helen?.
S.
Ma che piacere sentirti! Come stai?.
Devo mangiare. Da quando ero arrivata a
casa di mia madre e l'avevo uccisa, non avevo pi
messo niente sotto i denti.
Helen, ti senti bene? mi ha chiesto lui. L'ho immaginato
al telefono con un passamontagna.
Quando usciva al freddo con Jake, Avery preferiva
sempre avere una protezione integrale.
 successo un guaio gli ho risposto. Sentivo
dentro di me il desiderio di cedere, di vuotare il
sacco e confessare a qualcuno cosa avevo fatto,
dove mi trovavo, cosa c'era l per terra alle mie
spalle. Avery, aspetta un attimo.
Mi sono voltata di scatto, ho messo la cornetta
sul seggiolone aggiustato col nastro adesivo e mi
sono avvicinata al corpo di mia madre.  stato un
sollievo vedere che non si muoveva. Neanche uno
spasmo. Tornando al telefono ho acceso la luce;
poi ho ripreso in mano la cornetta. La signora Leverton
a quell'ora dormiva senz'altro, e a me serviva
la doccia fredda della luce accesa. Quando
l'alone fluorescente ha preso vita con un ronzio
sopra mia madre, ho fatto un respiro profondo e
ho riacquistato il controllo. Avery non doveva
udire il minimo tremolio nella mia voce.
Devo contattare Jake ho detto.
 da un po' che non ci sentiamo ha risposto
lui. Se vuoi, per, ho un suo numero.
Me lo segno.
Avery me lo ha dettato e io gliel'ho ripetuto scrupolosamente.
Aveva un prefisso che non conoscevo.
Grazie, sei stato veramente gentile.
Helen, spero che non ti dispiaccia se tiro fuori
il discorso ha detto lui, ma non  stata colpa tua
se all'epoca non diedero la cattedra a Jake. Ho
sempre temuto che ti considerassi responsabile.
Ho ripensato a Avery nel soggiorno di casa nostra
a Madison. L'ho rivisto che con Jake chiudeva
gli scatoloni e li portava fuori in silenzio fino al
suo furgone Ford bianco. L'ho rivisto mentre andava
a caricarci sopra la culla dismessa.
Sarah, la seconda, fa la cantante jazz in un locale
di New York ho mentito.  molto brava.
Ottimo.
Sulla linea c' stato un silenzio che nessuno dei
due ha colmato.
Grazie ancora, Avery.
Stammi bene ha detto lui. Poi ho udito il segnale
del telefono che era stato riattaccato.
Ho chiuso gli occhi e ho continuato a tenere la
cornetta sull'orecchio finch una voce registrata
non mi ha detto che avevo il telefono sganciato. Mi
sono rivista nel Wisconsin mentre uscivo da dietro
il velo di alberi che circondava il drago di ghiaccio
di Jake. Tutti gli ordinari dell'ateneo erano venuti
a vederlo prima che arrivasse il disgelo, perfino il
rettore. Ma io l'avevo rovinato rompendo senza
volere la spina trasparente che gli correva lungo il
dorso. Quella sera era scoppiata la lite che ci
avrebbe lacerati. All'improvviso non potevo immaginare
di chiamarlo.
Ho cercato a tastoni sul muro l'interruttore per
spegnere l'alone ronzante. Poi mi sono inginocchiata
di nuovo e con la spugna gocciolante in
mano ho indugiato incerta ai bordi della biancheria
di mia madre.
Le ho sfilato le mutande antiquate. Sono venute
gi subito; l'elastico era sbrindellato su tutte e due
le gambe. Ormai mi ero abituata al suo odore, un
misto feci-naftalina con una spolverata di talco
qua e l.
Per toglierle le mutande, le ho strappate e il suo
corpo ha tremolato appena appena. Mi sono tornate
in mente le statue di bronzo in cui certi artisti
raffigurano delle persone impegnate in un'attivit
qualunque: un golfista di bronzo che ti d il benvenuto
sul green; una coppia di bronzo che divide
con te la panchina in un parco; due bambini di
bronzo che saltano alla cavallina in un campo. Era
diventata un'industria a domicilio. Donna di mezz'et
che strappa le mutande di dosso alla mamma
morta. Mi sembrava perfetta. La si poteva commissionare
per il cortile di una scuola, quando a
ricreazione gli alunni correvano fuori dalle classi
dopo aver passato la mattina fra numeri e parole;
i ragazzini potevano arrampicarsi sopra di noi o
affogare le mosche nella rugiada rimasta nei suoi
occhi.
Ed eccolo l, il buco che mi aveva partorito. La
fessura che per quarant'anni aveva fomentato il
mistero dell'amore di mio padre.
Non era la prima volta che mi trovavo faccia a
faccia con i genitali di mia madre. Negli ultimi
dieci anni ero diventata la sua somministratrice
ufficiale di clisteri. Lei si stendeva in una posizione
non dissimile da quella in cui la vedevo
adesso e io, dopo averle massaggiato le cosce rassicurandola
che non le avrei fatto male, le divaricavo
le gambe. Eseguivo gli ordini del medico alla
svelta, poi scendevo le scale da sola e come un
robot andavo al frigorifero, dove ingollavo i cubetti
di gelatina al lime avanzati, guardando fuori
in giardino.
Ho posato la spugna nella bacinella e mi sono alzata.
Ho gettato l'acqua vecchia, ho riempito il catino
d'acqua calda pulita e ho aggiunto altro
detersivo. Poi, con le forbici prese dalla barra magnetica
sopra il lavello, mi sono rimessa all'opera.
La luce di sicurezza verde sopra i fornelli e il
chiarore della luna che entrava dalla finestra
erano la mia unica compagnia. Con le forbici ho
tagliato la gonna di mia madre dall'orlo alla vita.
Ho steso i due lembi ai lati e delicatissimamente
ho cominciato a bagnarle i fianchi e la pancia, le
cosce e la fessura praticamente glabra. Continuavo
a immergere spugna e canovaccio nella saponata
bollente e a interrompermi per cambiare
l'acqua, rimpiangendo l'assenza della vasca del capanno,
l'assenza di un posto in cui potessimo stare
distese insieme, come se fossi tornata bambina e
lei dovesse entrare nella vasca alle mie spalle.
Alla fine, eliminata ogni traccia del guaio e
presa una spugna nuova da sopra il frigo, le ho
sbottonato la camicia larga di cotone. Ho tagliato
le spalline del suo vecchio reggiseno bianco stucco
e le ho spremuto acqua pulita sullo sterno.
Senza la coppa che lo sosteneva, l'unico seno rimasto
era cascato di fianco e il capezzolo quasi
sfiorava il pavimento. La cicatrice della mastectomia,
dal taglio scuro che era stata, si era ridotta
a un'ombra di carne rugosa. Lo so che hai sofferto
le ho detto, poi mi sono baciata la punta delle
dita e le ho passate lungo la cicatrice.
Probabilmente all'epoca andavo alle superiori.
Dovevano passare ancora parecchi anni prima che
mio padre morisse. Prima che mia madre mi chiamasse
per farmi sentire il grumo duro che aveva
sotto l'ascella. Ero sulla porta e li guardavo.
Tu lo sai quant' difficile per me gli aveva
detto lei col viso rigato di lacrime. Solo tu lo sai.
Si era sbottonata la camicetta e la teneva
aperta. Clair! esclam lui con voce soffocata.
Mia madre si era strofinata una ferita sanguinolenta
al centro del petto. In seguito l'avevo sempre
pensata come una versione per adulti di Coniglio!",
un gioco che facevamo a scuola dove un ragazzino
doveva strofinarti un chiodo sul polso per
duecento volte. Se nel momento in cui lo strofinio
benevolo si trasformava in un rivolo di sangue
non resistevi pi, dovevi gridare Coniglio! e il
nome ti rimaneva.
Prendi a tua madre una salvietta calda mi
disse pap e io chinai la testa, andai a prendere
dal nascondiglio segreto la chiave dell'armadio
della biancheria, tirai fuori un asciugamano pulito
e feci scorrere l'acqua in bagno finch non
venne calda.
La cicatrice che Jake aveva ribattezzato "le stigmate
da martire non ho voluto bagnarla n toccarla.
Le ho sollevato le braccia e le ho pulito le ascelle
glabre. Ho passato la spugna prima su un omero,
poi sull'altro. Quindi ho preso in mano il seno solitario
sceso da un lato. L'unico superstite di quello
che una volta era stato il suo vanto sembrava
ormai una sacca abbandonata, non pi pesante
delle piume rimaste in un angolo floscio di un vecchio
cuscino. Mentre lo tenevo, mi ha pervaso
un'improvvisa ondata di desiderio, puro come
l'appetito di un neonato.
Quando avevo sei o sette anni, il graticcio di
rose che si arrampicava dietro casa nostra era un
rigoglio di fiori e viticci. Girava intorno a tutte e
due le finestrelle della mia camera e per questo, in
piena primavera, mia madre doveva tenere fiori e
germogli curati ad arte. Era un'operazione che mi
piaceva tanto osservare e mio padre, mi accorsi a
poco a poco, la pensava come me. Entravano tutti
e due in camera mia, lei con un cestino al braccio
nel quale teneva i suoi guanti da lavoro e le cesoie.
 ora di fare un po' di giardinaggio acrobatico
diceva mio padre e insieme si avvicinavano alla
prima finestra, sopra il letto vuoto sistemato accanto
al mio. Io mi sdraiavo sul pancione morbido
del mio materasso e guardavo lui che guardava lei
davanti alla finestra che le inghiottiva il torso. La
finestra le tagliava la testa, le mani, le braccia e le
spalle, e nel momento estremo, quando lei si inclinava
all'indietro con le anche appoggiate al davanzale,
mio padre la teneva in un modo che gi
allora sapevo erotico. A volte pap le faceva scivolare
una mano su per una coscia; in un paio di occasioni,
insieme al rimprovero, ebbi l'impressione
di sentirle un sorriso nella voce.
Fuori ce stata un po' di baruffa tra gli alberi, poi
il ringhio basso di un gatto. Lazzarone spadroneggiava
con un altro maschio ai margini della nostra
propriet.
Mi sono rialzata per gettare l'acqua nel lavello e
riempire di nuovo la bacinella e ho pensato ai cadaveri
abbandonati nelle strade e nei campi del
Ruanda e dell'Afghanistan. Alle migliaia di figli e figlie
che avrebbero voluto avere le mie stesse possibilit:
sapere esattamente quando erano morte le
madri e restare soli con i loro corpi prima che il
resto del mondo facesse irruzione.
Fra gli alberi vicini al capanno si sentivano ogni
tanto i versi dei gatti. Quando ero ragazza c'era un
allocco barrato che tutti gli anni veniva e si metteva
sulla quercia in fondo al giardino. Mio padre
mi portava fuori a cavalluccio e gli rispondeva
imitando il verso del gufo. Se si faceva tardi ed
eravamo ancora l, mia madre ci raggiungeva con
una limonata per me e uno scotch liscio per loro
due.
Ero gi rassegnata a finire l'opera alla svelta,
quando ha squillato il telefono. La bacinella mi 
caduta dalle mani e la saponata bollente ha allagato
il pavimento.
Pronto? ho risposto sottovoce come se in casa
stessero dormendo tutti.
Allora sei l!.
Jake ho detto, come facevi a saperlo?.
A casa tua non ti ho trovata e sull'agendina
avevo ancora il numero di tua madre. Come stai?.
Ho guardato il suo corpo. Nella cucina semibuia
mi pareva quasi che brillasse. Bene?.
Mi ha appena chiamato Avery. Diceva che forse
era successo qualcosa.
E tu hai chiamato qui?.
Mi sembrava il posto giusto per cominciare
ha risposto. Cos' successo, Helen? Qualcosa alle
ragazze?.
 morta mia madre.
Da parte sua ce stato silenzio. Durante tutti gli
otto anni del nostro rapporto, Jake era stato il paladino
che mi aveva difeso da lei.
Oh, Helen, mi dispiace tanto. Quando?.
Mi sono resa conto che non riuscivo a parlare.
Invece di rispondere, ho deglutito.
Lo so quant'era importante per te. Dove sei?.
Siamo in cucina.
Siamo, chi?.
Io e mamma.
Oddio, Helen! Devi chiamare qualcuno. Cos'
successo? Adesso riattacca e chiama il novecentoundici.
Sei sicura che  morta?.
Sicurissima ho risposto.
Allora chiama il novecentoundici e diglielo.
Avrei voluto staccarmi dal telefono e rientrare in
quel nulla da cui ero appena emersa, dove nessuno
sapeva niente e io e mia madre eravamo sole. Non
c'era un modo facile per dire il seguito.
L'ho ammazzata, Jake.
Il silenzio  stato talmente lungo che ho dovuto
ripeterglielo.
Ho ammazzato mia madre.
Cerca di farmi capire cosa vuoi dire ha risposto
lui. Vai piano e raccontami tutto.
Ho raccontato a Jake della visita della Castle,
della ciotola azzurra, del guaio capitato a mia
madre. Quando ho detto ha avuto un guaio, lui
mi ha interrotto e con voce speranzosa ha chiesto:
Che guaio, Helen?.
Non ha trattenuto i bisogni.
Oddio, prima o dopo?.
E poi ha detto che la Castle era una stronza e ha
cominciato a delirare sostenendo che c'era della
gente che la derubava.
Ed  vero, Helen? ha chiesto Jake. La sua voce
mi stava guidando discretamente in una stanza vicina,
in cui forse albergava la sanit mentale.
No ho risposto. Adesso  qui davanti a me,
lunga distesa per terra. Le ho rotto il naso.
L'hai picchiata?. Jake era sconvolto e si sentiva.
La cosa mi ha fatto piacere.
No, ho premuto troppo forte.
Helen, ma sei pazza? Ti rendi conto di quello
che mi stai dicendo?.
Comunque stava morendo. Era da un anno che
se ne stava seduta l a morire. Secondo te era meglio
se andava in un ospizio, a morire farfugliando
in una pozza di escrementi? Almeno io ci tengo.
Almeno io la sto lavando.
Che stai facendo?.
La sto lavando, in cucina.
Aspetta un attimo, Helen. Non muoverti da l.
Ho sentito il rumore dei suoi cani. Emily mi
aveva detto che ogni volta che andavano a trovarlo,
Jeanine continuava ad abbaiare per una settimana.
Helen, ascoltami.
S.
Ora copri tua madre e resti l a casa finch non
arrivo, okay? Chiamo qualcuno per badare ai cani
e ti telefono dall'aeroporto.
La Castle domattina ritorna.
Ha le chiavi?.
Non credo ho detto. Qualche mese fa c'
stato un furto, un tizio che veniva qui a fare dei lavoretti
 entrato in casa. Abbiamo fatto rifare la
serratura e credo che alla Castle non abbiamo pi
dato le chiavi.
Helen?.
S.
Adesso stammi a sentire.
Okay ho risposto.
Questa cosa non puoi dirla a nessuno e non
puoi andare da nessuna parte. Devi restare l a
casa con tua madre finch non arrivo.
Non sono sorda, Jake.
Helen, hai appena ammazzato tua madre.
Sentivo piagnucolare i cani in sottofondo.
Che ore sono l? ho chiesto.
Abbastanza presto che riesco a prendere un
volo stasera.
E dove sei?.
A Santa Barbara. Sto facendo un lavoro per
uno.
Chi?.
Un privato. Ma non l'ho ancora conosciuto.
Helen?.
Dimmi.
Quanti gradi ci sono l?.
Non lo so. Sto tenendo chiuse tutte le finestre.
Il corpo  ancora... flessibile?.
Come?.
Scusa, volevo dire, tua madre si  gi irrigidita?
Quanto tempo fa hai... Scusa. Per un istante
ho creduto che Jake avesse riattaccato, ma il tintinnio
dei collari dei cani mi ha rassicurata.
Quando  morta?.
Poco prima che facesse buio.
E l che ore sono?.
Ho guardato l'orologio in alto. Le sei e tre
quarti.
Helen, ho un avviso di chiamata, devo rispondere.
Ti ritelefono.
La linea  caduta. Mi  venuto da ridere.
Il frenetico mondo dell'arte non si ferma mai
ho detto girandomi verso mia madre, pensando
per un attimo brevissimo che mi avrebbe risposto.
Ho aspettato vicino al telefono continuando a
guardarla. Sicuramente sotto l'asciugamano
aveva il viso bagnato e la cosa mi disturbava. Mi
sono inginocchiata e le sono andata vicino a
quattro zampe. Non ero pronta a vedere il suo viso
e cos, senza guardare, ho tolto l'asciugamano con
uno scatto rapido del polso. L'ho udita gridare.
Chiamarmi per nome.
Con un salto ero in piedi. Sono uscita subito dalla
cucina e passando per il minuscolo corridoio sono
andata nel soggiorno dove la mia giornata era cominciata
una seconda volta, un milione di anni fa.
Cosa stavo facendo prima che telefonasse la
Castle? Ero andata al mercato in centro e avevo
comprato i fagiolini dai due anziani coniugi armeni
che vendevano solo tre cose dal retro di un
furgoncino. Ero andata alla mia lezione di danza.
Accanto al camino ho visto il paiolo di ottone e
mi ci sono chinata sopra. Se solo fossi riuscita a
vomitare.
Sapevo che la mia idea di farmi aiutare da qualcuno
era una cretinata. Cosa poteva fare Jake dalla
casa di un riccone a quattromilacinquecento chilometri
da l? Mentre ero in cucina con il cadavere
di mia madre, aveva addirittura risposto a un'altra
chiamata! Ti ci sei ficcata tu in questo casino.
Adesso sbrogliatela da sola. Chiss quando era
diventata questa la mia filosofia.
Jake mi aveva chiesto della temperatura, dell'orario
e della rigidezza ed era chiaro che stava pensando
alla decomposizione. Con tutte le sculture
di ghiaccio che aveva tirato su nelle fredde capitali
del mondo, sapeva cose che a me non sarebbero
mai venute in mente. Che non potevano venirmi in
mente. Per un attimo ho cercato di ricordare la
trama di un film che avevo visto con Natalie in autunno,
incentrato sul dubbio che la vittima fosse
morta per omicidio volontario e non colposo. Ricordavo
il viso dell'attrice, la sua bellezza innocente
quando crollava sul banco dei testimoni;
oltre a questo, non rammentavo altro.
Mia madre era senza vita da troppo tempo per
poter camuffare facilmente la cosa; e poi, particolare
fatale, le avevo rotto il naso. Adesso che ero
fuori dalla cucina e lontana da lei, mi rendevo
conto meglio del pasticcio in cui mi trovavo.
Non ero mai stata capace di fare gli esercizi di
meditazione di Jake. Mi sedevo sul cuscinetto rotondo
nero e cercavo di fare l'OM mentre nelle mani
e nei piedi mi sentivo pungere da aghi e spilli. Strani
personaggi mi si affollavano nella mente, come se il
mio cervello fosse un bar frequentatissimo.
Sono uscita sulla veranda e ho piantato bene a
terra i piedi; attraverso la pelle morbida e bagnata
delle scarpe da jazz sentivo la paglia del tappetino.
Ho ripensato alla vecchia casa vittoriana che implodeva.
Contando molto lentamente, ho inspirato
ed espirato dieci volte e, mentre espiravo, ho cacciato
fuori quei rumori che di solito a yoga sbeffeggiavo.
Ci che mi accingevo a fare non lasciava
adito a fraintendimenti; ci che mi accingevo a
fare non lasciava possibilit di tornare indietro.
Era buio; tra gli alberi frinivano le cicale. Sentivo
i camion cambiare marcia sul crinale dell'autostrada,
a chilometri di distanza. Non sarei stata
in grado comunque di passare la notte in quella
casa. Non potevo restare l ad aspettare tutte
quelle ore fino all'arrivo di Jake. Oltretutto, l'orologio
andava avanti e Jake non chiamava.
Respirando e contando con gli occhi ben aperti,
ho guardato in casa e ho visto l'ingresso, le scale di
legno che portavano su alle tre piccole camere da
letto, la moquette folta e spessa che aveva messo il
figlio di Natalie per attutire eventuali cadute.
Signora, dobbiamo essere sicuri che non le capiti
la stessa cosa che  successa a suo marito
aveva detto Hamish a mia madre, uscendosene in
maniera abbastanza ottusa. Hamish conosceva la
versione dei fatti che gli aveva riferito Natalie: che
pap era morto cadendo dalle scale. Quel giorno
ero rimasta l muta, limitandomi ad annuire, incapace
di guardare verso di lei.
Avrebbero portato via il suo corpo da quella casa
con una barella, mi sono detta. L'avrebbero portata
gi per la scaletta ripida quasi in verticale. Sarebbe
stata l'ennesima vecchia morta da sola. Che tristezza.
Che destino inesorabile. Che indice di compatimento
altissimo avrebbe riscosso fra la gente.
Ma non sarebbe andata cos. Ci avrei pensato io
a evitarlo.
Sono rientrata e ho resistito alla tentazione di
fermarmi nel soggiorno per marciare sul posto.
Dopo tutto il tempo che ero rimasta in ginocchio
sul pavimento di cucina, avevo i muscoli irrigiditi;
ma posando al Westmore avevo conosciuto e superato
di peggio. Al piano di sopra ho preso un semplice
lenzuolo bianco. Poi sono scesa facendo due
gradini alla volta.
Stando attenta a non guardare il suo viso, mi
sono messa ai suoi piedi e mi sono chinata a chiuderle
le gambe; poi ho fatto il gioco che da piccole
prima Emily e poi Sarah mi chiedevano sempre imploranti
quando la sera rimboccavo loro le coperte.
Un gioco che aveva inventato per me mio padre.
Lo chiamavamo Vola. In fondo al letto, appallottolavo
fra le mani il lenzuolo, poi lo lanciavo
avanti e quello, volando, piano piano gli ricadeva
sopra. Era un gioco che specialmente Sarah, fosse
dipeso da lei, non avrebbe mai smesso di fare. Mi
piace sentire l'aria che sfugge tutt'intorno mi
aveva detto una volta.
Per mia madre, il volo  stato unico, e ho fatto
in modo che il lenzuolo le nascondesse il viso. Il
tessuto le si  incollato sul corpo umido quasi a
mo' di spettro. In fretta e furia l'ho rimpacchettata
nella coperta nuziale messicana e in quella rossa e
nera, come un regalo da riportare al negozio.
Sono andata ad aprire la porta dello scantinato.
Poi, reggendola sotto le ascelle, l'ho trascinata all'indietro
nel corridoietto fino in cima alle scale.
Ho sceso qualche gradino nel buio quasi pesto e
a tastoni ho cercato sul muro l'interruttore della
luce. La lampadina nuda in fondo alle scale si  accesa
e da l ho proseguito fino al piano di sotto.
Quando ero piccola, quella scala era stata una
sfida per me e per i bambini del quartiere; dopo i
primi tre gradini, sparivano entrambi i muri e
bench col passare degli anni se ne fosse sentito il
bisogno, non era stata mai messa una ringhiera.
Hamish si era anche offerto di farne una lui con
dei vecchi tubi, dopo aver installato la moquette al
piano di sopra. Queste scale sono davvero un pericolo
mortale mi aveva detto sottovoce quando
lo avevo portato gi per ricompensarlo, facendogli
scegliere uno dei vecchi fucili di mio nonno.
Ma il motivo per cui valeva sempre la pena accettare
la sfida di scendere nello scantinato buio
era il gigantesco frigorifero marrone in fondo alle
scale. Mia madre ci teneva dentro i barattoli di caramelle
al brandy e le scorte di barrette Hershey, i
vasetti di mandorle e noci pecan, le scatole natalizie
di croccante di arachidi rimaste intatte e certi
orrendi dolci di frutta secca imbevuti di sherry che
ci regalavano sempre alle feste. I Leverton regalavano
a tutti una scatola di After Eight; la povera signora
Donnellson, ai suoi tempi, portava sempre a
mamma un prosciutto.
Il prosciutto, come tutte le carni, andava messo
in un posto a parte, nel congelatore lungo e basso
a destra delle scale, sopra il quale mia madre smistava
il bucato o ammucchiava le riviste che voleva
conservare. Fintanto che mio padre era ancora
vivo, sul congelatore si vedeva sempre schierato
un assortimento vario di oggetti. Pap aveva sperato
che mamma si dedicasse a qualche hobby manuale,
perci c'erano cestini pieni di blocchetti di
gommapiuma verde e giganteschi bottiglioni da
vino inutilizzati che, se avesse trovato il tempo,
potevano diventare dei bellissimi terrari. Ghiande,
castagne, scatole di occhietti di plastica con le pupille
mobili e rami dalle forme particolari. Sassi di
fiume che pap aveva levigato nel suo laboratorio.
Ancora, legni strani che aveva raccolto su una
spiaggia. E una confezione intonsa di colla formato
famiglia che dominava su tutto.
Quella del fucile fu un'idea di mia madre.
Ma che ci fa con un fucile? avevo obiettato
sottovoce mentre Hamish si lavava. Perch non
dei soldi?.
 un uomo fatto aveva risposto lei. Emily ha
appena messo al mondo una figlia.
Mia madre voleva sottolineare il concetto che
tutti e due avevano trent'anni, ma quando riuscii
a ricostruire il suo ragionamento, il treno della
follia era gi partito e stavo mostrando a Hamish
la fuciliera nello scantinato.
Eravamo davanti al congelatore; Hamish saggiava
il peso di ogni fucile.
Di fucili disse, non so niente, tranne che
sono una figata.
Io non gli ero di aiuto. Lo guardai mentre li tirava
fuori uno per uno dalla fuciliera di legno, tenendoli
per il calcio con gesto inesperto come se
fossero erbacce dallo stelo particolarmente grosso
che aveva appena estirpato. Hamish era il perfetto
contrasto chiaro dei miei colori scuri, come Natalie.
Finch non aveva cominciato ad avere abbastanza
capelli bianchi da decidere di tingerli di un
rosso incongruo, Natalie era stata la bionda e io la
bruna. Quando ero vicina a suo figlio, vedevo gli
stessi occhi castani, udivo la sua stessa risata facile.
Perch tua madre non la vende questa roba? mi
chiese Hamish. Potrebbe farci una barca di soldi.
Ma io non lo stavo ascoltando. Da una sacchetta
di panno viola del Crown Royal aveva preso l'unica
pistola della collezione e con quella in pugno
aveva allargato le gambe come fosse una posa che
aveva visto fare a un cowboy. Quando punt la pistola
verso la parete opposta col dito sul grilletto,
gridai e strinsi la canna.
Lui mantenne la presa e ci scontrammo. Hamish
mi pos una mano sulla spalla.
Cosa c'? Sembri stravolta. Che  successo?.
Stavo quasi per rispondergli. Per dire cose che
non avevo detto a nessuno se non a Jake.
Mio padre mi ha insegnato a non puntare mai
una pistola verso qualcuno.
Ma io la stavo puntando verso il lampadario!.
Appoggi la pistola sul congelatore; poi mi
tenne una mano sulla guancia come se io fossi la
figlia e lui il genitore. Non ti preoccupare disse.
Non si  fatto male nessuno.
Stavo tremando. Lui rinfil la pistola nella sacchetta
viola e la richiuse stringendo il cordoncino d'oro.
Prendo questa disse.
Poi mi aiut a rimettere a posto i fucili, che avevano
molto pi valore. La pistola riposava nella
sacchetta sopra una pila di tovaglioli di lino inamidati
che avevo piegato e lasciato sul congelatore.
Ricordo che a quel punto mi ero immaginata
la canna grigio platino opaco, il calcio marrone
graffiato e mio padre che l'alzava, la caricava, se la
portava alla testa.
Ho messo il corpo di mia madre in modo tale
che dal terzo gradino potessi stringerla intorno
alle spalle e scendere alla cieca con un piede che
tastava via via ogni scalino, sostenendola col mio
corpo per evitarle un capitombolo nella terra di
nessuno al piano di sotto.
Poi ho preso un respiro e cercando di irrobustire
i muscoli senza irrigidirli ho cominciato a
trascinarla gi dalla cima delle scale, uno scalino
alla volta. A ogni passo il peso che mi caricavo addosso
aumentava. Attraverso il lenzuolo sentivo
l'odore di lill dei suoi capelli. Mi sono spuntate le
lacrime, ma non volevo battere gli occhi. Due, tre,
quattro, cinque. I suoi piedi infagottati annunciavano
il loro arrivo con un tonfo.
Ma il bozzolo si stava sfaldando. Niente lenzuola
con gli angoli, stavolta. A met scale, i suoi
piedi sono sbucati da sotto la stoffa. Mi  sembrato
che le dita fossero di un blu che prima non c'era e
mi sono chiesta se non fosse uno scherzo della
luce. Ho fatto un altro scalino. E un altro. Avendoli
contati decine di volte da bambina, sapevo che ce
n'erano esattamente sedici. Il congelatore ronzava
alla mia sinistra; sopra il coperchio c'era una catasta
di Sunset passati dalla signora Castle, che
aveva parenti sulla costa occidentale. Dopo Natale
erano rimaste fuori anche le scatole da regalo decorative,
messe in fila e agghindate con nastri e
fiocchi sbiaditi dal sole. Mi sono immaginata la
Castle che gliele portava gi; o forse ero stata addirittura
io. In effetti, poteva anche essere che mia
madre mi avesse detto di portare gi quelle scatole
e di riporle nelle buste di plastica giganti in cui le
teneva undici mesi all'anno. E io per qualche ragione
non l'avevo fatto. Chiss, magari ero rimasta
seduta sulla vecchia poltrona di ferro e vimini vicino
a lavatrice e asciugatrice per il tempo necessario
a espletare il compito, calcolando con
precisione quanti minuti potevo lasciar passare
prima di ricomparire al piano di sopra per tenerle
compagnia.
Mia madre ha continuato tenacemente a usare
lo scantinato fino agli ottantasei anni.  stato il
pensiero che potesse perdere l'orientamento o non
avere le energie per risalire a darmi l'ispirazione
del telefonino. Fino ad allora scendeva sempre i
primi tre scalini puntellandosi sul muro con entrambe
le mani, pronta ad andare avanti senza
aiuto; dopodich stringeva i denti, si girava di
fianco e proseguiva cos, uno scalino alla volta. Per
arrivare in fondo poteva metterci mezz'ora, e a
quel punto c'era il rischio che si fosse scordata
perch era scesa.
Ma cos come il padre di Natalie era convinto
che il bancomat gli avrebbe mangiato il braccio,
quando il giorno del suo ottantaseiesimo compleanno
le avevo messo in mano un cellulare semplice
semplice, mia madre aveva spostato lo
sguardo dall'apparecchio a me e mi aveva chiesto:
Mi regali una granata?.
 un telefono, mamma avevo detto. Puoi
portartelo dietro dappertutto.
E perch dovrei?.
Cos puoi chiamarmi in qualsiasi momento.
Era seduta sulla sua poltrona; le avevo preparato
un Manhattan, il suo cocktail preferito, e
secondo lei avevo rovinato la sua ricetta dei bastoncini
al formaggio. Non so proprio come fai,
Helen aveva detto sputando delicatamente
mezzo bastoncino masticato nel tovagliolo che accompagnava
il bicchiere. Evidentemente hai un
dono.
Il cellulare era rimasto da allora sul vecchio cassettone
di mogano accanto al frigorifero marrone.
Mia madre ce lo aveva lasciato la mattina dopo il
compleanno, quando era scesa per l'ultima volta
nello scantinato. In quei due anni lo avevo visto almeno
una volta alla settimana, e con la stessa irrazionalit
con cui avevo sempre vissuto il suo
rifiuto, ero arrivata a pensare che mamma avesse
rinunciato a un intero piano della sua casa per evitare
di parlare con me.
Bench andassi adagio, quando a met scale
sono finiti i muri, il suo corpo si  staccato dai gradini
e ha disegnato un arco. Ho seguito con lo
sguardo le coperte che si aprivano e la parte inferiore
del corpo, rimasta nuda di colpo, che si torceva
all'indietro sopra il pavimento ruvido di
cemento. Nonostante i rumori - sembravano le
bolle d'aria di una plastica da imballaggio scoppiate
tutte insieme - ho continuato a tenerla e
sono corsa a ritroso fino in fondo alle scale, tirandomela
dietro.
In quel momento il telefono in cucina ha squillato.
Ho trascinato il corpo vicino al congelatore. In
fretta e furia ho disteso mia madre lungo un lato e
l'ho coperta alla bell'e meglio; sotto, le lenzuola
erano tutte attorcigliate. Ho tentato di aggiustarle,
ma qualsiasi cosa facessi le sue ginocchia marmoree
restavano sempre nude. Mia madre giaceva
l, silenziosa e rotta, e io ho pensato all'orrore che
alla fine era arrivato insieme al dominio.
Da adolescente ero convinta che tutti i ragazzi
passassero interi pomeriggi estivi e grondanti di
sudore chiusi in camera, sognando di fare a pezzi
la madre e di spedire i pezzi in luoghi sconosciuti.
Io facevo cos, sdraiata al piano di sopra, ma
anche attiva in giro per la casa. Quando acconsentivo
a portare fuori la spazzatura, le tagliavo la
testa; quando estirpavo le erbacce in giardino, le
cavavo gli occhi, la lingua. Mentre spolveravo le
mensole, moltiplicavo e dividevo le parti del suo
corpo. Ero disposta ad accettare che gli altri ragazzi
si fermassero prima, che non scendessero
nei particolari come facevo io; ma non potevo
pensare che non esplorassero anche loro quel territorio.
Se mi vuoi odiare, io sono favorevole! avevo
detto a Emily.
S, mamma mi aveva risposto lei. A sei anni si
era gi guadagnata un soprannome ispirato alla
sua grande assennatezza, alla sua inflessibile pazienza:
Natalie l'aveva ribattezzata il piccolo senatore
per le trattative pratiche che intavolava
nella sabbiera, dove Hamish, pur essendo suo coetaneo,
tendeva a fare i capricci e si metteva spesso
a piangere.
Ho tolto le scatole decorative dal congelatore e
le ho gettate a mucchi o singole in vari angoli dello
scantinato, per tenere a bada la tentazione. Anche
da ragazza mi ero resa conto che le scatole avvolte
in quella carta da regalo sbiadita, nonostante i
fiocchi sostituiti di frequente, non sarebbero riuscite
a contenere ci che mi stava pi a cuore; dai
bordi sarebbe colato tutto, oppure la scatola si sarebbe
sfasciata, perch magari il postino cadeva
su una chiazza scivolosa mentre andava a consegnare
uno stinco di mia madre a una tipografia di
Mackinaw, nel Michigan, o un suo piede a un allevamento
di trote nei dintorni di Portland. Nelle
mie fantasticherie tenevo sempre per me i suoi
folti capelli rossi.
Facendo attenzione ho appoggiato le riviste
sull'orlo di uno scalino. Anche senza guardare,
sapevo che dentro il congelatore c'erano i medaglioni
di carne magra che mia madre mangiava
cinque anni fa quando aveva ripreso la dieta Scarsdale,
pi due prosciutti decrepiti, regalo della signora
Donnellson.
Ho girato la chiave e l'ho aperto. Ed ecco l la cavit
ghiacciata semivuota, della capienza giusta
per una persona.
Jake mi aveva fatto domande sulla lividezza,
sulla rigidit, su eventuali segni che indicassero
com'era morta; ma ormai non importava pi. Non
solo le avevo rotto il naso: dopo la morte, ero pure
riuscita a far scempio del suo corpo. Non vedevo
perch non dovessi realizzare i miei sogni di giovent.
A che punto hai mollato? ho detto, e la mia
voce mi ha fatto trasalire. Nell'angolo di fronte
c'era un armadio di metallo pieno di vecchi indumenti
di mio padre: cotone estivo, tattersall,
flanella, tweed di lana scuro e pizzicoso. Ho ripensato
a un giorno di parecchi anni fa in cui ero
scesa a piegare il bucato e avevo aperto l'armadio.
Mi ci ero infilata dentro con le spalle e avviluppata
dalle vecchie giacche di pap ero tornata bambina;
avevo preso quella di tweed con le toppe di
camoscio ai gomiti e me l'ero strofinata sulla
guancia.
L'aria fresca che saliva dal congelatore mi dava
una bella sensazione sul viso. Ho visto le bottiglie
arancioni messe sul davanzale sopra la lavatrice
per tenere lontani i ladri che volevano intrufolarsi
dentro a pancia sotto; e poi ho visto le bottiglie di
vetro viola sul davanzale della finestra accanto.
Non mi ero mai posta il problema di come fare
a pezzi un corpo, avevo pensato solo alla libert
post-sezionamento; la truculenta realt del segare
e macellare non mi aveva mai preoccupata. Cadevo
invece preda del lampo fulmineo, del naso arricciato
di Vita da strega, della magia di avere mia
madre e, un attimo dopo, non averla pi. Potendo
scegliere, pi che farla a pezzi avrei trasformato il
suo corpo da solido a liquido e da liquido a gassoso.
Volevo che evaporasse come acqua. Che si alzasse
e uscisse dalla mia vita lasciando intatto
tutto il resto.
Se non stai attenta mi diceva sempre, ci cadi
dentro. A undici, a dodici, a tredici anni entravo
in cucina e restavo china davanti al frigo, a guardare
cosa potevo mangiare. Esaminavo i cibi con
tanta cura solo quando mi sembrava di non correre
rischi, per. Altre volte cercavo di comportarmi
come se non me ne importasse niente, come
se mangiare fosse una seccatura e basta. Ah,
quello! Si mangia? Toh.... Con la testa ficcata nel
frigo, tuttavia, ero un bersaglio perfetto e mentre
lei elencava i miei difetti - il culo che cresceva a
dismisura, le cosce quasi giunoniche, le braccia
che mi sarebbero venute come due mazze da baseball
di ciccia cellulitica se continuavo cos - io
guardavo la lucina del frigorifero e mi dicevo: Non
 che posso traslocare l dentro ? Non  che posso nascondermi
dietro la scatola della ricotta e il succo
d'arancia a base di concentrato? Una volta richiuso
lo sportello, nel frigorifero sarebbe stato tutto
tranquillo; l dentro potevo sparire.
Stavo fissando i milioni di cristalli di ghiaccio
che si erano formati sulle pareti del congelatore e
che ricoprivano con una pelliccia scintillante i due
prosciutti e i medaglioni di carne magra; ma un attimo
dopo qualcos'altro ha catturato il mio
sguardo. Con la coda dell'occhio avevo visto la ciotola
di ceramica azzurra.
Mi  sembrato di sentire mia madre: Signora
Castle, le dispiace metterla di sotto? Magari pu
portare su un'altra cosa.
Sono andata al tavolino da gioco e ho preso la
ciotola. Appese a un gancio sul muro c'erano un
paio di cesoie arrugginite. Ho capovolto la ciotola
sul tavolino e ho picchiato forte col manico delle
cesoie, come fossero un martello. Le schegge d'azzurro
smaltato sono schizzate via e si sono sparse
per terra.
Non potevo fare a pezzi mia madre. Allora sono
tornata da lei e mi sono chinata accanto alla sua
testa. Sono rimasta un attimo l sospesa sopra quel
corpo, poi ho schiuso le coperte intorno al viso.
Ecco i suoi occhi che mi fissavano, cerulei e lattiginosi.
Con le cesoie pronte nella mano destra, ho
tirato fuori la treccia d'argento e l'ho tagliata alla base.
...
.
...
Capitolo quinto.
...
.
...
Con mia madre stesa per terra a neanche un
metro di distanza, ho aperto il vecchio frigorifero
marrone e mi sono messa seduta sull'ultimo gradino
della scala, davanti alla lucina interna che mi
illuminava.
Ho afferrato alla cieca i barattoli di metallo,
senza guardare le etichette stravecchie meticolosamente
punzonate. Ho strappato i coperchi consunti
e li ho scaraventati sul pavimento grezzo
come piatti turbinanti di una batteria. Allora, e
solo allora, davanti alla carta cerata riciclata a oltranza,
mi sono imposta di frenarmi e delicatamente
ho sollevato quel primo strato da ci che
c'era sotto. Ecco le palline al brandy fatte con la ricetta
della mia nonna del Tennessee. E le meringhe
con le noci pecan che profumavano di zucchero di
canna. Avevamo continuato a cucinare insieme
fino alla fine, anche se per la mia linea e per la sua
salute ero costretta ciclicamente a controllare il
congelatore e a buttare i dolci che avevamo preparato,
facendo finta di regalare il contenuto dei barattoli
ai vicini di casa che nei ricordi confusi di
mia madre abitavano ancora nella zona.
Ho preso una meringa e l'ho sbriciolata in
mano; la polvere avana e le noci sminuzzate sono
cadute a terra. Sempre quell'esortazione a prendere
un piatto, a non ingozzarmi come un tacchino,
a misurare peso e massa e immaginarli
aggiunti al mio girovita.
La prima volta che da bambina mi feci venire la
nausea - che me la feci venire di proposito - fu
quando compii otto anni. L'arma prescelta era il
fudge. Ero andata in cucina e metodicamente,
come un soldato che si prendeva altrettanti colpi
in pancia, ne avevo mangiata una pirofila intera.
Ero stata male due giorni e lei si era imbestialita;
mio padre, invece, si era messo a ridere. Tornato a
casa, aveva appeso la giacca sull'attaccapanni
dietro la porta, aveva posato sul tavolino il cappello
al quale cambiava spesso la piccola penna tagliata
che infilava sotto il nastro e a quel punto
aveva guardato in camera da pranzo.
Che ci fai l, tutta sola soletta? mi aveva chiesto.
Io avrei voluto solo stendermi e piagnucolare;
ma ero stata obbligata a restare seduta al tavolo.
 in castigo aveva detto mia madre arrivando
spedita, prendendogli la valigetta. Avevo fatto il
fudge e lei se le mangiato tutto.
Un gesto particolare di mio padre quando si
trovava nell'intimit della casa era quello di togliersi
gli occhiali. La montatura di metallo e plastica
gli stringeva sul naso e lui se li levava
appena rientrava. Per una mezz'ora restava cieco
come una talpa; ma essendo la mezz'ora riservata
all'aperitivo serale, poteva rinunciare all'accuratezza.
Lo stesso aveva fatto quel giorno, come al solito,
ma si era anche messo a ridere, come invece di solito
non faceva, e la risata gli era salita dal profondo.
Nel frattempo aveva agguantato mia madre
e l'aveva baciata forte su una guancia, poi si era
chinato e aveva baciato me sulla fronte, sopra la
frangetta spettinata.
Mio padre lavorava all'impianto Pickering di
trattamento delle acque; misurava i livelli dell'acqua
e analizzava il contenuto delle cisterne locali.
Per lo stesso motivo si recava nelle citt
limitrofe, arrivando fino a Eire.
 un po' come se ti mettessi l a mangiare una
teglia intera di sedimenti mi aveva detto. Si sentirebbe
male chiunque.
Gli avevo chiesto di rimanere con me a parlare
di acqua, delle goccioline che al microscopio
erano luna diversa dall'altra. Senza lenti, i suoi
occhi non mettevano a fuoco nulla e io non riuscivo
a capire fino a che punto fosse cieco o che
cosa vedesse quando mi guardava.
Dallo scantinato sono risalita in cucina tenendo
in pugno la treccia che oscillava. Ho aperto il cassetto
vicino al telefono in cui erano riposti la carta
stagnola e i legacci riciclati e ho trovato una busta
per alimenti con la chiusura a pressione. Ci ho infilato
dentro la treccia, ho chiuso e mi sono guardata
intorno. Sul pavimento erano sparsi i vestiti
di mia madre appallottolati e umidi.
Quando avevo tre anni, un giorno entrai in cucina
e la trovai seduta per terra a gambe larghe. Le
vedevo le mutande ed era la prima volta che capitava.
Stava fissando un mucchietto di farina ai
suoi piedi.
Mamma fa un pasticcio dissi.
Lei si alz, tir gi dal mobile il pacco grande
della farina e se lo strinse al petto. Poi prese una
manciata di farina e la lasci cadere tra le dita
come neve.
Lanciai uno strillo felice e corsi da lei. Mia
madre reag spostandosi un attimo prima che l'abbracciassi.
Gett altra farina dal sacchetto e stavolta
disegn grandi archi in tutta la cucina.
Continuai a inseguirla girando in tondo, strillando
pi forte e ricacciando dentro le risate.
L'inseguimento and avanti finch non inciampai
e caddi. Allora alzai gli occhi un istante a
guardarla: stava vicina al mio seggiolone e rideva.
Notai la farina che aveva sulla fronte e sul mento,
e sulla peluria invisibile delle braccia. Volevo che
venisse da me e mi prendesse in braccio e cos
cacciai un lamento con tutto il fiato che avevo in
corpo.
La mia borsa stava dritta sul tavolo da pranzo.
Ho messo la busta di plastica col suo trofeo d'argento
nello scomparto centrale e ho controllato la
stanza facendo un giro a trecentosessanta gradi
come se mi stessi dimenticando qualcosa. Quando
ho visto il signor Fletcher che mi fissava da una finestra
illuminata, ho avuto un sussulto; ma poi mi
sono resa conto che non cerano luci accese e Fletcher
non stava fissando me, bens lo schermo di un
computer, che gli illuminava il viso di lampi verdi
e azzurri mentre navigava in internet o giocava agli
stessi giochi astrusi del marito di Emily.
Arrivata alla macchina, mi sono girata a guardare
il vialetto di mattoni davanti alla porta d'ingresso.
La spruzzata leggera di polvere bianca che
avevo sul petto e sulle gambe - lo zucchero delle
meringhe con le noci, la farina delle cialde nuziali
messicane - era l'unico indizio del fatto che ero
stata nello scantinato di mia madre.
Avevo voglia di piangere, ma invece mi sono
chiesta dove potevo andare. Dovevo rilassarmi.
Nessuno sapeva tranne Jake. Le presunte prove
che anche altri fossero al corrente - la telefonata a
Avery, l'interrogatorio della Leverton, i bisbigli
della Castle che mi chiamava - non sussistevano.
E nessuno sarebbe entrato in casa senza di me.
Nella mia Saab decrepita con i finestrini alzati
ho posato la borsa sul sedile del passeggero, resistendo
all'impulso di allacciarle la cintura come
fosse un bambino. Ho infilato la chiave, ho messo
in moto e lentamente mi sono allontanata, gobba
sul volante come se nella strada fosse scesa la
nebbia.
Dalla signora Leverton era tutto spento salvo le
luci a tempo che le aveva fatto installare il figlio.
L'orologio sul cruscotto segnava le 20,17. Per una
donna anziana era l'ora di ritirarsi in casa; per un
uomo anziano, evidentemente no. Passando davanti
alla villetta del signor Forrest, l'ho visto che
leggeva in soggiorno. L erano accese tutte le luci.
Forrest non aveva mai amato le tende. E almeno
ai vecchi tempi aveva sempre avuto dei cani. Eccolo
l, mi sono detta, un vecchio vulnerabile alla
merc di ladri e teppistelli.
Avevo sedici anni il giorno in cui a casa sua
avevo visto per la prima volta delle tavole a colori
di donne pi o meno discinte.
Le chiamano muse, Helen mi aveva detto lui
guardandomi, mentre sfogliavo le pagine di un
libro gigantesco intitolato semplicemente Il nudo
femminile. Sono donne che ispirano grandi cose.
E io avevo pensato ai ritratti presenti dovunque in
casa nostra, ritratti di mia madre che sorrideva accattivante
all'obiettivo, fasciata in busti fuori moda
o in diafane sottovesti trasparenti.
Il tragitto di mezz'ora da casa sua mi aveva
sempre dato una scusa per chiacchierare. Certa
gente parla con s stessa in casa davanti a uno
specchio, per prepararsi a chiedere un aumento o
a intraprendere qualche attivit tesa a un miglioramento
personale. Io avevo sempre parlato con
me stessa soprattutto in macchina, nelle vie secondarie
che da Phoenixville portano alla mia villetta
finto-coloniale di Frazer. Il punto che idealmente,
se non fisicamente, segnava la met del tragitto era
un fiumiciattolo, il Pickering Creek, e il ponticello
a una corsia che lo attraversava.
La sera che ho ucciso mia madre mi sono messa
a canticchiare sottovoce, nel tentativo di creare
una sorta di rumore bianco fra me e il mio gesto.
Continuavo a dirmi: non sei cattiva, non sei cattiva,
non sei cattiva e stringevo pi forte il volante
per comprimere il sangue che mi pulsava nei polpastrelli.
Al Pickering Creek ho aspettato che passasse una
Toyota sgangherata. Poi, mentre attraversavo
adagio il ponticello, la macchina ha sbandato appena
sulla strada rappezzata e mi  sembrato che i
fari sorprendessero qualcosa che si muoveva fra i
ruderi di pietra calcarea all'altro capo del ponte; pareva
un uomo che stesse ballando sulle rocce scure,
illuminato, e sotto i vestiti ho avuto un brivido.
Dall'altro lato del fiumiciattolo gli alberi erano
pi sottili e fitti e di giorno si sforzavano di prendere
un po' di sole attraverso il denso fogliame
delle cime. Una decina d'anni fa le squadre di
operai addetti allo scavo delle fondamenta divennero
una presenza consueta in questa zona e io ci
passavo spesso per vedere come radevano al suolo
le cento e pi giovani betulle. Mi rincresce dire che
la casa di Natalie, a met strada fra quella di mia
madre e la mia, era una delle anonime villone costruite
in serie con quel bosco, che da quel bosco
gridava con le sue finte torrette da libro di fiabe e
una porta d'ingresso alta quattro metri e mezzo.
Natalie e l'ormai trentenne Hamish abitavano
in quella reggia di marzapane da otto anni, cio da
quando Natalie aveva vinto la causa contro il fabbricante
che aveva fornito le gomme del camion a
suo marito. Questo si era fermato sul ponte Pickering
per un duello all'ultimo sguardo con un'auto
e quando alla fine aveva dato gas, una gomma davanti
era scoppiata, l'assale si era spezzato e lui era
stato catapultato fuori dal parabrezza, andando a
sbattere la testa sul vecchio ponte di pietra che
stava cadendo a pezzi da pi di un secolo. Era
morto sul colpo.
Attraverso la cortina di alberelli dalla scorza
bianca ricresciuti dopo che l'impresa edile aveva
levato le tende, ho visto Hamish steso sul vialetto
d'accesso sotto una delle sue tante macchine faticosamente
sorretta da un cric e una lampada da
officina appesa al parafango. Ho rallentato, mi
sono fermata. Poi, senza riflettere un attimo su
cosa avrei detto a Natalie, ho imboccato il vialetto,
lasciandomi alle spalle la strada vuota. Sembrava
che stessi facendo di proposito quello che
Jake mi aveva detto di non fare; ma era pi forte
di me.
Vedendo le mie luci mescolarsi al bagliore della
sua lampada, Hamish  uscito da sotto l'auto
guasta sul carrello da meccanico e mi ha fatto
segno di spegnerle.
Ho spento il motore e sono scesa, ma dopo
qualche passo sulla ghiaia del vialetto le gambe
non mi reggevano pi.
Lui si  avvicinato e si  tolto i capelli dal viso
con uno scatto della testa.
Mamma  uscita mi ha detto.
Non avevo mai smesso di pensare a Hamish
come al bambino che giocava con Emily nella
sabbiera del parco in fondo alla mia strada. Hamish
s'affretta a restare al palo aveva detto Natalie
negli anni successivi alla morte di Hamish
senior. Pareva contenta. Come se avesse perso un
Hamish, ma non avesse dubbi che l'altro sarebbe
rimasto.
Dove andata?.
 uscita con uno ha risposto lui sorridendo.
Aveva i denti smaglianti come i riflettori di uno
stadio. Natalie mi aveva detto che se li sbiancava
ogni sei mesi.
Non sapevo se fosse pi strano il fatto che mi
trovavo davanti alla casa della mia amica storica
dopo aver ucciso mia madre o che la mia amica
storica fosse uscita con un uomo senza dirmelo.
Mi sono appena ricordato che dovevo mantenere
il segreto ha aggiunto Hamish. Non glielo
dire, Helen. Non voglio farla arrabbiare.
Non c' problema ho risposto con tre parole
ridicole che avevo preso in prestito da un amministratore
del Westmore originario dell'Australia.
Era una frasetta che andava bene per tutto: La
fornace  scoppiata. Non c' problema. Annullo
la lezione di disegno dal vero di gioved.
Non c' problema. Ho assassinato mia madre,
che in questo momento si sta gi decomponendo.
Dico sul serio, Hel ha ribadito Hamish. Aveva
preso l'abitudine dei soprannomi all'Accademia militare
di Valley Forge, dove il padre l'aveva costretto
ad andare per irrobustire la sua fibra morale.
Hamish, non mi sento tanto bene gli ho detto.
Mi devo sedere.
Ho riaperto la portiera e mi sono seduta di traverso,
con i piedi sulla ghiaia, puntellando i gomiti
sulle ginocchia.
Hamish mi si  accovacciato accanto. Che ti
senti? mi ha chiesto. Vuoi che chiami mamma?.
La luce della lampada illuminava da sotto la
portiera ci che poggiava al suolo. Ho visto le
scarpe di Hamish nella polvere e le mie scarpe da
jazz tutte luride. Piano piano, sotto gli occhi di Hamish,
me le sono sfilate con le dita dei piedi, ripensando
a quella volta che nello scantinato mi
aveva posato una mano sulla guancia.
Ti stendi sopra di me? gli ho chiesto.
Come?.
Ho guardato il suo bellissimo viso prematuramente
segnato, le efelidi sparse sul naso e sugli zigomi
per il troppo sole, i denti di un bianco
sfolgorante.
Ti fidi di me, vero? gli ho detto.
Certo.
Non mi sono soffermata a chiedermi che
aspetto avevo. Mi sono alzata e lui ha fatto altrettanto.
Ho aperto la portiera e sono salita carponi
sul sedile posteriore.
Entra.
Mi  venuta in mente mia madre sul cemento
freddo dello scantinato. Mi sono sdraiata con i
piedi che penzolavano fuori. Hamish  salito, ma
si  seduto sul bordo lasciandosi la portiera aperta
alle spalle.
Non ho capito bene com' questa cosa.
Ho freddo gli ho detto. Voglio solo sentirti
sopra di me.
Me lo volevo scopare.
Ho chiuso gli occhi e ho aspettato. Un attimo
dopo, l'ho sentito che con cautela - con troppa
cautela - stendeva il corpo sopra il mio. Si reggeva
al sedile e teneva ancora quasi tutto il peso a terra.
Non ho capito cosa vuoi.
Ti voglio tutto sopra di me ho risposto aprendo
gli occhi.
Cristo ha detto lui, mi si .... Anzich terminare
la frase, ha gettato un'occhiata ai pantaloni.
Appoggiati con tutto il peso gli ho detto. Non
ti preoccupare.
E allora, in un istante, mi sono ritrovata l'intero
suo corpo - quanti saranno stati, ottantacinque,
novanta chili? - steso su di me, pressante.
Mi sono sentita addosso la sua erezione, le punte
dei piedi che urtavano contro i suoi stinchi, il suo
viso alla mia destra, il suo orecchio un tunnel di
conchiglia accanto al mio. Ho pensato al telefono
nella cucina di mia madre. Quante volte aveva
squillato prima di tacere?
Ho fatto correre la destra sul suo fianco fino all'orlo
della maglietta, poi l'ho infilata sotto, sulla
sua pelle nuda. Accanto a me Hamish ha grugnito,
un animale che aspettava di essere toccato. Da ragazzina
Sarah si era presa una sbandata per lui.
Possiamo fare tutto ho detto.
 stato come se avessi girato una chiave. Hamish
ha alzato la testa; aveva uno sguardo trasognato
e distante che non gli avevo mai visto.
Certo, piccola mi ha detto in un sussurro e io
ho tentato di non udire il tono della sua voce. Il
tono che usava con le donne che avevo visto filare
via sul sellino della sua moto, avvinghiate al suo
petto e alle sue gambe fasciati di kevlar, sfoggiando
calzoncini assurdi. Ho provato a immaginarmi
aggrappata a lui. Hamish mi aveva invitato
pi di una volta a farlo, ma avevo sempre declinato.
 cotto di te aveva detto Natalie una volta;
poi ce n'eravamo andate ridendo a un'impietosa
lezione di ginnastica, mentre lui si allontanava
nella direzione opposta sul suo bolide giapponese.
Hamish aveva le labbra pendule, giovani, buffe.
Ho allungato un braccio e gli ho avvicinato la testa
per baciarle. Cominciavo a risentire del suo peso,
delle sue ossa contro le mie. Avrei preferito che
fosse successo in maniera diversa, avrei preferito
scoparmi il figlio della mia pi cara amica senza
essere costretta a rendermene conto. Ma dal momento
che pensando non approdavo a nulla, mi
sono lanciata, con decisione. La moralit era solo
un paravento di sicurezza che in realt non esisteva.
Niente di ci che avevo fatto e di ci che
stavo facendo mi avrebbe spinto pericolosamente
sull'orlo del precipizio: a quel punto avevo gi
spiccato il salto.
Gli ho tirato su la camicia e lui se l' sfilata dalla
testa, staccandosi da me un istante. Con quel torace
scolpito e muscoloso era bellissimo; ma la sua
bellezza dipendeva molto dalla sua et e dal fatto
che aveva ancora una vita intera davanti. Ho provato
una fitta di rimpianto.
Mi sono sbottonata i pantaloni distogliendo lo
sguardo dal suo viso. Lui si  affrettato ad aiutarmi
ma nel tentativo ha sbattuto la testa contro lo
sportello. Un rumore sordo orribile. Mi  tornata
in mente la signora Leverton, che sei mesi prima
era caduta davanti casa sua e aveva chiamato mia
madre al di l della siepe perch chiedesse aiuto.
Le nemiche avevano momentaneamente fatto
lega; desideravano con tutte le forze poter continuare
a vivere per conto loro, ognuna in casa sua.
La Leverton mi considerava una degenerata,
una moglie fallita che posava nuda per sbarcare il
lunario; nello stesso tempo invidiava mia madre, e
per un motivo molto concreto. La signora aveva un
figlio che voleva fare tutto per lei; ma questo tutto
significava metterla in una casa di riposo con un
costoso piano assistenziale. Significava spianarle
la strada verso la morte a suon di soldi. Il figlio era
pronto a lastricarle d'oro la via per la tomba,
mentre lei voleva solo poter morire in casa sua.
Ges ha esclamato Hamish massaggiandosi
la testa. I miei pantaloni stavano facendo la muffa
intorno alle caviglie e l'immediatezza sembrava
ancora una volta messa a rischio.
Mi sono morsa un labbro. Mi sono dimenata.
Scopami ho detto, sperando che nessun Dio
stesse guardando.
Questo l'ha risvegliato. Mi ha guardata negli
occhi. Caspita ha detto e con uno strattone finale
ha gettato i miei pantaloni sulla ghiaia.
Quando mi ha strappato di dosso le mutande, mi
sono irrigidita; non che fossero a vita alta, o trasparenti,
o vecchie come la carta fatta a mano, ma
quel suo spogliarmi rasentava troppo ci che a
mia volta avevo appena fatto a mia madre. Di
slancio mi sono sollevata e ho allungato una mano
ad afferrargli il pene che era spuntato da sotto l'elastico
dei suoi slip.
Ho tirato Hamish verso il basso e mentre mugolava
di piacere ho allargato le gambe e mi sono
avvinghiata al suo corpo. Oh cazzo, oh cazzo, oh
cazzo ha piagnucolato lui. Sono rimasta l incredula:
mi aveva eiaculato sulla pancia. Le mie dita,
appiccicose e furibonde, hanno strizzato. Ahi ha
esclamato lui mettendomi una mano sul polso.
Lascia.
Poi si  girato, schiacciandomi poco piacevolmente
un ginocchio con il culo, e si  seduto con
le gambe piegate ad angolo sopra le mie. Mi  arrivato
alle narici il lezzo fetido del sedile, dove l'odore
fresco delle verdure del mercato si mischiava
con quello umido della mia vecchia borsa della palestra.
Porca miseria, scusa ha detto Hamish.
Questa cosa mi ha un po' travolto.
Sono rimasta distesa. All'improvviso ero nello
scantinato accanto a mia madre. La signora Leverton
stava scendendo le scale con gli After Eight
sistemati decorativamente a cerchio su un vecchio
vassoio smaltato; in cucina squillava il telefono e
Manny era al piano di sopra che lasciava cadere
preservativi come se piovesse.
Ti va di portarmi a Limerick? gli ho chiesto
come se volessi farmi ricoverare in un manicomio
dietro la collina. Non avevo voglia di guardarlo. Non
avevo voglia di vedere il suo viso. Allora ho guardato
lo schienale del sedile davanti e ho provato a ricordare
come si era fatto lo strappo a sette nella fodera.
Anche se spinto da una vergogna inutile, Hamish
 stato gentile. Vuoi lavarti?.
No, resto qui.
Mi sono accorta che voleva aggiungere qualcosa
ma si tratteneva. Ti porto un asciugamano ha
detto, e io ho annuito un po' per l'asciugamano, un
po' per farlo andare via, almeno per il momento.
Sono rimasta sdraiata sul sedile ad ascoltare i
rumori della notte, pensando a quando a Madison
scopavo con Jake nel Maggiolino Volkswagen.
Avery veniva a tenerci le bambine e noi andavamo
in un punto buio ai margini della citt universitaria
e facevamo l'amore lasciando la radio accesa
a volume basso.
Avrei voluto guardare il cielo, ma avevo gli occhi
puntati sul soffitto a wafer della Saab. L'aria fresca
notturna si  intrufolata dallo sportello aperto ai
miei piedi e con un brivido ho tirato su le gambe e
mi sono rannicchiata in posizione fetale verso lo
schienale del sedile dov'era la borsa che custodiva
la treccia di mia madre.
Una volta avevo letto un giallo che Sarah aveva
lasciato a casa, ispirato a un delitto realmente accaduto.
Parlava di un serial killer di nome Arthur
Shawcross e il particolare pi vivido del racconto
secondo me era il ritratto di una donna che Shawcross
ovviamente avrebbe voluto uccidere, ma che
era troppo intelligente per lui. Bench anziana per
il mestiere, la donna si faceva ancora di speedball
e dopo che Shawcross aveva tentato di strangolarla
in macchina mentre la violentava, si era sballata
per tre giorni di seguito. Lui era il tipo che
rimorchiava le prostitute, le portava in un posto
deserto e non riuscendo a concludere le ammazzava.
Ma lei aveva saputo parlargli; si era messa in
maniera che le mani di lui, stringendole il collo,
non avessero la forza necessaria a frantumarle la
trachea. E si era resa conto che la propria sopravvivenza
era strettamente legata al fatto che lui riuscisse
a eiaculare. C'erano volute ore, o almeno
cos aveva detto la donna, ed era stato arduo, ma
alla fine Shawcross le era stato cos grato che non
l'aveva uccisa, anzi, l'aveva riportata al posto dove
l'aveva fatta salire.
Come fai a leggere una roba del genere? avevo
chiesto a Sarah al telefono, brandendo il libro - che
avevo finito in una notte - come se potesse vedermi.
 roba vera mi aveva risposto lei. Non ci
sono scritte cazzate.
Hamish  tornato che profumava di Obsession
for Men di Calvin Klein e riconoscere l'odore mi
ha messo in imbarazzo. Si  infilato dietro e mi ha
porto un asciugamanetto blu. L'ho guardato inorridita
senza prenderlo.
Niente paura ha detto lui. Sono buono.
Sul suo viso  ricomparsa un'espressione perplessa;
ma anzich farmi domande, tutta un tratto
mi ha sorriso.
Ti piace averlo addosso.
Hamish gli ho risposto, sbrigandomi a uscire
per recuperare pantaloni e biancheria, non devi
mica farmi vomitare.
Ci vai gi pesante ha commentato lui.
Voglio dire, resto pur sempre l'amica di tua
madre e le tue battute da seduttore sono calibrate
per donne con la met dei miei anni.
Se ci arrivano.
Touch ho detto io mentre mi infilavo le
scarpe, tirando su la lampo dei pantaloni.
Ammetterai che di solito abbiamo un rapporto
un po' diverso.
Passa dall'altra parte, che guido io gli ho
detto. Andiamo con la mia.
Grande. Mamma fa sempre guidare me.
Al volante, ho tolto la borsa dal sedile accanto e
me la sono messa vicina. Rivedevo Hamish a otto
anni che correva verso la mia macchina con un
sorriso entusiasta stampato sul viso; si era innamorato
di Emily fin dalla prima volta che si erano
visti, a due anni. Dal finestrino ho guardato
l'uomo fatto che mi ero quasi scopata, mentre girava
intorno all'auto e apriva lo sportello del passeggero.
Ormai non sapevo pi chi ero n di che
cosa ero capace.
Lui si  infilato dentro e mi ha dato un bacio
sulla guancia.
Allacciati la cintura gli ho detto, con la colonna
irrigidita contro il sedile pallido e morbido.
Sono uscita dal vialetto a marcia indietro; la
ghiaia crocchiava sotto le ruote. Era stato il passeggino
di Leo a fare quello strappo nello schienale
del sedile. Mi ero affannata a infilarlo in
macchina il giorno che mia madre aveva fatto cadere
il bambino, per dimostrare a Emily che ero in
grado di affrontare la situazione; intanto lei sul
marciapiede si stringeva Leo al petto gridando:
Non fa niente, mamma! Lascia stare! Lascia
stare!, e quando alla fine ci ero riuscita avevo richiuso
la portiera sbattendola. In macchina mi ero
voltata e avevo visto una macchiolina di sangue filtrare
dal berrettino azzurro di Leo. Quando avevo
telefonato ai miei per annunciare che ero rimasta
incinta per la seconda volta, mia madre aveva fatto
uno sbadiglio esagerato e aveva detto: Ma non ti
sei ancora stufata?.
Con chi  uscita Natalie? ho chiesto a Hamish
mentre mi allontanavo.
Cavolo, non mi costringere a dirlo.
In realt non volevo parlare di quello che era
successo fra noi. Okay, allora vogliamo parlare di
tuo padre? Sei mai felice al pensiero che sia
morto?.
Accidenti, Hel, ma che ti prende? Scusa per
prima, per adesso rilassati, okay? Io voglio farti
sentire bene.
Scusa,  che sono appena stata da mia madre.
Ah.
Era universalmente noto che tra me e mia madre
cerano problemi, che io l'accudivo per dovere. Ma
adesso avevo fatto una stupidaggine, me ne rendevo
conto: avevo informato Hamish dei miei spostamenti.
Ero una pessima delinquente e lui un
pessimo scopatore. Facevamo una coppia perfetta.
Io e mamma invece stiamo bene ha detto Hamish.
Andiamo d'accordo e la convivenza funziona.
Con pap era pi tosto.
Non devi sentirti in obbligo gli ho detto, presa
dai sensi di colpa.
Se vuoi ti racconto.
L mi sono ricordata che da piccolo Hamish si
lasciava schiavizzare da Emily e che a poco a poco
Emily aveva cominciato ad approfittarne in un
modo che non mi piaceva. Adesso era ancora lo
stesso ragazzino di allora; mi avrebbe detto quello
che volevo sapere cos come all'epoca cedeva
sempre i suoi giocattoli a mia figlia o l'accontentava
portandole un secchiello di sabbia dopo
l'altro per costruire dei castelli alla Barbie. Io e Natalie
non avevamo coltivato a lungo l'illusione che
quei due da grandi si sarebbero sposati; a un tratto
ci eravamo rese conto che nessuna di noi sapeva
quale fosse il segreto per far riuscire un matrimonio.
Tu sai che io e tuo padre non andavamo d'accordo
gli ho detto.
Ci eravamo allontanati dalla zona delle villone
immerse fra le betulle e stavamo attraversando la
terra di nessuno piena di magazzini e squallide
sale ricreative costruite negli anni Cinquanta.
Conoscendoti, non  strano ha detto Hamish
guardando davanti a s.
Come come?.
Visto che per te andare d'accordo il pi delle
volte significa fare finta di non vedermi....
Io non ho mai fatto finta di non vederti.
Lo so cosa pensi di me.
E cio?.
Che sono uno scansafatiche. Che sono un peso
per mamma. Cose cos.
Sono rimasta in silenzio. Era tutto vero. Sono
uscita da Phoenixville Pike e ho preso Moorehall
Road. Stavo facendo il giro lungo.
Sono proprio stronza, eh?.
Hamish s' messo a ridere. Sai una cosa? Certe
volte ti riesce proprio bene.
Davanti al parcheggio del Mabry's Grill ho rallentato
per controllare se c'era la macchina di Natalie.
 venuto a prenderla con una Toyota 4x4 ha
detto lui. Mi sono schiarita la gola e ho messo la
freccia per svoltare a Yellow Springs.
Mio padre era tremendo sotto tanti punti di
vista ha proseguito. Le urla fra di loro e le liti fra
me e lui non mi mancano proprio. Mio padre mi
odiava.
Sarebbe stato il momento di dirgli: No, non 
vero oppure: Ma figurati, per non volevo. Magari
un corso di sesso tantrico gli avrebbe giovato;
ma a parte tutto, Hamish si rendeva conto della
realt delle cose.
Anche se a me non vuole dirlo, mamma  contenta
ha aggiunto. Il grande sogno di pap era di
tornare in Scozia, prima o poi.
Come fa tua madre ad abitare ancora cos vicino
al ponte?.
Te lo dico io ha risposto Hamish. Secondo
me  perch vuole essere presente casomai lo spirito
di pap tornasse su da Pickering Creek. Cos
pu prenderlo a mazzate in testa.
 la stessa cosa che provo io con mia madre.
Lo so ha detto Hamish, allungando una mano
per sfiorarmi i capelli.
Quanto ci avrebbe messo Jake ad arrivare in
Pennsylvania? Erano circa cinque ore di volo,
forse di pi. Eppoi veniva da Santa Barbara, non
da Los Angeles o da San Francisco. Cerano troppe
cose che non sapevo. Avrei voluto raccontare a Hamish
che lo stesso pomeriggio in cui aveva conosciuto
mia madre, Jake mi aveva chiesto: Perch
non mi hai detto che era matta?. Per me era stato
come se si fosse aperto un sipario su un mondo pi
grande, l'inizio del profondo distacco fra l'amore
per Jake e l'amore per mia madre, una forza che se
non mi fossi opposta mi avrebbe distrutto.
Mamma l'ha conosciuto su internet, il tizio con
cui  uscita ha detto Hamish.  il titolare di
un'impresa di costruzioni a Downingtown.
Ma di.
Il suo timore era che tu l'avresti giudicata. Mi
sa che vuole risposarsi.
Abbiamo superato le cave di ghiaia e un paio di
fabbricati bassi dove non avevo mai visto n entrare
n uscire nessuno da quando abitavo nella
valle; sull'esterno ondulato e senza finestre campeggiavano
due grandi V e tutt'intorno c'era una
recinzione elettrica.
Ti ricordi? ho chiesto a Hamish indicando
con la testa i fabbricati.
Volevo entrarci solo perch ci tenevano fuori
mi ha risposto. Non avrei rubato niente.
Una Toyota 4x4, dici.
Come? Helen che giudica? Ma no, Helen non
giudica mai. A lei va bene tutto!.
Stronza, eh?.
Di prima categoria.
E cosa vuoi di pi dalla vita? ho detto ridendo.
Per quello pap mi aveva mandato a Valley
Forge ha aggiunto lui dopo una pausa. Allora il
mio cuore ha rivisto Hamish nei suoi anni pi difficili,
quando pi volte aveva tentato di compiacere
il padre senza mai riuscirci. Quando una sera
erano venuti a cena da me e lui si era sentito in dovere
di mettersi seduto sull'orlo della sedia come
fanno i soldati veri, aveva detto, passando raggiante
le costolette d'agnello a Emily. Tu non sei
mica un soldato vero aveva commentato il padre,
ammucchiando sul piatto la gelatina di menta, e
sulla tavola era sceso un silenzio imbarazzato.
Dopo le Industrie Vanguard cerano i resti di
una cittadina fondata negli anni precedenti la
guerra d'indipendenza e poi ampliata sporadicamente
fino alla fine dell'Ottocento. Restavano solo
sette costruzioni, tutte da un lato della strada; gli
edifici sul lato opposto erano stati spazzati via
dallo stesso ciclone che aveva portato alla luce il
grosso giacimento di ghiaia da cui era nata la cava
di Lapling.
L'abbiamo attraversata a passo lento, anche se
era tutto chiuso. Il negozio di generi vari con annessa
taverna che serviva solo birra Schlitz era ancora
attivo, ma aveva staccato alle otto. Dietro i
vetri ho visto le luci basse sul bancone e Nick
Stolfuz - mio coetaneo e unico figlio del proprietario
- che lavava per terra.
All'angolo di una locanda sprangata che si chiamava
Ironsmith Inn ho sterzato a destra, con una
scioltezza che avevo acquisito nel corso di anni
passati a fare e rifare le stesse scorciatoie quasi invisibili.
Era stato durante una passeggiata in macchina
con Natalie, in un lungo e umido pomeriggio all'inizio
degli anni Ottanta, che avevo scoperto la veduta
della centrale nucleare di Limerick. In quei
giorni ero andata a trovare i miei con Emily; Sarah
era rimasta a Madison con Jake.
Ogni volta che tornavo in Pennsylvania dal Wisconsin,
telefonavo a Natalie e insieme ce ne andavamo
a fare lunghi giri in cui nessuna delle due
parlava. Era il nostro modo di stare sole senza essere
sole e ci dava un pretesto giustificabile agli
occhi di mia madre, di Jake e del marito di Natalie
per poterci allontanare un po' dal tumulto emotivo
benevolmente etichettato come "vita domestica.
Partivamo con il proposito di perderci insieme e
finivamo in fondo a vecchie strade poderali senza
uscita che non venivano usate da anni, o in qualche
isolato camposanto senza chiesa, dove i piedi sprofondavano
nei vuoti d'aria lasciati dagli unici visitatori
assidui: le talpe. Una volta scese dalla
macchina, era facile che ci separassimo, confidando
di ritrovarci pi tardi. Se andavo a cercarla
io, magari arrivavo alle spalle di un castagno stecchito
e la sentivo piangere. In quei momenti, le
corde dell'educazione che avevo ricevuto mi tiravano
indietro; i suoi dettami non prevedevano che
dovessi abbracciare, consolare o entrare a far parte
della famiglia di un'altra persona. Prevedevano che
mantenessi le distanze.
Passando davanti a pollai e terreni bui sono arrivata
alla vecchia galleria con la chiave di volta che
divideva la pseudocittadina dai vasti campi coltivati
e dal complesso residenziale che stava sorgendo pi
avanti. Hamish si era addormentato; la testa gli ballonzolava
sullo stelo del collo e non vedevo il motivo
di disturbarlo. Quello di giudicare Natalie
come faceva mia madre con me, avrei voluto dirgli,
era solo il mio modo a cavolo di dimostrarle il mio
affetto. Avevo tentato di tradurre quel linguaggio da
quando ero nata e adesso mi rendevo conto che lo
parlavo correntemente. Quand' che una persona
arriva a capire che nel DNA portiamo intessuti tanto
il diabete o la densit ossea dei nostri consanguinei
quanto le loro deformit relazionali?
Nell'ultima decina d'anni, Hamish era andato a
casa di mia madre per sbrigare vari lavoretti. Dopo,
qualunque cosa avesse fatto - che le avesse installato
un sistema di irrigazione per le siepi e per l'edera
lungo il marciapiede o, come capit una volta,
che si fosse infilato in un passo d'uomo strettissimo
per salvare un gatto inselvatichito - mia
madre lo aveva sempre ricompensato con qualcosa
da mangiare. Quando arrivavo al pomeriggio per
vedere com'era andata, lo trovavo sempre seduto a
tavola, circondato da quei barattoli di dolci che
rappresentavano la sua merce di contrabbando.
Una volta che mia madre era tornata in cucina
a prendermi un'altra tazza di t - controvoglia,
sembrava - Hamish aveva notato la mia espressione.
Mi ha detto che hai avuto problemi di peso.
E mi aveva allungato la scatola di fudge, che con
l'invecchiare di mia madre, ormai assistita da me
ai fornelli, veniva tutto granuloso.
No, grazie, Hamish gli avevo detto.
Buon per me! aveva risposto lui ficcandosene
in bocca un quadratino intero, e mi aveva strizzato
l'occhio.
Quando erano piccole, avevo portato le mie figlie
a varie festicciole al di l della galleria. Restavo
in cucina con le altre mamme e intanto mi
chiedevo quale diabolica mente collettiva avesse
inventato un gioco come quello in cui i bimbi rimbalzavano
su dei palloncini finch ognuno non
rompeva il suo, cadeva per terra e subito correva
in un posto prestabilito a farsi rovesciare addosso
una pioggia di caramelle. Una volta ero stata richiamata
nel cuore della notte dalla voce spiccia
di un'altra mamma: durante una festa con pernottamento,
Emily aveva fatto la pip a letto. Ero andata
a riprenderla e l'avevo trovata seduta da sola
nell'ingresso, sul tappetino di gomma del cane,
con i capelli sporchi di marmellata. Se Emily pisciava,
Sarah picchiava, dava calci e chiamava gli
altri bambini ciccioni coglioni", "bambocci e
porci bastardi, il suo epiteto preferito. Quelle ragazze
mi facevano pensare a due calamite polarizzate.
Guardando Hamish, mi sono sorpresa a riflettere
perplessa su un uomo che aveva deciso di non
andarsene via da casa. Mi sembrava una scelta
poco saggia; eppure, in definitiva era la stessa che
avevo fatto io.
L'automobile  arrivata sulla cima dell'ultima
collina e a quel punto abbiamo dominato dall'alto
le case dove Sarah si era procurata una cicatrice
sulla fronte grazie alle unghie profonde di Peter
Harper e dove Emily aveva dato il suo primo bacio
sul divano a quadri marroni di un sassofonista del
liceo. Ho spento i fari e adagio, al buio, mi sono
accostata al ciglio della strada. Ho spento il motore.
La testa di Hamish  crollata all'indietro; i
suoi occhi hanno avuto un guizzo, poi si sono richiusi.
Le torri della centrale nucleare di Limerick, illuminate
in lontananza, erano diventate subito
una presenza sinistra. Tanta energia imprigionata.
Grandi mammelle bianche tagliate che si aprivano
come crateri.
Sono rimasta seduta in macchina con Hamish
addormentato a guardare le onde dei campi coltivati
e le cime degli alberi illuminate dalle luci delle
torri. Con Natalie ci eravamo dette di fare un'escursione
alla centrale per vedere fin dove riuscivamo
ad avvicinarci, ma il piano non si era mai
realizzato. Era come se tacitamente fossimo
giunte alla conclusione che era meglio quell'immagine
lontana, che la realt poteva solo risultare
deludente. Quella veduta l'avevamo sempre chiamata
"il futuro che non  futuro.
Quando avevo scoperto di essere incinta di
Emily, avevo telefonato a mio padre in ufficio. Per
le analisi del sangue ero stata al centro sanitario
studentesco di Madison. L'infermiera che aveva
chiamato per darmi i risultati mi aveva anche consigliato
di iscrivermi al corso sul controllo delle
nascite. Mi ero seduta in cerchio insieme ad altre
ragazze, alcune incinte e altre che l'avevano scampata
per un soffio, e avevo scoperto di essere l'unica
sorridente. Io lo desideravo quel bambino, o
quella bambina, quella creatura che portavo
dentro e che era un po' Jake e un po' me.
Non tutti vogliono un figlio cos giovani mi
disse mio padre. Io sono felice sul serio, Helen.
Ma Jake?.
Jake, seduto al nostro tavolo da pranzo traballante,
mi offr silenzioso il suo sostegno morale.
Anche lui.
E cosa vorresti? mi aveva chiesto pap. Un
maschio o una femmina?.
Non importa. Ci ho pensato, ma l'uno o l'altra
 uguale.
Allora, egoisticamente parlando, ti dir che mi
piacerebbe tanto una nipotina. Sarebbe come se
venisse a trovarci una piccola Helen.
Poi fu il momento di chiamare mia madre.
Quando telefonai a casa, sentii in sottofondo la
kyw, una radio d'informazione che mamma ascoltava
tutto il giorno: notizie di omicidi, incendi,
casi di morti particolari.
Beh, adesso sei contenta? mi fece lei.
Come?.
Lo sai benissimo. Cos ti rovini la vita. Mandi
tutto a puttane.
Guardai Jake allibita.
Mamma?.
Che c'?.
Avr un figlio.
E mica ti danno un premio ribatt lei.
Vedendo la mia espressione, Jake si alz e mi
prese il telefono di mano.
Signora Knightly disse, non  una notizia eccezionale?
Io sono felicissimo all'idea di diventare
padre.
Mi sedetti al suo posto e lo guardai meravigliata.
Ero entrata nello stato confusionale in cui mia
madre riusciva spesso a spedirmi, ma intuivo che
se avessi guardato il suo viso e ascoltato la sua
voce sarei tornata nel mondo nuovo che io e lui
avevamo creato. Un mondo che non era dominato
da mia madre.
Quasi otto anni dopo, cercai di nuovo mio
padre. Ero gi a Phoenixville, ma quando chiamai
mia madre non glielo dissi; non volevo vederla
prima di aver parlato con lui.
Un collega aveva detto a pap che le spese di
manutenzione alla parrocchia di St. Paul, la
chiesa cattolica del quartiere, erano sempre pi
alte e lui aveva lanciato l'idea che la sagrestia prendesse
delle pecore; con tutte quelle file irregolari
di vecchie lapidi che spuntavano fuori dappertutto,
le pecore potevano tenere a bada l'erba meglio
di qualsiasi tosatrice, disse, e a masticare
erano precise. Non ci vogliono nemmeno le cesoie.
Poi si era addirittura offerto di occuparsene
quando poteva, pur non avendo nessun legame
con la chiesa.
Io e le bambine ci andammo passando dal parcheggio
della parrocchia. Tenevo Sarah in braccio
anche se a Madison le avevo detto che a quattro
anni era troppo grande per farsi portare dalla
mamma. Ed Emily sorrise l per la prima volta da
quando le avevo prese e infilate nel Maggiolino insieme
a tre valigie.
Nonno! strill. Quando arrivammo al muretto
del camposanto, Sarah mi scivol gi lungo
il fianco. Mio padre, vedendoci, abbandon il rastrello.
Mentre Emily si arrampicava sui gradini
che usavano una volta per montare a cavallo, sollevai
Sarah e la depositai al di l del muretto vicino
alla sorella.
Fatte le presentazioni con le pecore - Sally, Edith
e Phyllis - pap mostr alle bambine come le accudiva
pulendo l'ovile di legno, riempiendo le ciotole
d'acqua e foraggio, e parl con Emily di un bullo di
cui lei aveva paura. Dopodich tutte e due le bambine
se ne andarono contente a giocare fra le tombe.
Io e pap cominciammo a camminare.
Ti si legge in faccia mi disse a bassa voce
mentre uscivamo dal vecchio camposanto ed entravamo
nella parte nuova del cimitero; in quella
zona la manutenzione delle lapidi a terra era affidata
alle tosatrici, non alle pecore.
Stiamo divorziando.
Senza parlare, ci sedemmo su una panchina di
marmo bianco donata da una famiglia che aveva
perso tre dei suoi componenti in un incidente
d'auto.
Restammo un attimo in silenzio, poi mi misi a
piangere.
Penso sempre a quanta vita c' in un cimitero
disse mio padre. Erba e fiori crescono meglio qui
che in qualunque altro posto.
Appoggiai la testa sulla sua spalla. Con Jake
avevo scoperto un'affettuosit che sapevo mi sarebbe
mancata e infatti avvertii quasi subito il
disagio di mio padre. Con uno spostamento lievissimo
pap si volt. Allora mi tirai su.
Hai visto tua madre? mi chiese.
Non ce la facevo. L'ho chiamata da una cabina
e lei m'ha detto dov'eri.
Che intenzioni hai? Di tornare a casa?.
Mi piacerebbe stare vicino a voi dissi, ma mi
sa che le bambine avranno bisogno....
Certo disse mio padre, certo.
Vedevo su di lui il lavorio mentale che avevo
sperato e mi torn in mente il piccolo orologio con
la cassa di vetro che teneva sul com, quando da
bambina guardavo affascinata gli ingranaggi d'ottone
che si muovevano fra i quattro vetri molati.
Il signor Forrest ha un amico che fa l'agente
immobiliare mi disse alla fine. Vicino a dove
avevamo cercato con tua madre c' un complesso
nuovo. Belle casette semplici a due piani.
Ma....
Te la regalo io. E mi diede qualche pacca affettuosa
sulla mano.
Io mi alzai e mi sistemai la gonna. Il viaggio dal
Wisconsin era stato lungo e caldissimo. Afflitta dai
sensi di colpa, lo guardai mentre si allontanava
verso il camposanto per raggiungere le nipoti. Non
volevo diventare come mia madre. Non volevo dipendere da lui.
...
.
...
Capitolo sesto.
...
.
...
Non ricordo quando Hamish si  finalmente
scosso dal torpore. In quel lasso di tempo ero rimasta
al buio a guardare le torri della centrale nucleare
e a pensare a mio padre.
Di notte, a nessun'ora particolare, le luci di
Limerick lampeggiano verdi e poi rosse; un colore risponde
al richiamo dell'altro. Io e Natalie ce
l'immaginavamo sempre come un SOS, come se alcuni
abitanti fossero rimasti intrappolati nel nucleo
fuso e col favore dell'oscurit comunicassero
con uno sconosciuto Altro all'esterno.
Quando Hamish ha allungato un braccio verso
di me, avevo gi quasi dimenticato come e perch
ero finita dov'ero.
Una volta pensavo di avere una gemella da
qualche parte mi ha detto.
Io l'ho fissato con sguardo assente; ma il peso
della sua mano sulla coscia da quell'altrove mi ha
catapultata accanto a lui.
Non  una frase a effetto ha aggiunto. Dico
sul serio.
L'ho baciato lentamente, come se quei sogni infantili
fossero veri: il sogno che eravamo stati
adottati, il sogno che eravamo caduti dal cielo gi
fatti, il sogno che mamma e pap non erano i nostri
genitori ma ologrammi che dimostravano l'esistenza
di un altro mondo in cui rifugiarsi.
Fuori, la luce in lontananza continuava ad accendersi
e spegnersi. Quando Hamish si  sporto
sopra di me, ho sentito la sua mole, il suo respiro,
la sua elasticit. Ha allungato una mano e ha tirato
la leva finch lo schienale non  scattato all'indietro.
Nessuno dei due ha aperto bocca. Il cambio
e il volante ci intralciavano; ma la nostra perseveranza
era comune e assoluta. Sapevo che non sarei
mai andata via da quella collina finch io e lui, ciascuno
nel suo vuoto, non ci fossimo sentiti appagati.
Era sesso fatto di determinazione e volont,
sesso di arrampicate, di fatica, di chi depenna un
obiettivo da una lista compilata appena qualche
istante prima. La passione veniva da una scorta di
tempo e d'aria limitata, e da una palese illiceit.
Quando abbiamo raggiunto il luogo che cercavamo
entrambi - due pazienti febbricitanti che tentavano
di placare un prurito - ero arrivata al sedile
di dietro e tenevo la testa piegata quasi a novanta
gradi. Hamish si puntellava sulle braccia per non
gravarmi di tutto il suo peso e io, guardando avanti,
non vedevo altro che il margine umido e caldo fra i
nostri ventri quando la testa di lui saliva verso il
tetto. Ho chiuso gli occhi e ho accolto i colpi dei
suoi lombi. Non avevo intenzione di abbandonare
l'auto n di rinunciare a quel momento. Avrei dato
la caccia alla bestia che aveva voluto uccidere mia
madre sin dalla pi tenera et. Una smania che fino
a quel giorno mi ero portata dentro come un innocente
malumore, facoltativo ma onnipresente, in
qualche modo impastato col tutto.
Sulla spalla sinistra, fra la clavicola e il bicipite,
Hamish aveva un tatuaggio che non avevo mai notato.
Consideravo i tatuaggi una grande stupidaggine,
un modo futile - come quello di ordinare un
frappuccino con la panna sotto anzich sopra -
per rivendicare un'identit da parte di chi non
aveva uno scopo nella vita. In quel momento l'ho
guardato bene e un'ondata di nausea e ilarit mi 
salita dalle viscere. Era un tatuaggio circolare, dall'aria
molto oriental-commerciale, fatto sicuramente
da quel Thad che aveva il laboratorio
accanto all'officina del meccanico. Nel blu minimale
si distingueva la coda di un drago e, seguendo
quella, si arrivava velocemente alla testa
che la mordeva.
Cristo, Hel ha sussurrato Hamish. Che scopata.
Grazie, Hamish.
Ma non ce di che.
Per mi sa che adesso devo andare a casa ho
detto.
Hamish ha controllato l'orologio e si  tirato su.
Solo allora ho pensato a Natalie e me la sono immaginata
che usciva con l'impresario edile di
Downingtown. Quando eravamo ragazze, Natalie
mi aveva citato un verso di una poesia di Emily
Dickinson: Poich non potevo fermarmi per la
Morte, lei gentilmente si ferm per me. Poi si era
messa sulle punte con le disprezzate scarpette da
ballo e aveva continuato a fare piroette alla fine di
ogni verso finch, sbalestrata e leggermente
sbronza per colpa del brandy che avevamo rubato
alla madre, era caduta sul letto, fra le mie braccia.
La Morte? mi aveva chiesto guardandomi.
Piacere di conoscerti, sorella le avevo risposto
con gorgheggiante voce da contralto.
Nei momenti che sono seguiti, dopo aver lasciato
Hamish a casa, non sapevo se congratularmi
con me stessa o mettermi sotto una doccia
fredda per placare i bollenti spiriti. Erano pi di
vent'anni che non facevo sesso in macchina con
qualcuno che non avesse ancora l'et in cui un
uomo si sveglia tossendo, o sputando, o lamentandosi.
C'eravamo vagamente messi d'accordo
per rivederci e i suoi occhi mi avevano fissata con
quella che potrei solo definire un'acutezza flou.
Hamish vedeva sesso ed esperienza. E io, guardando
lui attraverso le mie nebulose percezioni,
vedevo le ultime vestigia della grazia.
Era notte fonda. Non c'era luna e nel mio quartiere,
a differenza che da Natalie, l'illuminazione
esterna non era diventata uno sport agonistico
praticato con sensori di movimento e faretti a
energia solare. C'era qualche sporadico lampione
finto antico e sopra la porta d'ingresso dei Mulovitch,
in fondo all'isolato, si vedeva una lampadina
nuda che bastava per fare il terzo grado al figlio
accannato; ma sul mio prato e su quelli circostanti
era buio pesto.
Mio padre e il signor Forrest mi avevano trovato
una casa nella stessa zona in cui pap aveva cercato
ai tempi in cui ero ragazza. Il giorno del trasloco
ci aveva portate tutte e tre alla casa nuova e
aveva scattato qualche foto mentre l'agente immobiliare
mi consegnava le chiavi. Entrando, ero
riuscita a non far caso alle pareti da ritinteggiare
e ai pavimenti da pulire, perch il giorno prima
pap aveva fatto consegnare due letti per le bambine
e un materasso e un com per me.
Sono scesa dalla macchina e ho camminato
scalza sul prato. Sotto i piedi, l'erba era fresca ma
asciutta; mancavano ancora diverse ore alla rugiada
pesante. Tutto sommato era presto. Altrove,
qualche studente del Westmore stava vomitando
fra i cespugli di un giardino da duemila metri con
un barilotto di birra in veranda. Cerano ragazzine
adolescenti che svenivano dove non avrebbero dovuto
e Sarah, se la conoscevo bene, a quell'ora
stava per dare inizio alla sua nottata nell'East Village.
Ci ho messo un po' a ricordare il nome del
suo attuale fidanzato, ma mentre allungavo una
mano verso il ramo del corniolo mi  tornato in
mente che era uno di quei nomi intercambiabili
tipo Joe o Bob o Tim. Un nome monosillabo, facilmente
sostituibile. Come Jake.
Al centro del prato, mi sono stesa a braccia e
gambe spiegate e ho guardato le stelle. Com'ero riuscita
a finire in un posto dove chi faceva una cosa
del genere era bollato come matto, mentre i vicini
che agghindavano le papere di gesso con una cuffietta
a Pasqua e un berretto a righe a Natale erano
considerati sani di mente?
Ho lasciato cadere le scarpe e la borsa che tenevo
ancora in mano. Cerano poche stelle. Sotto
di me la terra era fredda. In Cina ci sono dei bambini
che non hanno neanche un tozzo di pane mi
aveva detto mia madre tante volte quando mi ingozzavo
di cibo. Ma non per questo non ho fame
ho sussurrato in quel momento e mi sono ricordata
la faccia che aveva fatto quando ero tornata
dal Wisconsin con Jake per presentarlo a lei e a
pap. Jake era stato la prima sfida diretta al suo
potere - e l'ultima - e lei lo aveva accolto facendo
una commedia talmente esagerata che a guardarla
c'era quasi da sentirsi male. Si era imposta di sorridere
e di profondersi in salamelecchi come se
Jake fosse stato il castellano e lei un'umile serva.
Perch non avevo capito? Quella donna aveva una
determinazione talmente ferrea che avrebbe mandato
all'aria qualsiasi cosa fossimo riusciti a costruire.
Alla fine, il nostro impero di cannucce era
diventato fragilissimo. Tu in vita tua sei stata solo
capace di amare tua madre! mi aveva urlato Jake.
E io non avevo accettato quella verit, e avevo sollevato
le mani come per fermare uno schiaffo.
Sapevo dov'era adesso mamma: non nell'alto
dei cieli, ma morta stecchita nel suo scantinato.
Potevo dimostrarlo perch avevo la sua treccia
nella borsa. Mi sono costretta a guardare il cielo
senza battere ciglio. Se anche era l, non riuscivo
comunque a distinguerla. Poteva essere una stella
scura dietro una massa nebulosa, come il minuscolo
tumore che alla fine ti uccide; ma per quanto
mi sforzassi, non la vedevo.
Mi sono girata su un fianco. Gli ultimi rimasugli
di Hamish sono colati fuori. Mi sentivo esausta ma
stranamente intera e pronta a dormire. Ho pensato
alla pedana sulla quale dovevo salire pi tardi e alle
pose che mi avevano chiesto di fare. Era la quarta
settimana che posavo per il corso di disegno dal
vero di Tanner Haku. Fino al giorno prima mi ero
allenata davanti allo specchio con dei pesetti e
avevo fatto yoga ancora pi diligentemente del solito
per mantenere un fermento di muscoli sottopelle;
sapevo che Tanner mi voleva cos e adattarsi
ai desideri dell'insegnante era il principio fondante
del mestiere di modella dal vero: non solo assumere
la posa, ma comprendere quanta fisicit l'insegnante
voleva farti esprimere. A Natalie, invece,
era toccato il solito semestre di bagel e formaggi
cremosi, perch il docente al quale veniva perennemente
assegnata era un falso Lucian Freud che
pretendeva rotoli di grasso, peli e qualche bella cicatrice
o sfogo cutaneo.
Mettiti scomposta! ordinava sempre quell'uomo.
A fare la modella l'avevo convinta io. Sulle
prime era stata riluttante, imbarazzata del proprio
corpo, ma grazie a quel lavoro aveva anche trovato
un posto part-time nell'economato e adesso si divideva
fra i due.
Ho preso scarpe e borsa e mi sono rialzata, cercando
le chiavi con la fidata torcia che c'era attaccata.
Anche quello, come il telefonino, era stato un
regalo ispirato da mia madre. Mi era capitato
spesso di arrivare al centro commerciale come un
sergente in procinto di armare un battaglione. Io e
mamma dovevamo avere un cellulare. Io e mamma
dovevamo avere un portachiavi con la torcia. Io e
mamma dovevamo avere un bollitore nuovo d'acciaio
inossidabile, i cuscini di piuma d'oca, le fodere
di tela antimacchia. Se... allora... Se tutte e
due avevamo X, allora tutto a posto. Mentre infilavo
la chiave nella serratura, mi  comparso davanti
il mio epitaffio: visse una vita altrui.
Anni fa, cominciando a sentirmi sopraffatta
dalla necessit di accudire mia madre, ho preso a
disfarmi di piccoli oggetti sparsi per casa. Forse 
per questo che non avrei imputato niente alla
Castle se davvero avesse rubato la ciotola azzurra.
Dopo tutto quello che aveva fatto per lei, pi di
una volta mi era venuta voglia di aprire il portagioie
di mia madre e dirle: Prego, si serva. Purtroppo
- cosa che ero riuscita a tenere nascosta a
tutti - ci aveva gi pensato il giovane Manny del
preservativo.
Mi sono tolta il soprabito, ma anzich appenderlo
l'ho lasciato cadere sul pavimento lastricato.
In casa, a differenza di mia madre, tenevo sempre
almeno una finestra aperta anche quando la temperatura
si abbassava; mi piaceva sentire l'aria che
entrava continuamente a rinfrescare le stanze.
Sulla libreria del soggiorno, tra Virginia Woolf e
Vivian Gornick (archivio i miei autori in base al
nome di battesimo), ho individuato l'oggetto di
quella sera: un Buddha piangente di legno, regalo
di Emily.
Nei giorni dedicati al repulisti, prendo sempre
un oggetto - un fermacarte, una composizione di
fiori secchi, una piccola spilla cammeo della mia
trisnonna - e quasi stessi commettendo un delitto
inavvertitamente lo elimino. Faccio cos per un
ghiribizzo; non lo programmo mai. Vedo qualcosa
su uno scaffale e sento il bisogno di agguantare un
foglio di giornale o un vecchio cencio per avvolgercelo
dentro come se dovessi fare una magia.
Subito dopo esco e vado a buttarlo nell'unico cassonetto
intonso di rifiuti differenziati che aspetta
d'essere inforcato dal camion della nettezza urbana.
Un senso di leggerezza si impossessa di me.
Una pietra in meno che mi opprime.
Ho guardato il Buddha piangente, scolpito in un
legno nodoso grande quanto un pugno; sarebbe
stato il primo oggetto mio che avrei buttato, un regalo
di mia figlia. Ma quando ho allungato la
mano, mi  venuto in mente Manny.
Ho sfiorato il Buddha con le dita e l'ho lasciato
sul suo piedistallo.
Sono salita in camera cercando di non pensare
a Manny che faceva sesso in casa di mia madre
mentre lei, molto probabilmente, era seduta in
poltrona nel soggiorno. Non gli bastavano le laute
mance che avevo aggiunto a quanto lo pagava lei?
Ho acceso la lampada sul comodino. Cosa stavo
leggendo prima che cominciasse quel giorno?
Emily mi aveva mandato una nuova traduzione
del Tao Teh-ching. Tenere in mano il volumetto in
s era un conforto, ma quando l'ho aperto per leggere
qualche pagina era come se le parole fossero
diventate tutte X. Non ero n sarei mai stata un
pesce, o una porta, o un giunco: ero un fetido essere
umano alla Lucian Freud, e basta.
Sopra il com avevo appeso un mio ritratto che
Jake aveva disegnato agli inizi, ispirandosi a una
fotografia di Charis Wilson scattata da Edward
Weston quando non erano ancora sposati. Ero seduta
di traverso su una delle sedie di metallo e vinile
che avevamo in cucina nel Wisconsin; portavo
il mio zucchetto marrone da scout, che Jake aveva
disegnato come il basco sportivo della Wilson, il
reggiseno e una sottoveste corta. Allargando le
gambe, avevo fatto salire la sottoveste fino all'attacco
delle cosce; il tessuto si posava come un velo
senza lasciar vedere niente, ma l'invito c'era. Con
quel disegno, dalla studentessa in gamba che ero
nelle aule dei miei professori mi ero trasformata
in una pin-up della galleria docenti annessa alla
biblioteca universitaria.
Ancora vestita, con gli abiti tutti sudici, mi sono
infilata sotto le coperte ripensando ai riti di bellezza
serali che avevo appreso nell'adolescenza.
Alla sensazione di essere diventata adulta la prima
volta che mia madre mi applic la crema idratante
ai piedi. Dopo la crema dovevo mettere i calzini e
poi le antiquate cavigliere con i lacci. Se no finisce
che mentre dormi tiri via i calzini e rovini
tutto l'effetto aveva detto. Scivolando nel sonno,
mi sono ricordata di una delle innumerevoli telefonate
che la signora Castle mi aveva fatto negli ultimi
anni. Era arrivata da mia madre e l'aveva
trovata con un paio di raffinati guantini di cotone
verde prato, intorno ai quali si era chiusa un paio
di manette d'alluminio. Mamma l'aveva informata
di aver riposto la chiave chiss dove. Io sapevo per caso dov'era?
...
.
...
Capitolo settimo.
...
.
...
Quando avevo otto anni mio padre ebbe un incidente
nel suo laboratorio e un'ambulanza lo
port di corsa all'ospedale. Fu ricoverato per tre
mesi e io non ebbi il permesso di fargli visita. Mia
madre disse che sarebbe stato via novanta giorni
esatti e che era andato a trovare amici e parenti in
Ohio; quando chiesi chi, e perch non potevamo
andare anche noi, rest in silenzio. Le visite del signor
Forrest si fecero pi frequenti e i Donnellson
e i Leverton cominciarono a portarci polpettoni e
sformati che tornando da scuola trovavo spesso
davanti alla porta di casa.
Entravo e andavo a sedermi al tavolo da pranzo,
a leggere. Mi permettevo di fare un minimo di
luce, regolando il dimmer del lampadario di modo
che quando calava il buio in casa non diventasse
tutto nero. Nel tardo pomeriggio mia madre scendeva
dalla sua camera e insieme preparavamo la
cena. Dopo una settimana che mio padre non
c'era, avevo deciso di mettere via gli sformati. Al
loro posto mangiavamo i Ritz col burro d'arachidi,
o una minestra Swanson, oppure la mia cena preferita:
infinite fette di pane tostato con burro, zucchero
e cannella. Mia madre indossava la camicia
da notte con cui aveva dormito - bianca e diafana
- e io restavo con i vestiti che avevo messo per
scuola.
Altri ottantadue giorni diceva, oppure: Solo
settantatr.
Fra me e lei divenne un saluto in codice: Sessantaquattro.
Cinquantasette. Venticinque.
In quei novanta giorni non importava a che ora
rientrassi. Scesa dall'autobus, mi fermavo davanti
alla casa del signor Forrest e tamburellavo sulla finestra
per svegliare il cane addormentato. Tosh,
un king Charles spaniel - L'unica razza buona!
diceva Forrest -, veniva da me e toccava tristemente
il vetro con la zampa.
Se avvistavo uno sformato davanti alla porta, mi
sbrigavo a portarlo in cucina e l'avvolgevo con la
carta stagnola per nasconderlo gi nel congelatore.
Temevo che mio padre potesse non tornare
pi e che la responsabilit di sfamare tutte e due
sarebbe ricaduta su di me.
Una volta che avevo provato a spiegare cos'aveva
mia madre, l'impresa mi era parsa disperata.
Non si d molto da fare avevo detto.
Magari a te sembra cos, Helen mi aveva risposto
la signorina Taft, la mia maestra di seconda
elementare. La mia classe era la prima che
aveva.
Non guida tentai.
Non tutti hanno la patente.
Mio padre s. Il signor Forrest pure.
Sono solo due rispose lei, alzando due dita. E
mi sorrise come se fornendomi due cifre intere potesse
risolvere tutto.
Una volta andava a fare passeggiate dissi,
ma ora ha smesso.
Tirare su una figlia ti porta via tutte le energie
rispose la maestra.
Avevo guardato la carta geografica del mondo
appesa sopra la lavagna. Sapevo quando era il momento
di tacere. Il problema di mia madre era
colpa mia.
Novanta giorni dopo essere andato via, mio
padre ritorn. Mia madre si era messa un tailleur
che non avevo mai visto e si era acconciata i capelli
meticolosamente. Quel giorno mi accorsi per la
prima volta che sotto le sue camicie da notte diafane
aveva continuato a perdere peso. Allora ricordai
che non l'avevo mai vista mangiare pi di un
paio di Ritz spalmati di burro di arachidi; non
aveva neanche mai detto una parola sugli sformati.
Mio padre entr in casa e mi fece un sorriso timido.
Sul cappello aveva una penna nuova nuova,
ma anche lui era dimagrito. Andai ad abbracciarlo
- cosa che non facevamo mai - e lui tese una
grossa busta di plastica, bloccandomi inavvertitamente
la strada.
Ti ho portato questi mi disse.
Poi si gir e avvolse mia madre con lo sguardo.
Lei gli and incontro e io vidi il suo viso: le lacrime
le avevano gi fatto due solchi neri di mascara
sotto gli occhi.
Mi dispiace tanto, Clair disse lui. Ma adesso
che sono tornato, ci penso io a te. Mi sono rimesso
in forze.
Senza aggiungere altro, la sollev facilmente e
se l'avvicin, cullandola. Quel giorno, dentro di
me equiparai il suo "mi sono rimesso in forze a
quell'unico gesto: la sua capacit fisica di portare
pi peso. Nella busta che tenevo in mano c'erano
dei contenitori di plastica verde acquamarina: uno
era una caraffa, un altro un vassoio e il terzo una
bacinella a forma di fagiolo che, come venni a sapere
pi tardi, gli era servita per il vomito.
Nelle settimane e nei mesi seguenti divent un
indovinello che non finivamo mai di recitare:
Perch sei andato via?.
Per stare meglio.
Meglio come?.
Meglio di come stavo prima.
Perch, che cosa avevi?.
Non me lo ricordo pi: ormai  passato!.
Anch'io dimenticai rapidamente. Avevo bisogno
di lui. Era mia madre ad avere problemi. Mia
madre ad avere paura. Tanta di quella paura che
niente riusciva a dissiparla. Si sentiva pi sicura
fra le braccia di mio padre. Si sentiva pi sicura
nella casa di Mulberry Lane. O sotto le coperte. O
seduta con le gambe piegate sul divano e una
borsa d'acqua calda accoccolata in grembo.
Quando la mattina scendevo a fare colazione,
trovavo ad accogliermi mio padre.
Tesoro mio,  una giornataccia.
Quello era il nostro codice, e non cambi mai.
Quando era una giornataccia, mia madre restava
a letto con le tende tirate finch io e pap non
uscivamo; sapeva perch ce ne andavamo, ma
considerava lo stesso una crudelt quel nostro abbandono.
In cucina, io e pap ingollavamo la colazione
parlando a bassa voce. Quando nel portafoglio
non aveva nessuna banconota da darmi per
comprare il pranzo, pescavo i soldi dal vaso degli
spiccioli in cucina e sceglievo le monete stando attenta
a non fare rumore.
A undici anni mi confidai con Natalie descrivendole
come si comportava mia madre e quando lei
mi rispose che la sua era uguale restai senza fiato.
Non ero mai stata tanto felice. La mia euforia per
si esaur non appena le feci altre domande. La
mamma di Natalie beveva e per me era un fatto invidiabile;
la facilit con cui poteva localizzare tutto
in una bottiglia mi sembrava un sogno.
Fu durante una giornataccia...
Ti senti male, mamma?.
 una giornataccia, Helen.
...che Billy Murdoch venne investito da un'automobile
davanti a casa nostra.
Andavo alle superiori. Mio padre aveva passato
la notte fuori. Una puntata a Scranton per lavoro
aveva detto. Quel pomeriggio sembrava che
nel nostro piccolo isolato non ci fosse nessuno. Ma
soprattutto era una giornataccia.
Il pomeriggio che Billy Murdoch venne investito,
mia madre si era scandita il tempo, come faceva
sempre in una giornataccia, riempiendosi le
ore di lavori casalinghi per tenersi occupata, per
evitare di finire seduta sul divano o al tavolo di cucina
e arrendersi. Era come se pulendo, lavando e
sistemando fosse in grado di tenere a bada il terrore
quel tanto da riuscire a respirare.
In seguito, in uno dei suoi sussurri abissali, parlando
da un luogo in cui continu a vivere per
mesi, mi raccont di aver sentito il rumore, il rumore
del corpo di Billy travolto dalla macchina.
Sembrava una zucca colpita con una mazza da
baseball disse.
Erano pi o meno le due di pomeriggio e lei era
appena salita dallo scantinato con un carico di calzini
e biancheria di mio padre. Nell'odore astringente
della candeggina c'era qualcosa che la
rincuorava sempre e la cesta sul petto le dava una
sensazione di calore.
Per abitudine posava la cesta in fondo al divano
e scuoteva di scatto i boxer di mio padre, poi li piegava
e li divideva in due mucchi: bianchi semplici
da una parte, a righine azzurre dall'altra. Dopo venivano
i calzini, accoppiati rivoltando l'orlo.
Quando ud il rumore, non corse alla finestra a
controllare come tutti, pi tardi, dissero che
avrebbero fatto: rest un secondo sull'attenti, poi
si rimise all'opera. Ci che fece dopo fu ancora pi
concentrato, ancora pi meccanico, finch non arriv
il rumore successivo.
Era la sgommata dell'automobile che si allontanava
a gran velocit. A quel punto il suo sistema
nervoso registr che fuori era successo qualcosa.
Nonostante tutto il chiacchierio vuoto che le riempiva
la testa durante una giornataccia, mia
madre lasci cadere i due calzini che aveva in
mano e and, senza correre, alla porta. Poi non
vide pi nulla finch non giunse sul ciglio del marciapiede.
Fu la sua paura per il bambino che la
spinse ad agire; ma come un cane addestrato a
non sconfinare mai dal suo giardino, si blocc davanti
alla cassetta della posta.
Billy aveva preso la bicicletta, che era atterrata
ai bordi del nostro prato. La ruota anteriore aveva
continuato a girare lentamente, poi si era fermata.
Mia madre si port la destra al petto e cominci
a sfregare con forza le nocche nella pietra calmante
del suo sterno.
Le gambe di Billy sussultarono una volta, poi
un'altra.
Per tenersi in equilibrio, mamma appoggi la
mano sinistra sulla cassetta delle lettere. Era a
neanche due metri da lui.
Billy? sussurr.
Il medico disse in seguito che se il cielo avesse
avuto piet di quel bambino l'avrebbe fatto uscire
a piedi, perch in quel caso la macchina l'avrebbe
investito frontalmente e pi in basso. bam, falciato.
Morto sul colpo.
Mi sono sempre chiesta cosa pu aver pensato
Billy negli ultimi minuti di vita, mentre mia madre
gli era vicina. Possibile che tutto cambiasse cos
repentinamente? Possibile che, a otto anni, Billy
sapesse gi cos'era la morte? Un'auto sbucava dal
nulla e ti investiva due case dopo la tua, e una tizia
che le rare volte in cui l'avevi vista in giardino ti
era sembrata un'adulta come tante altre rimaneva
l, sul ciglio della strada, senza darti alcun conforto.
Che fosse una punizione perch stando poco
bene non eri andato a scuola? O perch avevi infranto
la regola che ti imponeva di restare a casa
mentre tua madre non c'era?
Io avevo sedici anni. Era il periodo in cui con
Natalie ci mettevamo il body sportivo della Danskin
e inventavamo coreografie nel seminterrato
rimesso a nuovo di casa sua. Dal banco a semicerchio
del bar fatto costruire da suo padre, ci catapultavamo
all'altro capo della stanza in un
numero per cui dovevamo rotolarci prima sul divano
lungo basso, poi sul tappeto di pelle d'orso.
Le nostre erano danze narrative e sudate e comprendevano
addominali ed esercizi di sollevamento
gambe che inserivamo di punto in bianco.
Non ha pensato niente cerc di rassicurarmi
Natalie nei giorni successivi.
Quando tornai a casa avevano gi portato via il
corpo, ma si vedeva ancora la chiazza allungata
che imbrattava l'asfalto come un punto esclamativo.
La macchina gli ha sfondato il cervello
disse Natalie. Non ha pensato niente.
Io, per, avevo sentito quello che aveva raccontato
mia madre a pap, singhiozzando fra le sue
braccia. Mi ha detto signora ripeteva. Mi ha
guardato e mi ha detto signora.
Mio padre, che in genere pur non essendo un
tipo socievolissimo riscuoteva simpatia per i saluti
e i modi cortesi che usava incontrando la gente all'alimentari,
aveva provato a spiegare ai vicini
perch mia madre non fosse riuscita ad arrivare
sulla strada.
Ma allora perch non ha chiamato qualcuno?
gli chiese il signor Tolliver, che abitava dietro l'angolo
e imponeva alla moglie umilianti passeggiate
in cui la costringeva a fare esercizi per le braccia e
ad alzare le gambe come una bandista a una parata.
La signora Tolliver  una donna robusta commentava mia madre.
Quell'uomo non avrebbe dovuto
sposarsi con una ragazza robusta se non voleva
una moglie cos.
Clair era paralizzata spieg mio padre. Letteralmente
paralizzata. Non poteva aiutarlo. Non
poteva.
Rientrando a casa dal lavoro, uomini e donne
del quartiere vennero bloccati dalla polizia, che li
invit a parcheggiare e proseguire a piedi oppure,
se preferivano, a fare il giro e imboccare la via
dalla parte opposta. Quasi tutti parcheggiarono,
scesero e andarono a raggiungere la folla che si era
raccolta di fronte a casa nostra, sul prato dei Beckford.
A quanto pareva, erano tutti pi arrabbiati con
mia madre che con l'anonimo sconosciuto che
aveva falciato Billy Murdoch. Ognuno di loro dovette
farsi ripetere il racconto due o tre volte per
capire com'era possibile che mia madre si fosse
comportata cos. E non  che lo capissero tanto
bene; pi che altro, afferravano il concetto piano
piano imparandolo a memoria. Clair Knightly,
moglie di quel Knightly che conoscevano tutti, era
rimasta nel suo giardino a veder morire un bambino
che tutti conoscevano. Non l'aveva aiutato.
Non era andata da lui. Nessuno dei presenti aveva
domandato quello che i genitori di Billy si sarebbero
chiesti per anni: Ma almeno gli aveva parlato?
Almeno gli aveva detto qualcosa?
La risposta era che mia madre aveva sia pianto
che cantato.
Era rimasta ai bordi di casa sua a strofinarsi furiosamente
il petto con le nocche aguzze della
mano destra, mentre la sinistra continuava frenetica
a fare la spola dalla testa al fianco.
Billy aveva detto a ripetizione, come se chiamandolo
per nome potesse farlo avvicinare.
Il viso del bambino era sulla strada, rivolto
verso di lei. Aveva gli occhi aperti. Lei gli aveva
visto muovere la bocca, ma non riusciva a smettere
di chiamarlo per sentire cosa voleva dirle. Ripetendo
"Billy agganciata alla cassetta delle
lettere si teneva ancorata al presente. Aveva capito
d'istinto che se voleva provare ad aiutarlo doveva
fare cos.
Quando il ritmo si era spezzato un attimo, lo
aveva udito.
Signora....
E in quel momento si era resa conto che non ci
sarebbe riuscita. Non si era pi sforzata di ripetere
il suo nome. Lo aveva fissato. Era rimasta ferma
dov'era a impastarsi e strofinarsi il petto finch,
come aveva confessato a mio padre due giorni
dopo, si era scavata un solco sanguinolento dalla
gola allo sterno.
L'altra cosa che i vicini non scoprirono mai fu
quello che gli cant. Era una filastrocca che
quando la sentivo dal bagno attraverso lo sfiato
comunicante con camera sua, mi metteva in
guardia, annunciando l'avvento di una giornataccia.
La filastrocca era un ricordo d'infanzia e
mia madre la cantava a ciclo continuo, unendo le
parole in una sorta di cantilena:
I fiori son gai e rallegrano i cuori.
A maggio volano i soffioni.
Le bimbe spesso somigliano ai fiori.
Viola, Rosa e Iris son nomi.
I versi successivi li canticchiava a bocca chiusa
perch, immaginavo, aveva dimenticato da tempo
le parole. La filastrocca aveva un effetto calmante,
e lo sapevo; ma quando andavo a chiederle se
avesse bisogno di qualcosa, restavo sempre sulla
soglia finch le sue labbra non si chetavano.
Mia madre cant e sussurr questa filastrocca a
Billy Murdoch finch non sopraggiunse il furgone
di un corriere diretto dai Leverton, che erano partiti
il giorno prima per festeggiare l'anniversario di
matrimonio. Il giovanotto con la tuta bianca e la
coda di cavallo salt gi dal furgone e le pass accanto
di corsa. Prese le scale di casa nostra, entr
dalla porta aperta, trov il telefono in soggiorno
sulla consolle vicino al divano con i mucchi di
boxer e calzini mezzi piegati e chiam l'ospedale.
Quando arriv l'ambulanza con la polizia, Billy
era ormai moribondo e tutti avevano domande da
fare alla donna che pronunciava parole incoerenti
e cantava una filastrocca altrettanto insensata.
Da quel giorno tenemmo le tende tirate e facemmo
finta che le immondizie cadessero per caso
sul nostro prato. Per un mese e mezzo non andai a
scuola; mi incontravo con Natalie su una panchina
del parco a cinque isolati da casa nostra.
Non ancora mi diceva, dandomi i compiti che
mi ero persa. Perfino i suoi genitori preferivano
che non andassi pi a casa loro.
Non lo sopporto dicevo io.
Ti ricordi Anna Frank? mi rispose una volta.
Fa' finta di essere come lei, che non puoi andare
da nessuna parte finch non ti danno il via libera.
Ma Anna Frank  stata trucidata!.
Beh, quella parte saltala.
Cominciai a passare il tempo facendo dei calcoli.
Ero a met del terzo anno; dovevo tenere
duro ancora un anno e mezzo e poi, in qualche
modo, ne sarei uscita.
A mia madre questo non lo dissi. In casa, tutto
continuava a ruotare intorno a lei pi di prima.
Nei sei mesi successivi alla morte di Billy, io e pap
ci salutavamo bisbigliando e quando qualcuno
suonava il campanello ci rintanavamo in un angolo
buio come due topi, sperando che quel qualcuno
andasse via. Una volta ci tirarono una pietra
dalla finestra del soggiorno e noi lo tenemmo nascosto
alla mamma, sostenendo che era stato lui a
rompere il vetro col gomito mentre voltava una pagina
del giornale. Ma ti pare possibile? le disse
sfoderando una voce da artista del variet. Mica
sapevo d'essere cos forte!.
O cos sbadato replic mia madre, recitando
fiaccamente la parte della censora, anche se tutti
avvertivamo l'assenza della sua lingua tagliente. Il
giudizio, suo custode e salvatore, l'aveva abbandonata.
Il trespolo davanti alla finestra del soggiorno
da dove seguiva le marce della signora
Tolliver o definiva zoccola la figlia dei vicini restava
dietro una pesante tenda di lana che avevamo
smesso di aprire.
Poco dopo Natale, a tre mesi dall'incidente, i
Murdoch traslocarono. Un pomeriggio venne un
camion e, in poco meno di tre ore, quattro uomini
ci caricarono sopra tutti i loro averi. Io e Natalie
eravamo uscite in bicicletta e quando arrivammo
in cima alla salita vedemmo la signora Murdoch in
giardino con il cane, il cane di Billy. La signora
portava un cappottino corto a scacchi e una gonna
a ruota di flanella grigia pesante, fatta su un
modello di Simplicity che quell'anno sembrava
andare a ruba. Mi ricordo di aver frenato leggermente
vedendo il camion con gli scatoloni e il signor
Murdoch che spariva in casa. Poi incrociai lo
sguardo di lei e riuscii solo a tenermi in equilibrio;
smisi quasi di pedalare e la ruota davanti traball
pericolosamente.
Natalie, in sella alla sua Schwinn verde a dieci
marce, si ferm accanto a me. Andiamo disse
sottovoce.
E ci muovemmo. Misi i piedi sui pedali e passai
davanti alla signora Murdoch. Il cane di Billy, un
jack russell di nome Max, tir il guinzaglio e io dovetti
ripetermi che non era me che odiava, ma le
ruote della mia bici.
Come fai a chiedere scusa per una madre che
ami? Quella madre che odi anche tu? L'unica cosa
che potevo augurarmi era che la signora Murdoch
trovasse tanta gente affettuosa, tanta gente che la
consolasse e ascoltasse la storia di come aveva
perso il figlio. Mia madre avrebbe trovato solo mio padre. E poi avrebbe trovato me.
...
.
...
Capitolo ottavo.
...
.
...
Il giorno in cui i vicini si presentarono in giardino,
mio padre ci aveva detto che era Erie, a scuotere
boccette di limo velenoso e a calcolare il tasso
di accumulo di sedimenti nell'acqua potabile locale.
Mia madre si trovava in cucina e io ero appena
rientrata dalla porta di servizio. Forse ero stata insieme
al ragazzo da lei soprannominato l'orrore,
un tipo che abitava nella nostra via e che aveva un
tatuaggio in un'epoca in cui i tatuaggi equivalevano
al marchio di Caino; ma dopo la morte di
Billy mia madre aveva smesso di chiedermi dove
andavo. Tutte le energie che aveva le servivano per
tenersi in piedi.
A un certo punto dalla cucina arriv il trillo del
contaminuti. Uscii dal bagno di sotto dove mi ero
lavata e in quel momento udimmo tutte e due lo
stesso rumore profondo.
Era un rumore di uomini che si radunavano.
Non so dire perch sapessi gi che c'era da aver
paura; fatto sta che ero atterrita. Posso dire, per,
che mi sentii subito sollevata all'idea che mio
padre non c'era. Che era abbastanza lontano da
dover stare via qualche altro giorno. E non ho mai
saputo se fu per questo motivo che gli uomini scelsero
quel giorno per venire.
In prima media avevo osservato nei minimi particolari
la foto di un linciaggio avvenuto al sud. Era
una piccola foto in bianco e nero ciclostilata che il
professore di storia aveva distribuito alla classe,
sostenendo che la storia aveva un impatto maggiore
quando era illustrata. I genitori di tutto il distretto
si erano lamentati vedendo i figli tornare a
casa con fotografie di linciaggi, o di Auschwitz, o
della testa gocciolante di un capotrib africano
ficcata su un palo. Ma il professore aveva ragione
e l, accanto a mia madre che teneva in mano una
teglia di pyrex con uno sformato vegetariano, lo
stesso fascino che avevo provato guardando quelle
immagini mi strinse lo stomaco.
Tra i fornelli e il mobile lo spazio era breve, ma
quel giorno il rumore che arrivava da fuori divenne
un fattore di allungamento che mia madre
non poteva aver previsto. Quando lo udimmo, il
calore rovente dello sformato pass attraverso il
canovaccio con cui teneva la teglia e la costrinse a
lasciarla cadere.
Vai tu mi disse.
Aveva il panico negli occhi.
Vogliono te dissi io.
Ma io non posso, lo sai che non posso.
E in effetti lo sapevo.
Conoscevo i limiti di mia madre perch quei limiti
mi erano arrivati fin nel midollo. In quel momento,
dopo averlo intuito per anni senza mai
dargli un nome, mi resi conto che ero nata per essere
la sua emissaria nel mondo e per portarle quel
mondo in casa, che fosse con i lavoretti di cartoncino
colorato che facevo nei primi anni di scuola
o andando in giardino a incontrare quegli uomini
arrabbiati. Avrei fatto tutto questo per lei. Era il
nostro particolare contratto, un contratto non
detto, il modo in cui quella figlia serviva quella genitrice.
Era stata una giornata calda e quando ero tornata
da scuola mi ero messa un paio di jeans tagliati
al ginocchio. Mia madre li detestava, li
considerava sciatti e miserelli per lo stesso motivo
che me li faceva amare: le infinite frange spelacchiate
che potevo tormentare con le unghie. Ma
proprio come quella primavera mi ero finalmente
concessa di portare lo smalto, quel giorno gi sapevo
di potermi mettere i bermuda di jeans: per la
prima volta in vita mia, mamma era troppo debole
per far parlare il suo giudizio.
Dalla cucina, passai in punta di piedi nel soggiorno
e agguantai la trapunta appoggiata su un
bracciolo del divano. Non so cosa pensavo di farci,
ma l'istinto mi diceva di coprirmi il pi possibile.
Ricordo che me l'avvolsi intorno alle spalle come
fosse stata un grande telo da mare.
Uno degli uomini mi vide dalla finestra e il rumore
in giardino si fece pi fragoroso. Ero scalza
e i capelli - cos fini che le orecchie spuntavano
fuori - mi ricadevano su entrambi i lati del viso.
Avrei voluto Natalie al mio fianco. Come se io e lei
insieme fossimo un esercito capace di attaccare e
vincere una folla d'uomini.
Attraversai il piccolo soggiorno e stavo gi per
aprire la porta della veranda, quando udii mia
madre azzardare tre parole dalla cucina in cui rimaneva
nascosta: Non correre rischi disse a
voce bassissima. Sapevo che per lei era stato uno
sforzo eroico. Ma nell'arco di tempo in cui avevo
attraversato la stanza e indossato quello che poi
considerai il mio mantello da supereroe era successo
qualcosa: mia madre aveva cessato di esistere
per me.
La prima persona che vidi uscendo dalla porta
della veranda mi tranquillizz: era il signor Forrest.
Era venuto con Tosh; si era messo a lato del
gruppo di padri e mariti del quartiere e quando gli
lanciai uno sguardo al di l della rete si sent in dovere
di abbozzare un sorriso, ma fu un tentativo
afflitto e preoccupato. Tosh, che normalmente in
circostanze pi fauste era frenetico, se ne stava nascosto
dietro le gambe del padrone.
Dov' tua madre? domand uno del gruppo.
Erano in sei; sette, contando il signor Forrest.
Dentro gli rispose un altro, anche se guardava
me. Quella sta sempre chiusa in casa, no?.
Questa verit, affermata l fuori con tanta
sfrontatezza, mi sembr una freccia avvelenata
scoccata a tradimento. Sentii una stretta al petto e
indugiai un istante per prendere un respiro.
Non ce l'hai, la lingua? mi fece il signor Tolliver.
Odiavo quell'uomo, e i giudizi di mia madre
sulle marce che imponeva alla moglie non aiutavano.
Nel suo giardino, Tolliver aveva messo una
tavoletta di legno a forma di lapide, pitturata di
bianco, con la scritta: qui giace stecchito e morto
l'ultimo cane che m'ha cacato nell'orto! In teoria,
la rima doveva renderla divertente. Ho sempre
fatto risalire alla prima volta che lessi la finta lapide
il mio disdegno verso ci che alcune persone
definiscono generosamente oggetti d'arte da
giardino.
Sii gentile disse il signor Forrest con una voce
pi acuta del solito. Aveva il colletto sbottonato,
ma portava ancora la cravatta che metteva quando
lavorava. Pi tardi capii che doveva aver incrociato
il gruppo mentre stava facendo fare una passeggiata
a Tosh.
Gli uomini brontolarono. Quasi tutti indossavano
ancora i cosiddetti abiti da lavoro: giacche e
pantaloni consumati; una solitaria giacca a vento
col marchio dell'acciaieria.
Helen mi disse il signor Warner, siamo venuti
a parlare con tua madre.
Warner, che mia madre aveva soprannominato
il Gradasso, si considerava un portavoce per tutte
le occasioni. Poteva tenere banco su qualsiasi argomento.
Mio padre, che di trattamenti delle
acque era un esperto, una volta aveva dovuto sorbirsi
un suo comizio in giardino sui vantaggi della
fitodepurazione in Liberia. Ha letto un articolo
disse pap quando Warner finalmente se ne and
che era buio, e mi fa piacere che l'argomento lo
esalti. Ma neanch'io muoio dalla voglia di parlare
sempre di acque reflue.
Mi trovavo ancora al di qua della recinzione.
Helen, vieni qui a parlare disse un padre che
non conoscevo.
Perch prima di alzare il saliscendi dell'amicizia
e uscire in giardino non ero riuscita a cogliere lo
sguardo d'avvertimento negli occhi del signor Forrest?
Evidentemente avevo guardato il gruppo e
non lui. Solo dopo essermi voltata e aver chiuso il
cancelletto alle mie spalle vidi la sua espressione.
Sapevo leggere la paura come fossero i tarocchi.
Dov' tua madre, Helen? disse il signor
Warner.
Helen disse il signor Forrest,  meglio se
torni dentro.
Ero abbastanza sveglia, almeno cos credevo, da
sapere che avrei fatto bene a staccarmi dal cancello
e avvicinarmi a Forrest. Ma mentre mi spostavo
verso di lui, Forrest arretr.
Mia madre non pu venire. Dite a me aggiunsi
col tono pi adulto che potevo. Ero entrata
in ansia. Feci di nuovo un passo verso il signor
Forrest.
Helen, se potessi ti aiuterei disse questo con
voce sepolcrale. Lui sapeva cosa temere, io no. Mi
stavo avvicinando alla verit, ci giravo intorno, ma
con la trapunta per mantello e i piedi nudi sull'erba
non potevo ancora immaginare che uomini
come mio padre - gente che abitava intorno a noi
- volessero farmi del male. I Murdoch avevano
cambiato casa. Dalla morte di Billy erano passati
otto mesi. Mancava solo un mese alla fine del mio
terzo anno di liceo. Ma la cosa principale dietro
cui mi nascondevo, la cosa che pi mi rese cieca
fino al momento in cui successe, era che ero una
ragazza. Nel mondo in cui mi avevano cresciuta, a
differenza del mondo in cui ho fatto crescere le
mie figlie, le ragazze non venivano picchiate.
Il signor Warner mi si par davanti.
Dobbiamo risolvere una cosa con tua madre,
Helen, non con te.
Allora capii che quella storia stava covando sin
dall'inchiesta. Mia madre non era mai stata ritenuta
ufficialmente responsabile della morte di
Billy Murdoch, perch secondo il referto del coroner
i traumi che Billy aveva subito erano talmente
gravi che sarebbe morto comunque, anche
se mia madre l'avesse soccorso. Il colpevole era il
pirata della strada fuggito, non lei. Mia madre, magari,
avrebbe potuto abbracciarlo come avrebbero
fatto altre donne, o correre ad avvertire i suoi genitori,
o chiamare un'ambulanza; ma nessuna di
queste azioni gli avrebbe salvato la vita, conclusero
le autorit. Ufficialmente, mia madre era stata soltanto
una testimone innocente.
Quando mi guardai dietro, il signor Forrest
aveva preso in braccio Tosh.
Signor Forrest?. Ero in bilico su qualcosa di
sottile e pericoloso e quell'uomo era l'unica risorsa
affidabile che avevo.
Puoi venire con me, Helen. Di, perch no?.
Sentendo l'invito, un paio di uomini si misero a
ridere; poi, sotto i nostri occhi, Forrest si avvi in
fretta sulle tre mattonelle di pietra del giardino
che portavano al marciapiede.
Tony fa un po' l'isterico disse il signor Warner.
Guarda che nessuno vuole farti del male.
Ma la notizia non mi sollev. Se il signor
Warner era il mio unico difensore contro quel
gruppo di padri e sconosciuti significava che ero
"nella merda nera, come si diceva a scuola. Il signor
Warner conosceva qualsiasi tipo di carne, sapeva
i nomi e le qualit dei tagli, se erano di carne
tenera, stopposa, dura o succosa. Forse non
sarebbe stato lui a macellarmi; ma me lo vedevo benissimo
a pontificare sopra il mio cadavere.
Dov' quella stronza? fece Tolliver. Aveva la
faccia rossa rossa, gonfia di presunzione.
Dov' quella stronza squilibrata? fece il padre
che non conoscevo. Quel tipo di sopraffazione
psicologica machista contemplava l'uso di aggettivi.
Sapevo che l'acciaieria proprio quell'inverno
aveva licenziato Tolliver. Molti uomini della zona
stavano perdendo il lavoro. Mio padre, che aveva
un posto sicuro, ogni volta che arrivava la notizia
ci restava malissimo.
Rimessi sul mercato commentava scuotendo
la testa. Odio questo modo di dire. Come
se una persona fosse una bestia scartata da svendere.
Il signor Warner lanci agli altri un'occhiataccia.
Ben presto avrei scoperto che mia madre,
troppo spaventata per guardare, si era chiusa nel
bagno di sotto e aveva acceso la radiolina a transistor.
Signor Warner, non so che fare gli dissi.
Warner aveva tre figli maschi che avevano uno, due
e tre anni pi di me e quasi non mi rivolgevano la
parola, se non per grugnire un ciao quando cerano
anche gli adulti.
 molto meglio se vai a chiedere a tua madre
di uscire. Non devi andarci di mezzo tu. Tu non hai
fatto niente.
Warner mi disse questo con la stessa caritatevole
premura di un medico che d al paziente un
sollievo temporaneo. Ma quelle che arrivavano
erano comunque brutte notizie; se non a me,
avrebbero fatto qualcosa a mia madre.
Signor Warner, non posso risposi. Perch
siete venuti?.
Ovviamente lo sapevo, ma volevo sentirglielo
dire.
Stronza mi apostrof Tolliver.
Sul volto del signor Warner vidi comparire i
segni dell'angoscia. Non era quella la situazione
che aveva previsto. N era quello che volevano
altri due o tre del gruppo. Li vidi dividersi alle sue
spalle: da una parte cerano Tolliver e il tizio che
non conoscevo, vestiti entrambi con un giubbotto
dell'acciaieria; poi c'erano gli altri, che come gi il
signor Forrest cominciarono a spostarsi verso un
angolo del giardino, inciampando nell'orto in cui
mio padre da quando ero bambina piantava, curava
e coglieva erbette per mia madre.
Fu questo che alla fine mi spinse ad agire.
Quando il signor Serrano, che faceva il ragioniere
e aveva una figlia piccola, calpest il prezzemolo
italiano di mio padre, lasciai scivolare la
trapunta gi dalle spalle e feci un passo avanti.
Cos lo ammazza.
Quelle parole scatenarono tutto.
L'amico di Tolliver mi si par improvvisamente
sulla destra; ma in quel momento io stavo guardando
Serrano, che facendo attenzione a dove metteva
i piedi si era allontanato dall'orto. Mentre
espiravo, sentii sul viso il bruciore dello schiaffo.
Caddi sul prato portandomi una mano sulla
guancia. Il signor Warner mi scavalc con un salto
per tenere il padre sconosciuto, al quale Tolliver
stava dando una pacca sulla schiena. Mentre Serrano
scappava via, lo vidi lanciarmi uno sguardo.
Non era la prima volta che mi accorgevo della
piet che la gente provava nei miei confronti, una
piet che per me era come un mare immenso, impossibile
da attraversare.
Quei brav'uomini se ne andarono lasciandosi
alle spalle qualche scusa sincera, ma non rivolta a
me: si scusavano con Warner. Io ero finita per
terra. Ero una ragazzina. Non contavo. Warner
disse: Non ce problema, disse: Ci risentiamo,
disse: Statemi bene.
Aveva impedito al tizio che mi aveva schiaffeggiato
di spingersi oltre, quindi in teoria avrei dovuto
essergli grata; ma non lo ringraziai. Piano
piano, strisciai verso la trapunta che avevo lasciato
cadere dietro di me. In quel giardino mi sembrava
l'unica cosa che potesse darmi protezione.
Tolliver e il suo compare mi erano sembrati
pronti a irrompere in casa per stanare mia madre;
ma non potevano niente contro la legge stabilita
da Warner. E poi, immagino che un'adolescente in
maglietta e bermuda caduta per terra probabilmente
gli facesse paura. Vedermi in quel modo
portava alla luce un interrogativo che nessuno dei
due aveva voluto sollevare. Il signor Warner disse
a entrambi di andare a mangiare qualcosa e a sbollire
la rabbia. Tornate a casa dalle vostre mogli
disse.
A primavera c'era luce fino a tardi; ma la giornata
aveva appena raggiunto il momento in cui il
buio diventava inevitabile e il sole stava gi calando
fra gli abeti che separavano il nostro giardino
da quello dei Leverton.
Ero arrivata alla trapunta; mi tirai su a sedere e
me la strinsi al petto. Non avrei pianto. Nonostante
il bruciore dello schiaffo, ricordo che
giurai a me stessa che non avrei versato una lacrima.
Stranamente, per, il fatto che avessero
calpestato il prezzemolo di mio padre mi sembrava
anche peggiore dello schiaffo. Quelle erbe
erano una delle gioie che pap portava in casa per
mia madre; quando tagliava il rosmarino, la maggiorana
o il timo, il profumo gli restava sulle dita
e allora, per far sorridere mamma, le passava le
dita fra i capelli.
Puoi dire a tuo padre disse il signor Warner
dominandomi dall'alto, che dietro unanime consenso
di tutto il quartiere la vostra famiglia dovrebbe
andarsene via.
Noi abbiamo il diritto di rimanere gli risposi.
Avevo scelto da quale parte stare.
Warner mi fiss un attimo, poi scosse il capo.
Mentre usciva dal giardino, mi strinsi nella trapunta.
Era una trapunta della memoria che avevamo
comprato alla fiera di Kutztown. Vedi?
aveva detto a pap la tizia che ce l'aveva venduta. 
tutta fatta a mano. Niente cuciture a macchina.
Mio padre l'aveva comprata, sicuro di far colpo
su mia madre. E cos era stato. Mamma l'aveva
messa sul bracciolo del divano e nei pomeriggi di
noia in cui dovevo intrattenermi da sola perch
Natalie aveva da fare, stendevo la trapunta sul divano
e inventavo ricordi per la mia famiglia.
Questa pezza rossa rossa rappresenta uno
schiaffo che Helen si prese sulla guancia a sedici
anni mi dissi sottovoce quella sera in giardino. E
gi funzionava. Lo schiaffo cadde nel buco di un
passato che si andava accumulando alle mie
spalle. Allora mi alzai in piedi, rientrai in casa,
pulii lo sformato caduto a terra e davanti alla
porta del bagno sentii le note gracchianti di una
radio che trasmetteva musica per big band.
...
.
...
Capitolo nono.
...
.
...
La sera che quegli uomini si presentarono nel
nostro giardino avevo due adulti a portata di
mano: mia madre, nascosta nel bagno, e il signor
Forrest, che abitava poco pi avanti.
Mentre prendevo la giacca dall'attaccapanni vicino
alla porta della cucina, mi cadde l'occhio su
una delle vecchie foto incorniciate di mia madre.
Era una foto piccola, una 1 Ox 15 che la ritraeva con
una sottoveste dall'elaborato corpetto di pizzo. La
sottoveste cru. La cornice stava fra un gruppo di
ninnoli accanto al divanetto di velluto rosso, che
per me era il mobile pi scomodo che potesse esistere.
Stimola la gente ad andarsene via prima diceva
mia madre quando mi lamentavo.
Che gente, mamma?.
Mi avvicinai alla foto. Avevo voglia di ferire mia
madre, ma quella donna non la finiva mai di abbattersi
e di piangere, di mordere e sbraitare, e
fare breccia in lei mi sembrava impossibile. Presi
la foto e seguii con un dito i contorni del suo
corpo. Poi me la infilai nella tasca della giacca e
uscii il pi silenziosamente possibile. Con tutto il
rumore della radio, mia madre non mi avrebbe
mai sentita.
Dopo l'imbrunire le strade sembravano deserte.
Nei giardini non c'era pi nessuno. Mi chiesi di
sfuggita come poteva presentarsi una veduta aerea
del nostro quartiere se qualcuno avesse tolto tutti
i tetti: in quante case si sarebbe vista una famiglia
felice che si accingeva a passare insieme la serata
guardando la tiv con un'allegra ciotola di popcorn
sulle ginocchia? A casa di Natalie, la madre
stava sicuramente scivolando nel mondo dell'oblio
con l'aiuto di un cicchetto, come diceva lei. Su in
camera sua, Natalie pensava invece a Hamish Delane,
che si era appena trasferito in America con i
suoi. Un giorno l'avevo vista riempire un foglio di
ghirigori imperscrutabili; alla fine mi aveva confidato
che c'era scritto e riscritto signora Natalie
Delane.
Scoperchiare tutte le case e mettere insieme le
nostre miserie era una soluzione troppo semplice,
me ne rendevo conto. Le case avevano finestre con
le tende; i giardini avevano cancelli e recinzioni.
Cerano strade e marciapiedi progettati meticolosamente
e se uno decideva di entrare nella realt
di un'altra persona, quelli erano i percorsi che doveva
essere disposto a seguire. Di scorciatoie non
ce n'erano.
La porta si apr prima ancora che suonassi il
campanello.
Speravo proprio di vederti disse il signor Forrest.
Vieni, entra. Dammi la giacca.
Le ho portato una cosa dissi io.
Mi infilai una mano nella tasca e tirai fuori la
foto incorniciata.
Il signor Forrest la prese. Io mi guardai intorno
e dopo il portaombrelli di ceramica dell'ingresso
sbirciai il salotto, che avevo sempre e solo visto da
fuori, e la camera da pranzo comunicante, alla
quale si accedeva salendo tre ampi gradini di
legno.
Durante il tragitto la rabbia non aveva smesso di
ribollirmi dentro e adesso, in quella casa, mi sentivo
il bollore sulle gote.
 una donna bellissima, tua madre mi disse
Forrest guardando la foto.
Infatti.
Mettiamoci in salotto, che ne dici?.
Solo allora mi accorsi che il signor Forrest mi
stava trattando con una gentilezza incredibile, perfino
con premura. E mi rendevo conto che era un
fatto straordinario. Nel quartiere, Forrest non
aveva simpatia quasi per nessuno, a parte i miei.
Non che fosse mai scortese; anzi, era assolutamente
amabile, ma con un fare che, come avrei capito da
adulta, era l'equivalente borghese di un braccio alzato
a schivare un placcaggio.
Forrest era stato a casa nostra svariate volte
negli anni, ma io non ero mai entrata in casa sua.
Ora mi trovavo ai bordi di un tappeto di seta davanti
al suo caminetto e non sapevo bene cosa
dire.
Accomodati. Mentre mi sedevo, fece un fischio
sonoro e Tosh entr a balzelloni nella stanza.
Lo so chi sei venuta a trovare in realt aggiunse
con un sorriso.
Tosh rallent il passo fino a fermarsi obbediente
davanti a lui e si accucci per terra guardandomi.
Ti devo molte scuse disse Forrest. Non sarei
dovuto scappare. Ma qui non mi sono mai sentito
a mio agio. Da questo punto di vista, sono un po'
come tua madre.
Mi cadde l'occhio su un vassoio ovale accanto al
camino. Era sistemato su un tavolino snello di ciliegio
e sul ripiano c'erano varie bottiglie di cristallo
che riflettevano la luce. Il signor Forrest
segu il mio sguardo.
S, ti meriti da bere disse nervoso. Io un
bicchiere lo gradisco senz'altro. Vieni, Tosh. Condusse
il cane al divano con la fodera bianca dov'ero
seduta e batt la mano sul posto accanto a
me. Tosh salt sul divano e mi si appoggi subito
sul fianco. Bravo cane disse Forrest.
Mentre mi dava le spalle, abbracciai Tosh e continuai
a stringerlo accarezzandogli le orecchie
flosce.
Per te ho scelto un porto mi disse Forrest. Ce
lo possiamo centellinare parlando di gente disgustosa
e magari poi passiamo a un altro argomento.
Mi porse il liquido rosso sangue e and a sedersi
di fronte a me su una poltroncina di velluto color
oro che gli mand in alto le ginocchia.
La cosa lo fece ridere. Non mi siedo mai su
questa poltroncina disse. Il nome corretto 
slipper, le signore le tenevano nei loro salottini.
Questa qui era della mia bisnonna.
Qualche volta, quando  in casa, la vedo dalla
finestra gli dissi.
Che spettacolo banale.
Tenevo il braccio intorno al cane e gli stavo grattando
la fossetta sotto l'orecchio destro. Tosh
aveva la bocca aperta in un sorriso ansante e di
quando in quando inclinava la testa all'indietro e
mi guardava. Presi una sorsata di porto e mi venne
subito voglia di sputarlo.
Centellinare, avevo detto fece Forrest vedendo
la mia espressione. O no?.
Arruffai il pelo a Tosh e mi guardai intorno, lasciando
passare quello che mi sembr il minuto
pi lungo del mondo.
Helen, cos' successo dopo che me ne sono andato?.
Lasci stare risposi. All'improvviso non mi andava
pi di parlarne; invece, avrei tanto voluto restare
sola con Tosh.
Perdonami, Helen disse lui. In genere non
bado ai vicini e a meno che non vada a prenderli
di petto in casa loro, i vicini mi lasciano in pace.
Il suo amico mi ha dato uno schiaffo.
Forrest pos il bicchiere sul tavolino di marmo
accanto alla poltroncina. Sembrava che anche lui
fosse stato schiaffeggiato. Fece un respiro profondo.
Helen, adesso ti insegno due parole importanti.
Pronta?.
S risposi.
Poi ti prendo qualcos'altro da bere, perch 
evidente che detesti il porto.
Avevo tenuto in mano il bicchiere, ma non riuscivo
nemmeno a far finta di centellinarlo.
Le parole sono queste: stronzo bastardo.
Stronzo bastardo ripetei.
Ancora.
Stronzo bastardo dissi io pi sicura.
Con verve!.
Stronzo bastardo! esclamai.
Ricaddi sul divano che quasi ridevo.
Di gente cos ce ne a milioni. E non puoi farci
niente, credimi. L'unica  sperare di trovare un
modo per viverci insieme tranquillamente. Chi mi
vede seduto a leggere davanti a questa finestra,
con tutti i miei libri e i miei oggetti antichi, non lo
direbbe, ma io in realt sono un rivoluzionario.
Mi venne voglia di chiedergli se avesse un fidanzato,
ma mia madre mi aveva ammonito: non
fare mai la curiosa.
Tu sai che colleziono libri mi disse il signor
Forrest. Ti andrebbe di vedere qualcuno dei miei
ultimi acquisti?.
E mia madre?. Me la figuravo acciambellata
intorno alla radiolina come una conchiglia a cono.
Tua madre? fece lui, alzandosi con il bicchiere
in mano. Beh, lo sappiamo tutti e due che
non va da nessuna parte.
Venne da me a prendere il porto non bevuto e la
coda di Tosh cominci a battere sullo schienale del
divano.
Io la odio dissi.
Lo pensi sul serio, Helen?. Forrest teneva i
due bicchieri in mano e mi guardava.
No.
Tu sarai sempre pi forte di lei. Non l'hai ancora
capito, ma  cos.
Ha lasciato morire Billy Murdoch dissi.
 stata la sua malattia, Helen, non lei.
Alzai gli occhi e lo fissai, sperando che non si interrompesse.
Ti sarai resa conto che tua madre ha una malattia
mentale prosegu. Rimise i bicchieri sul
vassoio d'argento e si volt di nuovo a guardarmi.
Tuo padre che cosa ne dice?.
Una malattia mentale. Era come se qualcuno
con gran delicatezza mi avesse posato una bomba
sulle ginocchia. Non sapevo come disinnescarla,
ma capivo che per quanto potesse farmi paura
c'era dentro una chiave, una chiave per tutte le
giornatacce, tutte le porte chiuse e le crisi di
pianto.
Non hai mai sentito parlare di malattie mentali?.
S risposi arrendevole.
E non le hai mai collegate a tua madre?.
L'avevo definita una pazza, ma malata mentale
mai. Pazza non era troppo forte; pazza era una parola
semplice come timida, o stanca, o triste.
Intuendo che il signor Forrest aveva intenzione
di spostarsi, Tosh salt gi dal divano. Mi alzai.
Ti faccio un gin tonic e ci andiamo a guardare
dei libri disse lui. Tu non devi la vita a tua madre,
capito? E del resto, non gliela deve neanche tuo
padre.
Ma se ha appena detto che mia madre ha una
malattia mentale....
Tua madre  una sopravvissuta. Oggi ti mando
senz'altro a casa con un paio di libri che altrimenti
lei non avrebbe modo di conoscere, ma tu in
cambio mi farai il piacere di riportare indietro la
fotografia.
Passando dalla camera da pranzo, io, Tosh e il
signor Forrest andammo tutti e tre in cucina.
Dopo le altre due stanze, questa fu una sorpresa
assoluta. Era tutta bianca e incredibilmente funzionale
e nulla lasciava intendere che negli ultimi
mesi Forrest ci avesse mangiato o preparato qualcosa
da mangiare.
Mi appoggiai al lavello e lui apr il frigorifero.
Puoi dare a Tosh qualche biscottino mi disse
senza voltarsi. Trov le bottiglie che cercava e
apr il freezer. Sono l vicino al lavello, nel vaso
di porcellana bianca a forma di coniglio.
Mentre davo all'estatico Tosh dei biscottini che
sembravano coniglietti in miniatura, il signor Forrest
mi prepar un cocktail.
Perch lei  suo amico? gli chiesi.
Tua madre  affascinante.  una persona incredibilmente
spiritosa e bella.
 cattiva dissi.
Purtroppo tu e tuo padre vedete questo suo
lato molto pi di quanto il sottoscritto non far
mai. Noi due abbiamo i libri, possiamo limitarci a
quelli. E alla fine io me ne torno a casa mia.
Mi porse il bicchiere. Se vuoi, possiamo brindare
alla disfatta di tutti gli stronzi bastardi di
questo mondo mi disse, facendo cin cin col mio
bicchiere.
Anche mia madre?.
Tua madre non  una stronza bastarda. Gli
stronzi bastardi sono per natura dei semplici. E
adesso bevi, perch tra breve entrerai in una stanza
dove non  ammesso portare liquidi.
Il gin tonic era meglio del porto, ed era fresco.
Bevemmo mentre Forrest mi faceva strada lungo
un corridoio.
In questo corridoio, a un certo punto divento
un'altra persona mi disse. Ma per te cercher di
rimanere ancorato alla realt.
Arrivammo a una porta che per met era di
vetro; al di l cera una grande stanza illuminata
da faretti.
Posiamo qui i bicchieri. Hai le mani pulite?.
Posai il mio bicchiere accanto al suo, su uno
scaffale a muro.
Credo.
Lui allung una mano su un altro scaffale e tir
gi una scatola di legno. All'interno cerano varie
paia di guantini bianchi di cotone.
Tieni, metti questi.
Infilai i guanti e mi guardai le mani. Sembro
Topolino dissi.
Magari Minnie mi corresse lui. Pronta?.
S.
Scusa, bello disse a Tosh.
Poi apr la porta e fece scattare un interruttore
alla sua destra. Tutt'intorno alla stanza, agganciate
ai montanti delle librerie, cerano delle piccole lampade
che andavano ad aggiungersi ai faretti. La
stanza non aveva finestre.
Questa la immagino come la mia citt mi disse
Forrest. Chiudo la porta e il mondo sparisce.
Posso restare qui dentro a oltranza e poi uscire
senza avere idea di che ore sono.
Mi port davanti a un lungo tavolo. Non resistetti
alla tentazione e feci correre la mano sulla
superficie lucida.
Viene dalla Nuova Zelanda disse lui.  fatto
con un vecchio ponte di ferrovia. Me costato un
patrimonio ed  pesante da morire, ma mi piace
da matti.
Si chin sul centro del tavolo e tir a s una
grossa scatola piatta di cartone.
Questa  una scatola archivio disse. Qui
dentro ci tengo le tavole a colori e alcune stampe
di lettere arrivate ieri. Erano confezionate dentro
orrende buste per alimenti. Figurati!.
Apr la scatola. La prima lettera che vidi, sotto
un foglio velato che mi sembrava carta da lucidi,
era una H.
Guarda,  perfetto che tu sia venuta oggi,
anche se ammetto che personalmente ho un debole
per la S di quasi tutti gli alfabeti medievali.
Prese la H sollevandola con gesto rapido nella
copertina protettiva - che, spieg, era di carta pergamena
- e me l'apr davanti.
Osserva le facce disse. Di solito i personaggi
dipinti nelle lettere sono assolutamente
impassibili. Ma questo artista sfid la convenzione
dandogli un'espressione. Non me ne ero
reso conto finch non l'ho visto coi miei occhi.
Non me la sento di venderle, queste, almeno non
per ora.
Il signor Forrest mi ricordava un ragazzo della
mia scuola, maniaco di elettronica, che passava
quasi tutto il tempo nella sala audiovisivi a trafficare
con l'impianto audio. Una volta, a mensa, si
era messo a descrivere le caratteristiche dell'elettricit
statica con tale entusiasmo che erano tutti
ammutoliti; poi era arrivato David Cafferty, uno
che durante un allenamento di football aveva
perso due incisivi per un calcio in bocca, e aveva
scatenato la valanga di risate che aveva sepolto
quel ragazzo.
Di quando sono? gli chiesi.
Del Cinquecento. Ma a parte le facce, la particolarit
 che a dipingerle fu un monaco che aveva
fatto voto di silenzio. Mi piace pensare che questo
fosse l'unico sistema con cui comunicava. Aspetta,
ti faccio vedere.
Il signor Forrest tir fuori alla svelta tutte le lettere
e le sistem lungo il tavolo, ognuna dentro la
sua copertina di carta pergamena.
 un racconto disse. Non l'ho ancora capito
tutto, ma dalla lancia che porta uno dei personaggi
e dalla frequenza di certi colori credo che il
monaco stesse raccontando la sua storia.
Guardai la H che avevo davanti. Le verticali
erano formate da due figure, una delle quali passava
qualcosa all'altra lungo l'orizzontale.
 roba da mangiare? domandai. Mi venne in
mente lo sformato di mia madre.
Brava, Helen disse il signor Forrest. Dovrebbero
essere cereali. Le tavole narrano la storia
della mietitura, il che era una consuetudine, ma
anche un'altra storia. Ecco, cos sono in ordine.
Seguile con me.
Fece il giro del tavolo e mi si ferm accanto, davanti
alla A.
Questo  il personaggio da tenere d'occhio mi
disse indicando una figura maschile con i capelli
a caschetto. Vedi che  vestito di blu e oro?.
S.
Compare in quasi tutte le lettere. Ed  un fatto
molto insolito. Questi alfabeti sono prevalentemente
decorativi e attirare troppa attenzione su
una figura ricorrente era una cosa da evitare.
Rieccolo dissi indicando la C.
Proseguimmo insieme il giro del tavolo e osservai
attentamente ogni lettera seguendo il personaggio.
Deduco che tuo padre non ce.
Pare che sia a Erie.
E come sta, in questo periodo?.
Se riuscissi a prendere la patente, per lo meno
potrei andare a fare la spesa.
Arrivata alla X mi chinai. Sul tratto obliquo che
partiva da sinistra c'era una figura che sembrava
addormentata; su quello che partiva da destra e incrociava
il primo c'era il nostro personaggio.
Stringeva in mano soltanto il manico della lancia;
il resto era affondato nel corpo dell'addormentato.
Ha ucciso una persona! esclamai.
Complimenti, Helen! Bravissima! Io ci ho
messo molto di pi a capirlo.
La Y era l'assassino che urlando supplicava gli
di con le braccia levate e la faccia appena appena
visibile dietro il mento puntato verso l'alto. E nella
Z non cerano figure umane, ma delle lance incrociate
una sopra l'altra e, sul fondo, un'incudine.
Ma lei fa questo di mestiere?.
S, vado a diverse fiere antiquarie dedicate ai
libri e cerco oggetti nelle vendite all'asta degli arredi
di case e ville. Mi porto sempre dietro un paio
di guanti. Ormai ho saccheggiato fino all'ultimo
angoletto nel raggio di duecento chilometri.
E queste quanto valgono?.
Cosa, ho davanti a me una collezionista in erba?.
Forrest cominci a raccogliere le lettere a partire
dalla Z e torn indietro verso il centro dell'alfabeto.
Radunata la seconda met dell'alfabeto, la
ripose nella scatola e poi prosegu dalla M alla A.
Per adesso non ho altro che fotografie di mia
madre in sottoveste.
Helen, tu sai cos' una musa?.
Pi o meno.
E che cos'?.
Ce le hanno i poeti.
Lui sistem le lettere accatastate nella scatola di
cartone e richiuse il coperchio. Ce le hanno anche
altri artisti. And alla libreria sulla parete in fondo
e a colpo sicuro tir gi un grande libro bianco col
dorso rigido. Torn da me e me lo diede.
Il nudo femminile lessi.
Forrest prese da sotto il tavolo una sedia di
legno con lo schienale arrotondato. Prego, siediti.
Tanti artisti hanno una musa: pittori, fotografi,
scrittori. Tua madre ha molto della musa.
Mi sedetti davanti al tavolo lucido e guardai pagine
su pagine di donne nude. Alcune erano distese
su un divano e altre sedute su una sedia;
alcune sorridevano con aria pudica e altre non
avevano nemmeno la testa, solo gambe, seni e
braccia.
Mio padre lavora con i sedimenti.
Ci non toglie che Clair non possa ispirarlo.
Per cosa?.
Clair lo fa andare avanti, Helen. Se non lo vedi,
vuol dire che sei cieca. Quei due sono legati a
doppio filo, l'uno sostiene l'altra.
Sulle pagine che avevo davanti c'erano due
ritratti della stessa donna. La Maja vestida lessi ad
alta voce. La Maja desnuda.
S, Goya disse il signor Forrest. Non sono
stupende?.
Guardai i due quadri accostati, poi frettolosamente
richiusi il tomo.
Il signor Warner ha detto che secondo tutto il
vicinato dovremmo andarcene. Nel legno del tavolo
vidi dei fori, lasciati senz'altro dai ferri con
cui erano state fissate le travi del ponte; li avevano
riempiti con dei perni di un legno pi chiaro, perfettamente
tagliati.
E tu vuoi andartene?.
Non lo so.
Lui rimase un attimo in silenzio, poi mi porse la
mano.
Secondo me, dovrei insegnarti a guidare, se me
lo permetti.
Sulla Jaguar?.
Perch, esistono altre macchine? Non lo sapevo.
Arrossii dalla contentezza.
Quel giorno tornai a casa con due cose: la foto
di mia madre con la sottoveste cru, che avrei rimesso
a posto, e un invito aperto per andare a giocare
con Tosh. Ma pi entusiasmante ancora era
la visione di me stessa al volante della Jaguar del
signor Forrest. Mi sarei messa un foulard colorato
e un paio di occhiali da sole enormi e non so come,
ma avrei fumato.
Si era fatto buio; al pianterreno di casa nostra,
per, non c'erano luci accese. Entrando, vidi che il
bagno accanto alla cucina era vuoto e che la radio,
insieme al lavoro a maglia di mia madre, era rimasta
ai piedi delle scale. Salii in camera mia e
dall'ultimo cassetto del com presi un pigiama.
Mi cambiai e andai al bagno in fondo al corridoio
a lavarmi i denti. Ripensavo ai nudi nascosti
in casa del signor Forrest. Si era dimenticato di
darmi un libro da portare a mia madre e per
qualche motivo la cosa mi rendeva felice come se
avessi vinto una gara, come se la sua devozione,
per quanto indirettamente, l'avesse trasferita su di
me. Riempii d'acqua il mio bicchiere di plastica
rosa e uscii dal bagno.
Entrando in camera sentii lo scatto delle veneziane
di metallo.
Dove sei sparita? mi chiese mia madre. And
alla seconda finestra, quella sopra il mio letto, e
con un altro scatto chiuse anche l'altra tenda.
Non risposi. Le passai accanto e andai a sedermi
su una vecchia sedia che tenevo in un angolo della
stanza. Come sempre, c'erano ammucchiati sopra
vestiti mezzi sporchi; ma anzich spostarli, mi sedetti
in cima alla mia montagna e la guardai.
Ero preoccupata da morire. Sul serio aggiunse.
Io non aprii bocca.
Cominci a camminare avanti e indietro sul
tappeto intrecciato.
Senti, Helen, tu lo sai che per me  difficile.
Silenzio.
Non potevo proprio affrontare quella gente.
Non sono neanche pi uscita in giardino da
quando... beh, hai capito. Da quando quel ragazzino
 caduto per strada.
 stato investito! urlai, ma solo dentro di me.
Dove sei stata?.
Mi guard con un'aria a met fra l'accusa e la
supplica. Le mani le tremavano e si tendevano intorno
a lei per placare una bestia che non riuscivo
a vedere, un io fantasma che giorno dopo giorno
la perseguitava. E l'unica cosa che udivo era il signor
Forrest che diceva: malattia mentale.
Sarai andata da Natalie. Non credere che non
senta l'odore dell'alcol quando mi passa davanti. E
a quella tizia cos' che hai detto? Che quella pazza
di tua madre s'era rintanata in bagno? Mica risolvi
niente sparlando di me con i vicini. Sbronzandoti
con Natalie e con quell'istrice di sua madre. Io non
riesco a tenere in ordine questa casa senza un
aiuto. Ma tu lo sai di dov' la madre di Natalie? Lo
sai?  del sud, come me, solo che lei ha detto io
me ne vado al nord e perdo l'accento, come se il
sud fosse un postaccio lercio da cui  bene scappare.
Se pensi che la madre della tua amichetta sia
meglio di me, credimi, sei pazza.
Mi vedevo come se fossi uscita dal mio corpo.
Mentre mia madre continuava a parlare, mi alzai.
Non la sentivo pi. Le sue mani continuavano a
sfarfallare sempre pi frenetiche e io volevo solo
che finisse tutto. Avevo in mano il bicchiere di plastica
rosa. Un attimo dopo la mano mi part e solo
l'acqua che le sferzava il viso mi diede uno scossone,
facendomi capire che cosa avevo fatto.
Volevo dirle che mi avevano picchiato; volevo che
mi consolasse. Volevo urlare e graffiarle il viso con
le unghie. La volevo sana di mente. Ma lei si tir indietro
spaventata e allora urlai: Il signor Warner
mi ha informato che dietro unanime consenso di
tutto il quartiere dovremmo andarcene via!.
Poi, con la stessa repentinit con cui mi ero alzata,
mi risedetti sul mucchio di vestiti smessi.
Mia madre non fece neanche il tentativo di
asciugarsi. Mi sorrise debolmente e con un filo di
voce comment: Dire unanime consenso  proprio
da lui. Warner  un....
Lo spazio era rimasto vuoto. Potevo riempirlo
con quello che volevo! Coglione pieno di s
dissi.
Vidi che mia madre mi guardava con gratitudine,
perch avevo ricambiato il suo saluto sulla
strada che aveva imboccato. L'acqua le gocciolava
gi dal naso e dalle labbra. Sotto la lampada aveva
il viso lucido.
Mamma, uno di quelli mi ha dato uno schiaffo
le dissi.
Ma parlando sentii sfumare sempre pi la mia
determinazione, la mia separazione, la mia autonomia.
Mia madre avrebbe continuato a possedermi.
Lei si volt da una parte e abbass lo sguardo.
Helen disse.
S.
 solo che....
S.
 solo che ho... Beh, tu sei mia figlia, tu mi capisci.
Io non riesco a inserirmi in quest'ambiente.
Notai che stava lisciando il bordo del tappeto
con le dita di un piede; era un movimento ossessivo
che sembrava coincidere col ritmo delle sue
mani tremanti. Stava cercando di ritrovare da
qualche parte le parole con cui scusarsi, ma era
combattuta.
Vuoi che ti spazzoli i capelli? le dissi. Come
fa pap.
Appena mi alzai, per, lei si mise le mani davanti
al viso e mi guard da dietro le dita.
Lo faccio volentieri le dissi. Vedrai che ti far
stare bene. Poi ce ne andiamo a letto tutte e due e
domattina le cose andranno meglio.
Non le dissi che non volevo pi rivolgerle la parola.
Che l'indomani mi sarei svegliata e sarei
uscita presto per non doverla incontrare. Che
avrei cominciato a mettere via qualcosa da mangiare
per poter dire a cena che non avevo fame. E
che il signor Forrest mi aveva fatto un regalo pi
grande di qualsiasi gin tonic o lezione di guida.
Aveva detto che mia madre aveva una malattia
mentale. E anche se mio padre non l'aveva mai
fatto, io ero decisa a considerarla la nostra verit.
Le settimane successive furono esaltanti. Quando
pap torn a casa, gli raccontai cos'era successo
e dissi che il signor Forrest si era offerto di
insegnarmi a guidare. Non ci fu bisogno di specificare
che non parlavo pi con mia madre, perch
lei lo salut sulla porta proprio con questa notizia.
Io sapevo solo che non parlandole mi sembrava di
far scorta di noci o di cartucce. Diventavo ogni
giorno pi forte.
Il signor Forrest arrivava con la sua Jaguar e
dava qualche colpetto di clacson, io agguantavo la
giacca e volavo gi per le scale. A volte avvertivo
una presenza vaga nel soggiorno; ma dall'ultimo
gradino ci volevano esattamente tre passi da gigante
per uscire e cos volli credere che quella presenza
diminuisse a ogni mia fuga. Fuori c'era il
sole, e c'era la macchina verde salice col giaguaro
che spiccava in aria un balzo sconfinato.
Una volta uscita, solo venti gradini di cemento
mi separavano dal signor Forrest e dalla sua automobile;
ma avevo sempre troppa paura a lasciarmi
scivolare lungo la ringhiera di metallo per far
prima. Mi vedevo con la testa spaccata sul marciapiede
e mia madre incapace di avvicinarsi, incapace
di chiamare un'ambulanza, o peggio: che si
costringeva a venirmi vicino e poi finiva coi piedi
nel mio cervello spappolato, gesticolando all'impazzata,
annaspando.
Quando cominci a cercare casa a Frazer, a
Malvern e a Paoli, mio padre andava da solo. Fotografava
stanze e giardini con la Polaroid, portava
le foto a mia madre e insieme, in camera da
pranzo, le sistemavano facendo una specie di collage,
ogni casa separata dalle altre dal noce scuro
del tavolo.
Io tornavo dalla mia guida col signor Forrest e
tutti e tre giravamo intorno al tavolo, guardando
circospetti quello che poteva diventare nostro. Fu
sull'onda di quest'esperienza che pap decise di
dotarmi di una macchina fotografica mia.
Cos puoi fotografare i tuoi compagni di scuola
o un concerto della banda e mostrare le foto a tua
madre disse.
Io non vado ai concerti della banda risposi.
Va be', allora fotografa le cose che fai.
Mi rivolse un sorriso fiacco e allora capii che era
meglio non dire nulla. Che fare commenti in
qualche modo era sleale, perch tutto indicava che
mia madre poteva non essere pi in grado di
uscire da quella porta.
Ma comprare casa tramite le foto mi piaceva. Di
notte potevo sognare camere da letto sospese in
cielo accanto a un garage nel quale era parcheggiata
una Jaguar rosso ciliegia con inserti in legno vero.
A volte non riuscivo a capire se mia madre interrogasse
mio padre o le case.
Bella boiserie diceva, ma moquette verde orrenda.
Tu cos'hai da dire?.
Sembra erba diceva mio padre.
Al massimo, erba lercia.
E anche se a quel punto toccava a me pronunciarmi,
mi astenevo.
Quando infine arriv il momento di farle vedere
le tre case che avevano superato la selezione, si fecero
piani per quasi una settimana. Mia madre
scelse la mise che avrebbe indossato quel giorno e
la tenne pronta sul letto della camera in cui i fucili
di suo padre campeggiavano ancora sul muro.
Anche se continuavo a rifiutarmi di parlare con
lei, decisi che avrei trovato un modo per darle tacitamente
il mio sostegno.
In quel periodo ero a dieta stretta. Una mattina,
qualche giorno prima del sabato dedicato alle
case, stavo tagliando la mia dose quotidiana di carote
e sedano quando mi fermai incantata. Un attimo
dopo, presi i dischi arancioni delle carote
come foglietti per appunti e creai la mia personale
versione dietetica dei cuori di zucchero di san Valentino.
Buona fortuna! scrissi col pennarello
nero su un dischetto. Vittoria! scrissi su un
altro. Cominciavo a prenderci gusto. Abbasso gli
stronzi! scrissi. Stammi bene. Mangia le carote!.
Alla carica!. Avanti tutta!.
Il passo successivo fu quello di nascondere i dischetti
in giro per la casa, in posti dove mia madre
li avrebbe trovati sicuramente: in fondo alle scarpe
che aveva messo nella camera degli ospiti insieme
ai vestiti; sotto il piumino della cipria - che una
volta agognavo - sul suo com; nella tazza da t
sbeccata e macchiata di rossetto. E mentre mi aggiravo
furtiva per la casa, entrando e uscendo dalle
stanze in cerca di un nascondiglio per i bigliettini
di carota, mi scordai dell'odio che provavo per lei e
lasciai entrare il mio amore. Come su un'altalena,
era tanto facile passare da un estremo all'altro.
La mattina del gran giorno, mio padre mi chiese
di uscire dalla sala e di restare in cucina con la
porta chiusa. A quel punto, mia madre non usciva
di casa da quasi un anno e non lasciava il giardino
da quasi cinque. I vicini, sapendo che nei fine settimana
pap cercava una casa nuova, si erano
stranamente zittiti.
Mia madre stava canticchiando con voce tremula
al piano di sopra. Mentre pap mi spingeva
in cucina e mi dava un bacio leggero sulla fronte
col pensiero rivolto a lei, vidi le coperte che aveva
ammucchiato sul tavolo da pranzo e capii subito a
che cosa servivano.
La mattina era iniziata con lui che si era svegliato
presto ed era sceso a prepararle il vassoio
con la colazione. Pap aveva come un regolatore
di volume sull'amore che nutriva per mia madre
ed evidentemente la debolezza di lei lo faceva alzare
tanto che il riverbero mi tagliava fuori.
Le coperte avevano lo scopo di tranquillizzarla.
Erano coperte grigie pesanti, panno da un lato e cotone
trapuntato dall'altro. L'ultima volta che mia
madre aveva varcato i confini del nostro giardino
avevo undici anni e durante tutto il tragitto di andata
e ritorno non si era mai tolta la coperta dalla
testa. Io e mio padre l'avevamo guidata fin dentro il
supermercato, nel reparto in cui vendevano prodotti
per l'igiene femminile. Bench per lei fosse
stata una tortura, aveva voluto accompagnarmi a
comprare il mio primo pacco di assorbenti igienici.
La vidi attraverso la finestrella a rombo della
porta a vento. Era di un pallore mortale e indossava
il tailleur di lino color albicocca che era rimasto
steso sul letto tutta la settimana. Ai piedi
portava le scarpe scollate in cui avevo infilato le
fettine di carota. Mio padre l'abbracci e tenendola
stretta le mormor qualcosa che non riuscii a
capire, ma che sapevo essere parole di conforto.
Poi le strofin la schiena tesa finch lei non si
sciolse dall'abbraccio e rest diritta come un fuso,
in una posa della modella che era stata. Notai che
si era perfino truccata come secondo lei richiedeva
un'uscita: non solo la cipria e il lucidalabbra che
metteva di solito, ma tutto il repertorio di mascara,
matita, fondotinta e rossetto rosso opaco che
avrebbero visto solo mio padre e il panno scuro.
 pronta, pensai. Ora o mai pi.
Mio padre prese la prima coperta grigia e gliel'avvolse
intorno alla vita, fissandola non troppo
stretta con delle spille da balia; le arrivava sotto i
piedi, sfiorando il pavimento. La seconda coperta
gliela mise sulle spalle e la chiuse davanti. Fin qui
mia madre sembrava ancora una bambinona che
giocasse a travestirsi da monaco. Ma in passato la
coperta pi difficile era stata proprio l'ultima.
Quella che andava sulla testa.
La volta precedente, mentre assistevo mio padre,
non ero riuscita ad allontanare la sensazione che
con quella coperta la stessimo mandando al patibolo.
L'avevo tenuta sollevata per poterla vedere in
faccia - Mamma, tutto bene?. S. Possiamo
andarci io e pap. Vengo anch'io - e riabbassandola
avevo guardato le righe ondulate dell'impuntura
a macchina, consapevole che mia madre
aveva bisogno d'essere rassicurata da quel lento
soffocamento per entrare nel mondo.
Prima che stendesse l'ultima coperta, vidi mio
padre sporgersi a darle un bacio. Sapevo che era
in quei momenti che l'amava di pi: quando lei era
distrutta e inerme, quando restava senza il suo guscio
duro e tutto il suo astio e il suo gelo non potevano
servirle a nulla. Era la triste danza di due
persone che stavano morendo di fame l'una nelle
braccia dell'altra, il loro matrimonio una X che
univa per sempre l'assassino alla sua vittima.
Mio padre le cal sulla testa il fatidico cappuccio
e mia madre scomparve sotto un'immagine
vuota di lana grigio scuro. In fretta e furia fecero i
passi che li separavano dalla porta. Mentre
lasciavo la mia postazione in cucina, sentii che in
casa si riversava l'aria fresca del mattino.
Con la stessa repentinit con cui pap sollev
mia madre che guaiolava come un animale in
trappola, mi precipitai in camera da pranzo in
tempo per vederli sparire dalla porta d'ingresso e
scendere le scale.
Mio padre aveva predisposto tutto. La Oldsmobile
era girata nella direzione opposta rispetto alle
altre macchine, col sedile del passeggero rivolto
verso casa e la portiera aperta. Vidi passare l'auto
dei Castle; mio padre li ignor mentre in un giorno
diverso li avrebbe salutati. Il signor Donnellson
era in giardino a tosare il prato e guard i miei con
commiserazione.
Mia madre non si ribell. Soffriva troppo per
averne l'energia. I suoi guaiti divennero pi forti
pur essendo pi distanti; se una volta non avessi
aiutato pap ad avvolgerla nelle coperte, avrei
stentato a credere che fosse lei. Invece, sembrava
di vedere un film in cui una donna veniva rapita.
E mio padre, il criminale, avrebbe chiamato a casa
per chiedere un riscatto che io non potevo far altro
che pagare: ecco qui il mio cuore, ecco tutto quello
che ho di pi caro, ecco mia madre in cambio di
mia madre.
Pap la infil in macchina e spinse dentro le coperte
per chiudere lo sportello. Lo sportello sbatt
e lui fece di corsa il giro davanti per prendere
posto al volante.
Quando avremo traslocato le cose andranno meglio,
pensai; ma altrettanto rapidamente capii che
era una bugia.
Mio padre alz lo sguardo. Lo salutai dalla
porta. Pi avanti vidi il signor Warner in giardino
con il suo secondogenito. Andai subito a nascondermi.
I miei non entrarono neanche nella prima casa.
Mentre l'agente immobiliare sbirciava nella macchina,
pap le spieg che la situazione purtroppo
non si sarebbe sistemata. Non era pi interessato
a comprare.
Una gran presuntuosa disse mia madre pi
tardi, parlando dell'agente. Curiosissima di sapere
chi ero. Farebbe bene a mettersela lei, la mia
cappa!.
Il signor Forrest era passato a chiedere come
andavano le ricerche; sedeva sul divano col
braccio appoggiato sopra la trapunta della memoria.
Pap port gli aperitivi su un vassoio e io
restai sul divanetto vittoriano in fondo alla stanza.
Era incredibile sentire mia madre che costruiva
le sue critiche sulla base dei commenti di pap.
Fece qualche battuta sui capelli e sulle unghie
della donna e disse che faceva la finta tonta. Fu l
che non riuscii a tacere.
Mamma, che vuol dire che faceva la finta
tonta?.
Il silenzio che segu fu brevissimo.
Mio padre le porse uno scotch e lei si accomod
sulla sua poltrona come se in quei vent'anni non
fosse successo niente di insolito.
Glielo dici tu o glielo dico io? domand a
Forrest.
Prima le signore rispose lui.
Servito Forrest, mio padre prese il suo scotch e
and a sedersi sul pouf vicino a lei. La guardavamo
tutti. Indossava ancora il tailleur di lino
color albicocca e aveva accavallato le gambe sottili,
fasciate di un collant color carne.
Finta tonta vuol dire che faceva finta d'essere
una persona alla buona e un po' sprovveduta. Tutta
dolce e complimentosa, finch non si  resa conto
che tuo padre era irremovibile. Allora ha cambiato
voce completamente. E di punto in bianco  diventata
una donna manager del Connecticut!.
Il signor Forrest rise apprezzando il racconto e
lo stesso fece mio padre, mentre lei continuava a
fare a pezzi l'agente immobiliare. Io li guardavo
dal mio trespolo rosso e rigido e mi chiedevo se
avesse letto i messaggi di carota. Era evidente che
dentro le quattro mura di casa mia madre era ancora
la donna pi forte del mondo. Una donna imbattibile.
Quando il signor Forrest se ne fu andato, pap
la mise a letto e io uscii in giardino. Poco dopo mi
raggiunse.
Cuccioletta, che giornata. L'alito gli odorava
di scotch.
Mamma non  come gli altri, vero?.
Al buio non riuscivo a vederlo nitidamente,
perci guardavo le cime degli abeti che si stagliavano
nel blu della sera.
A me piace pensare che tua madre sia quasi
intera mi rispose. Nella vita, tante cose sono
fatte di quasi, di non del tutto.
Come la luna dissi.
La luna era l, sospesa in cielo, uno spicchio sottile
ancora basso sull'orizzonte.
Eh, gi disse lui. La luna  intera sempre, ma
non sempre riusciamo a vederla cos. Allora vediamo
una luna non intera, una quasi luna. Il resto
rimane nascosto; ma siccome in cielo c' solo lei,
noi la seguiamo. Ci organizziamo la vita sui suoi
ritmi e sulle sue maree.
Eh, gi.
Mi rendevo conto che dalla spiegazione di mio
padre avrei dovuto capire qualcosa, ma ne ricavai
solo la consapevolezza che come c'era toccata in
sorte la luna, c'era anche toccata in sorte mamma.
Dovunque fossi andata, sarebbe stata sempre l.
...
.
...
Capitolo decimo.
...
.
...
La notte che ho ammazzato mia madre non
sono riuscita a dormire molto, ma ho sognato. Ho
sognato che dei serpenti si insinuavano negli orifizi
delle mie figlie e io non riuscivo n ad aiutarle
n a gridare. Per mi sono svegliata per i sassolini
sul vetro della finestra.
Fuori il cielo era di un blu intenso e gi prima
di alzarmi sapevo chi avrei visto gi in giardino.
Faceva cos nel Wisconsin quando le ragazze
erano ancora piccole e lui si scordava le chiavi: rubava
i sassolini smaltati che il nostro vicino teneva
per bellezza nei vasi e al buio li tirava sulla finestra
di camera nostra.
Sono andata alla finestra. Mi sembrava che fossero
passati pi anni di quanti riuscissi a contarne.
Jake?.
Apri ha detto lui. Aveva una voce sommessa
ma forte e mi  tornato in mente quello che mi
disse mia madre al telefono dopo che gliel'avevo
passato: Sembra che stia per sposarti un conduttore
del telegiornale.
Avevo dormito vestita. Non mi andava di accendere
la luce n di guardarmi allo specchio. Sopra
di me erano sospesi i globi di vetro trasparente, che
in quel momento mi sono sembrati tanti mondi separati.
Ho immaginato che dentro ogni globo ci
fossero una madre e sua figlia. In un globo, madre
e figlia sedevano su una slitta antiquata e scivolavano
gi per un lungo ammasso di neve ondulato;
in un'altra bevevano succo di mele caldo e si raccontavano
storie davanti al fuoco. Nell'ultima, la figlia
teneva la testa della madre nell'acqua gelida e
le stringeva il collo mentre quella annegava.
Mi sono obbligata a mettermi davanti allo specchio
appeso sopra il com stile Beaux Arts che con
Sarah avevamo portato via dalla casa vittoriana fatiscente
vicina a quella di mia madre; lo specchio
era anche pi antico e sul vetro cerano dei piccoli
cerchietti grigio cenere, segni dell'usura.
Avevo la stessa identica cera del giorno prima,
ma dietro gli occhi c'era qualcosa che non riuscivo
a definire. Non era paura e nemmeno senso di
colpa. Mi sono spostata leggermente e un segno
sullo specchio - un punto nero con un cerchio
mosso intorno - mi  finito al centro esatto della
fronte. Bang bang.
Non vedevo Jake da poco prima che nascesse
Leo, cio da quasi tre anni. Quella volta mi aveva
sfiorato il naso con l'indice e aveva detto: Non ho
mai conosciuto nessun altro col naso a patata. Il
tuo  proprio una patatina! Ce l'ha anche Jeanine.
S avevo detto io. Insieme ai tuoi occhi nocciola.
Speriamo che a questo vengano azzurri come i
tuoi.
Eravamo rimasti l a guardarci finch John,
uscendo dalla stanza in cui Emily era rigorosamente
allettata, ci aveva raggiunti.
Ho interrotto qualcosa? aveva chiesto.
Stavamo solo cercando di decidere chi ha pi
capelli bianchi gli aveva risposto Jake.
Facile aveva detto John con uno spirito di
rapa. Ce ne ha di pi Helen.
Avevo cominciato a incanutire fra i trentacinque
e i quarant'anni e prima di ricorrere alla
tinta avevo riflettuto a lungo; mi faceva una certa
tristezza dire addio al mio colore vero per iniziare
a tingermi i capelli. Avevo optato per un taglio
corto e a volte mi vedevo come una donnina stilizzata
con uno zucchetto nero in testa.
Jake aspettava davanti alla porta di servizio con
uno zaino di cuoio marrone sulle spalle. L'ho visto
dalla finestrella andando ad aprire: tamburellava
con le dita su una cinghia di pelle, abitudine -
come quella di ruotare i piedi avanti e indietro e di
far crocchiare le nocche - che verso la fine del nostro
matrimonio mi faceva impazzire. Adesso,
per, in qualche modo la trovavo rassicurante.
Jake aveva ancora la stessa energia nervosa di
tanti anni fa.
Ho girato il chiavistello e ho aperto la porta.
Ci siamo guardati.
Stava invecchiando bene Jake, come invecchiano
i tipi snelli e muscolosi che non sembrano preoccupati
dell'aspetto ma curano a fondo l'igiene e
sono abituati a fare moto: di soppiatto. A cinquantotto
anni, aveva i capelli brizzolati ma era ancora
in forma smagliante.
Sono stato a casa di tua madre mi ha detto.
Perch l'hai spostata?.
Sono rimasta senza fiato. Jake ha varcato la soglia,
mi ha preso la porta dalle mani e l'ha chiusa
bene.
Come sei entrato?.
Avevi lasciato accostata la finestra in fondo al
soggiorno. Non sapevo se ci fossi anche tu, perci
mi sono arrampicato sul graticcio e ho spinto la
zanzariera. Helen ha aggiunto guardandomi
negli occhi. Che cosa hai fatto?.
Non lo so. Tu parlavi di putrefazione e io ho
pensato: congelatore.
Hai ammazzato una persona ha detto lui, pronunciando
ogni parola come se non capissi. Sembrava
talmente arrabbiato da volermi picchiare.
Allora ho fatto un passo indietro e sono finita
nella lavanderia. Jake non mi aveva mai messo le
mani addosso. Non era neanche il tipo da alzare la
voce. Lui ragionava. Analizzava. Alla peggio, si
agitava.
Gli ho visto il pollice e l'indice rovinati, le unghie
irrimediabilmente scolorite; anni fa, nel
freddo del Wisconsin, si era imposto di girare
senza guanti.
E cosa pensavi di risolvere mettendola nel congelatore?.
Non lo so ho risposto. Mi sentivo nella
schiena la mensola dove tenevo i detersivi. Non
lo so.
Quando si  avvicinato, ho avuto un sussulto.
Non avere paura. Mi ha preso un braccio e mi
ha tirata via dal muro. Una scatola di ammorbidente
in fogli  caduta a terra. Vieni qui mi ha
detto.
E poi mi ha stretta. Mi ha stretta come il trentenne
Hamish non avrebbe mai potuto fare. In
quell'abbraccio c'era un passato, c'era il conoscersi
e, per stupefacente che fosse, c'era addirittura
compassione. Mi  venuto in mente che
parlando del suo lavoro Jake lo avrebbe definito
effimero e che alla fin fine tutto era effimero,
anche i rapporti personali.
Non so come far ho detto, concedendomi di
rimanere appoggiata un momento sul suo giaccone
grigio e ruvido. Avrei dovuto chiamare qualcuno,
ma non l'ho fatto.
Con gesto delicato lui si  sfilato lo zaino e l'ha
posato sull'asciugatrice.
Hai chiamato me ha detto.
Intuivo che avrebbe voluto guardarmi, ma ho tenuto
la testa affondata contro il suo petto. Non volevo
essere guardata da nessuno. Quello che avevo
fatto mi sembrava incredibile; eppure, nell'intimo,
come un seme che stesse appena cominciando a
crescere, mi sentivo giustificata. Nessuno - neanche
Jake, che poteva capire meglio di chiunque
altro - nessuno sapeva com'era diventata la mia
vita con mia madre.
Non potevo pi andare avanti cos ho detto.
Lui mi ha preso per le spalle e mi ha costretto a
guardarlo. Stavo piangendo in una maniera orribile,
come se si fosse rotta una diga. Col passare
degli anni e i discorsi fatti solo al telefono, io
sempre in Pennsylvania e lui sempre in una citt
diversa, avevo dimenticato che faccia buona potesse
avere. Ho visto la gentilezza alla quale Emily
si era tanto avvicinata. Ho visto l'uomo che Jeanine
e Leo chiamavano Papone e che, per ovvi
motivi, preferivano a me.
Oddio, Helen mi ha detto, posandomi una
mano sulla guancia. Povera la mia Helen.
Mi ha baciato sulla testa e mi ha tenuta stretta,
cullandomi. Siamo rimasti cos a lungo, tanto a
lungo che fuori la luce  passata dal blu al celeste.
Tanto a lungo che un coro si  aggiunto al primo
uccello dell'alba. Solo Jake poteva dirmi impunemente
una cosa del genere.
Quando ci siamo staccati, ha proposto di farci
un caff e ci siamo avviati nel corridoio lungo dove
tenevo appesa al muro una carta geografica mondiale
che era stata di mio padre. Negli anni, sfiorandoli
involontariamente con la giacca ogni volta
che uscivo dalla parte del garage, avevo scorticato
via via i paesi all'altezza delle spalle; con la coda
dell'occhio sinistro ho visto Caracas, risparmiata
per un pelo.
Mio padre aveva portato a casa la carta geografica
due settimane prima di spararsi. Come
mai? gli avevo chiesto. Lui aveva sorriso mentre
Emily andava a salutarlo; in quei primi anni lontano
da Jake, tutti gli uomini, anche suo nonno,
erano stati per lei una segreta delusione. Cos
Emily e Sarah possono imparare la geografia!
aveva risposto.
In cucina ho acceso le luci. Erano faretti incassati
nel soffitto che in teoria avrebbero dovuto essere
pi funzionali delle vecchie plafoniere; ma il
rumorino di filamento rotto che facevano scaldandosi
mi urtava i nervi immancabilmente. Davanti
al mobile lungo ho tirato verso di me la
caffettiera addossata alla parete. Volevo parlare di
qualcosa che non fosse solo mia madre.
Per chi stai lavorando a Santa Barbara? sono
riuscita a dire.
Per uno che si occupa di computer ha risposto
Jake.
Si  messo al mio fianco come se fossimo due
operai in catena di montaggio davanti a un nastro
trasportatore, mi ha preso la boccia di vetro dalle
mani e ha aperto il rubinetto del lavello per sciacquarla.
Io ho buttato i fondi vecchi e sostituito il
filtro.
Quel tizio ha casa in una decina di posti diversi.
A dire il vero,  stato Avery a contattarmi. 
amico del responsabile acquisti del tizio.
Del responsabile acquisti?.
Jake mi ha passato la boccia di vetro e si  appoggiato
al mobile. Io ho cominciato a versare il
caff in polvere, attenta a contare le cucchiaiate.
Sicura che vuoi sentire questa storia?.
Ho fatto cenno di s.
 un mondo tutto nuovo. Lavoro sempre pi
per committenti privati.  meglio che insegnare.
Mi piace dire che a Berna mi ero ibernato.
Insomma, fai la puttana.
Questa s che  la mia Helen.
Gli ho rivolto un sorriso fiacco. Grazie.
La mia banderuola ha detto lui e si  guardato
intorno con un'occhiata sbrigativa. Erano passati
otto anni dall'ultima volta che era entrato in quella
cucina; durante una festa ci eravamo appartati un
attimo per brindare a Sarah, che quel giorno era riuscita
a prendere la maturit per il rotto della cuffia.
Ho ficcato dentro il filtro e ho acceso.
Tenevo gli occhi fissi sul mobile, sui puntini dorati
del vecchio linoleum. Non mi ero mai sentita
a mio agio quando chiedevo aiuto.
Jake si  avvicinato al tavolo di cucina dove pagavo
le bollette e tenevo le mie carte - separate
dalla scrivania in soggiorno dove tenevo quelle di
mia madre - e ha appeso il giaccone allo schienale
di una vecchia sedia messicana. Il caff gorgogliava
nella caffettiera alle mie spalle. La sera in
cui avevamo capito che fra noi era finita, la luce
interna del nostro Maggiolino si era fulminata.
Jake doveva uscire con un gruppo di insegnanti e
stava depositando a casa me e le bambine; avevo
guardato un attimo il suo viso con un senso di malessere,
con tristezza, poi lui aveva richiuso lo
sportello. Ero rimasta davanti alla nostra casetta
con Sarah in braccio ed Emily per mano. Ciao,
pap aveva detto Emily. Poi anch'io gli avevo
detto: Ciao e lo stesso aveva fatto Sarah, le nostre
parole come tanti barattoli inutili che sferragliavano
dietro la macchina.
Ci siamo spostati al tavolo da pranzo col ripiano
di vetro e Jake ha preso una sedia.
Che facciamo?.
Da quando sono uscito non ho pensato ad
altro mi ha risposto. Mi sono resa conto che doveva
essere stanchissimo; in tutti quegli anni non
si era mai abituato all'aereo. Sarah mi aveva detto
che quando gli aveva chiesto di descrivere la sua
vita da giramondo, lui l'aveva definita con un'unica
parola: solitaria.
Invece di sedermi sono rimasta in piedi, a
braccia conserte. Avevo ancora quattro ore di
tempo; alle dieci dovevo essere al Westmore.
Prima di entrare e di vederla gi nello scantinato,
credevo che sarebbe stato semplice. In
qualche modo potevamo cavarcela dicendo che
era morta e che anche se ti avevo implorato di
chiamare un'ambulanza, tu avevi aspettato che arrivassi.
Ma adesso non sono pi tanto sicuro. Il
fatto che sia gi nello scantinato e che l'hai lasciata
l, per di pi nuda, rende le cose anche pi
strane.
Avevo il nome, Manny, sulla punta della lingua;
ma non l'ho detto. Mi sono voltata e ho preso due
tazze dai ganci appesi sotto i pensili. Mentre il
caff continuava a filtrare, l'ho versato nelle tazze.
Non potremmo dire che l'ho trovata cos? Che 
caduta?.
Gli ho posato davanti il caff. Jake mi ha guardata.
Cio?.
Mi sono seduta anch'io e ho avvolto le mani intorno
alla tazza. Cio, diciamo come hai detto tu,
che ero talmente sconvolta che ti ho aspettato. Ma
invece di provare a spiegare com' che  finita gi,
diciamo solo che l'ho trovata cos.
Nuda e col naso rotto nello scantinato?.
Esatto.
Ho preso un sorsetto di caff. Jake ha allungato
una mano e mi ha toccato il braccio.
Tu ti rendi conto di quello che hai fatto, s?.
Ho annuito debolmente.
La odiavi proprio, eh?.
E l'amavo.
Potevi andartene, potevi fare qualcos'altro.
E cosa?.
Non lo so. Qualsiasi altra cosa.
Era mia madre... ho detto.
Jake taceva.
Allora? Perch il mio piano non va?.
Verrebbe considerato un delitto ha risposto
Jake. Cos  molto pi probabile che andrebbero
a esaminare le cose a fondo.
E quindi?.
E quindi ha detto lui, scoprirebbero tutto,
Helen. Capirebbero che non l'hai trovata cos, ma
che ce l'hai portata tu.
E allora?.
Aprirebbero un'inchiesta.
Ho bevuto il caff e mi sono appoggiata allo
schienale.
Stonemill Farms ho mormorato fra me, come
mi capitava spesso di fare. Il nome del quartiere in
cui abitavo mi aveva sempre fatto pensare a una
prigione medievale.
Jake si  sfilato dalla testa il golf azzurro. Sotto
portava una maglietta che poteva essere solo sua:
sfondo beige, la figura stilizzata di un uomo disteso
su un'amaca fra due alberi verdi e uno slogan
conciso: La vita  bella. Se c'era un motivo per
cui avevamo divorziato, in pratica era quello. Su
quel punto avevamo sempre dissentito. Probabilmente
era stato per lo stesso motivo che ci eravamo
sposati.
Li disegni pi i nudi? gli ho chiesto.
In questo periodo le mie mani fanno altre cose.
Adesso lavoro con la lamiera.
Vogliamo fare questa telefonata?. Dentro di
me avevo collegato l'idea di chiamare la polizia a
quella di fare finalmente una doccia. Non mi importava
se ci che dicevo dal mio capo del filo
aveva pi un senso.
Perch l'hai lavata? mi ha chiesto Jake.
Volevo stare sola con lei ho risposto. La parola
sola ha continuato a risuonarmi nella testa.
All'improvviso ho guardato Jake con la sensazione
che fosse ancora a mille miglia di distanza e che,
per quanto potesse avvicinarsi, sarebbe rimasto
comunque lontano.
Dalle finestre chiuse che affacciavano sul lato
posteriore della casa ho sentito strillare il bimbo
della vicina. Non l'avevo mai visto, ma i suoi erano
gli strilli pi disperati che avessi mai udito. E
lunghi. Salivano ad arco, modulavano e ricominciavano
da capo. Era come se la madre avesse partorito
due chili di rabbia.
Ho finito i rimasugli del caff. Un altro?.
Jake mi ha porto la sua tazza vuota e sono andata
a riempire entrambe. Eravamo sempre stati bravi a
bere il caff insieme. Io posavo per lui, lui si metteva
seduto a disegnarmi, e fra tutti e due riuscivamo
a fare fuori tre caffettiere in un pomeriggio.
Secondo me dovresti raccontarmi come andata.
Per filo e per segno.
Gli ho posato la tazza sul tavolo e ho tenuto in
mano la mia. Secondo me dovrei fare una
doccia ho detto. Devo essere al college alle dieci
per una lezione.
Jake ha alzato gli occhi e ha spinto indietro la
sedia.
Ma sei matta? Scordati il Westmore. Dobbiamo
risolvere questa cosa e poi chiamare qualcuno.
Chiama tu.
Per dire cosa, Helen? Che eri stanca e che sembrava
una giornata buona per assassinare una persona?.
Non usare quella parola gli ho detto.
Sono uscita dalla cucina. Mentre salivo le scale
ho pensato a Hamish; lui non avrebbe mai conosciuto
il giorno in cui dar sfogo alla voglia di ammazzare
la madre. Quella voglia non gli sarebbe
mai venuta.
Al piano di sopra, dalla finestra che affacciava
sulla strada, ho visto il filare di pioppi che ondeggiavano
al vento; le foglie rimaste, color pesca e
oro, frullavano in fondo ai gambi. Anni prima
avevo creduto che sottrarmi a mia madre fosse
solo una questione di tempo, che fuggire significasse
prendere un'automobile o un aeroplano o
fare domanda di ammissione all'Universit del Wisconsin.
Sentivo Jake muoversi in cucina, lo scricchiolio
del pavimento sotto le mattonelle di linoleum
finto-cotto. Stava sciacquando le tazze nel lavello?
Guardava le ghiandaie e i cardinali che quotidianamente
reclamavano cibo sotto il melo selvatico?
L'orizzonte delle mie finestre, che racchiudesse
qualche uccello intento a mangiare o i pioppi che
mutavano le foglie, mi sembrava spesso la distanza
pi lunga che avessi mai coperto. Ho provato
a immaginare la Helen che si era messa al
volante quando suo padre, per le prime vacanze di
Natale lontana da casa, era andato a prenderla con
la Olds. Per questo tratto guido io gli avevo detto
dirigendo la macchina verso la interstatale. "Il nostro
viaggio l'aveva chiamato pap negli anni seguenti,
quando a poco a poco era diventato chiaro
che di viaggi insieme non ne avremmo pi fatti.
Sono entrata in camera e ho chiuso la porta senza
fare rumore. Poi, passata in bagno, ho aperto il rubinetto
della doccia per far scaldare l'acqua. Sul tappetino
davanti al lavabo mi sono accorta che mi
stavo spogliando come se avessi i vestiti incrostati di
sporco dopo le pulizie di Pasqua o dopo aver sgobbato
in giardino. Ho arrotolato con cura i pantaloni
fino a terra, poi li ho sfilati e ho riappoggiato i piedi
sul tappetino con cautela, come se smuovendo i risvolti
rischiassi di liberare nell'aria i detriti di un
corpo morto. Mi sono tolta i calzettoni. Sulle unghie
portavo il colore di mia madre: quel corallo spento
che detestavo, che mi ero messa due settimane
prima durante un lungo pomeriggio in cui avevamo
guardato la tiv insieme; mentre mia madre sonnecchiava
sulla poltrona bianca e rossa, la colonna
sonora di un programma sugli scambi azionari mi
aveva trivellato come il trapano del dentista.
Sapevo d'essere ancora la donna con cui Hamish
aveva voluto fare l'amore, la donna a cui le ragazze
del Westmore dicevano regolarmente "quando invecchio,
voglio essere bella come te senza rendersi
conto dell'offesa. Ma mentre mi sembrava che mia
madre avesse potuto vantare una bellezza vera per
tutta la vita, io ero sempre stata convinta di vivere
su un tempo risicato. Sapevo che la stessa ossatura
che aveva fatto di mia madre una nostrana Greta
Garbo sosteneva un fisico, il mio, ben pi ordinario.
Mio padre, per quanto delicato intorno agli occhi,
aveva il mento lungo e il naso grosso e da lui avevo
ereditato una quantit di tratti sufficiente a smorzare
quelli di mia madre. Ero sicura che la irritasse
l'idea che nel Museum of Art di Philadelphia fosse
conservato un mio ritratto. E mi ero affrettata a sottolineare
che il quadro ritraeva solo il mio corpo.
Per Julia Fusk non avevo un viso interessante
avevo detto nel tentativo di compiacerla, vedendo
sul tavolino un catalogo della mostra che le aveva
portato il signor Forrest.
Il bagno si  riempito di vapore. Mi  tornata in
mente la scatola di sottovesti che avevo trafugato
qualche anno prima dal suo scantinato. Le avevo
avvolte nella carta velina e riposte in fondo a un
com di riserva nella stanza guardaroba. A volte
aprivo la scatola e mi fissavo su quella rosa confetto.
Era un modello semplicissimo, con i cordoncini
di raso del corpetto che salivano intorno
alle spalle, diventando le bretelline. Il fruscio leggero
della seta ondeggiante intorno al suo corpo.
Il tessuto che aderiva ai suoi fianchi.
Nello specchio appannato ho visto la mia figura.
Avendo perso ogni timidezza dopo una vita che mi
denudavo in pubblico per lavoro, mi  piaciuto notare
l'aria castigata che mi dava il vapore. Un attimo
prima di entrare nella doccia ho disegnato al
volo uno smile sullo specchio; nei punti limpidi faceva
capolino il mio riflesso. L'albero brutto si riconosce
dal frutto diceva sempre mia madre.
Mentre chiudevo la porta di vetro opaco della
doccia, ho udito Jake che entrava in camera. L'idea
che dopo tutti quegli anni fosse cos vicino mi spaventava
e nello stesso tempo mi rendeva felice.
A un certo punto mio padre era andato a dormire
nella stanza degli ospiti. Tutte le mattine si
svegliava e rifaceva il letto alla perfezione come
se di notte non ci si fosse coricato nessuno, come
se il letto vuoto aspettasse sempre un ospite che
non veniva mai invitato. Perfino io continuai a
crederci per un pezzo finch, come mia madre,
non cominciai a restare sveglia, ascoltando i rumori
della casa. Quando i fucili di mio nonno venivano
gi, dalla mia camera sentivo lo scatto del
fermo che li teneva per il calcio. Era un rumore
particolare e lo sentivo almeno una volta ogni due
o tre mesi. A settembre del quarto anno di liceo
decisi di indagare.
Per essere la fine dell'estate faceva un caldo inusitato
e quando calava il buio pareva che l'umidit
aumentasse. I rumori notturni che entravano dalle
finestre aperte coprirono i miei passi in corridoio.
Davanti alla stanza degli ospiti, aprii la porta il pi
silenziosamente possibile.
Torna a letto, Clair disse mio padre stizzito.
Avvolto nel blu del suo accappatoio di spugna,
stava guardando il fucile che teneva appoggiato di
traverso sopra le ginocchia.
Pap?.
Lui sollev lo sguardo e quasi subito si alz in
piedi.
Sei tu disse.
Il fucile gli penzolava da sotto il braccio, con la
canna puntata a terra. Alle sue spalle vidi le lenzuola
sgualcite del letto. Notai che il cuscino l'aveva
portato dalla loro camera; la federa era quella coordinata
alle lenzuola del letto matrimoniale. Sul
comodino c'era un bicchiere di succo d'arancia.
Che fai?.
Li pulisco rispose.
Li pulisci?.
I fucili, tesoro mio, sono come qualsiasi altra
cosa. Perch siano in grado di funzionare bisogna
pulirli.
E da quando ci tieni tanto ai fucili?.
Eh, gi.
Pap?.
Il suo sguardo sembrava lontano. Un attimo mi
metteva a fuoco, l'attimo dopo si assentava.
Perch non porti qui le tue cose? Guarda che
non imbrogli nessuno.
No, tesoro, non dire sciocchezze. Qualche
volta se non riesco a dormire mi metto qui. Per
non disturbare tua madre.
Hai finito? chiesi indicando il fucile con un
cenno del mento.
Posso stare tranquillo che non dirai niente a
tua madre, vero? Ci tiene moltissimo ai fucili del
padre e non voglio farle sapere che mi ci trastullo.
Ma avevi detto che li stavi pulendo.
Infatti. Annu per ribadire il concetto; ma io
non ero persuasa.
Non riuscivo a staccarmi dalla porta per andargli
vicino. Vederlo nei panni morbidi del pigiama
o dell'accappatoio mi aveva sempre fatto un
effetto strano; mio padre si alzava e si vestiva
prima di me e il pigiama lo metteva sempre dopo
che ero andata a letto. Le rare occasioni in cui lo
vedevo cos, non riuscivo a classificarlo. Non era il
padre che conoscevo; piuttosto, era l'uomo sconfitto
che compariva sporadicamente da quando
avevo otto anni.
Rimise il fucile al suo posto, poi chiuse il fermo
che teneva la canna.
Un giorno convincer tua madre a sbarazzarsi
di questi fucili.
And al comodino, prese il succo d'arancia e lo
bevve tutto d'un fiato.
Ti riaccompagno in camera, okay?.
Uscimmo in corridoio e andammo nella mia ala
della casa.
Mi sdraiai sul letto. Ti va un giro di Vola? mi
chiese.
E anche se era un'abitudine che avevamo abbandonato
da anni, feci segno di s. Tutto, pur di
far restare l mio padre. Tutto, pur di farlo concentrare
di nuovo su di me.
Stavo per chiudere la doccia, quando ho sentito
che Jake parlava con qualcuno. Sono rimasta
pressoch immobile e mentre origliavo mi  tornato
in mente quando la sera prima era venuta la
signora Castle, l'acqua della spugna che mi colava
sul braccio fino al gomito, le gocce che cadevano
nella bacinella di saponata.
Non so ancora quanto.
Ho allungato una mano verso il portasciugamani
e ne ho preso uno bianco lanuginoso. Tre anni
prima, al centro commerciale, avevo fatto una
follia e ne avevo comprati sei: tre per me e tre per
mia madre. Mi ero detta che se avessimo usato tutti
asciugamani bianchi saremmo subito diventate
persone pi solari, pi vivaci e allegre, disperatamente
pulite.
Dagli lo Science Diet e i bocconcini sabato e
domenica. Grace preferisce il manzo, Milo l'agnello
col riso.
Stava parlando con chi gli teneva i cani.
L'aggiornava sugli ultimi fatti.
S, piccola, lo sai che poi mi faccio perdonare.
 una storia vecchia, devo restare.
Mi sono vista avvolta nell'asciugamano dell'inganno.
Una storia vecchia.
Ho sentito i saluti e il bip del telefono che veniva
riagganciato. Ero riuscita a mantenermi in forma,
ma nonostante ci capivo che non solo agli occhi di
Jake, ma a quelli di tutto il mondo ero davvero una
storia vecchia. Sia per lavoro che per salvaguardare
la mia sanit mentale avevo finito per trattare il mio
corpo come una macchina. La cosa era andata di
pari passo con l'aumento di cure fisiche che richiedeva
mia madre. Fra di noi le cose funzionavano
meglio se irreggimentate; le abitudini davano conforto
come l'amore non riusciva a fare. La signora
Castle, mi sono detta, in un certo senso era rimasta
intimidita alla scoperta che tenevo in perfetto ordine
le pellicine di mia madre, che le toglievo i calli
mentre i suoi piedi deformati poggiavano su uno
sgabello imbottito, che assecondavo ancora la sua
fiducia nelle creme anticellulite bench ormai
avesse ottantotto anni.
Cazzo! Helen!.
Ho aperto la porta. Jake aveva in mano la treccia.
La sera prima l'avevo tolta dalla busta con la chiusura
a pressione come se rischiasse di soffocare.
Ma che... Perch fare una cosa del genere?.
L'ho guardato. Sembrava pi inorridito dalla
treccia che dal fatto che l'avessi uccisa.
Volevo qualcosa ho ribattuto. Un ricordo.
Non posso... Cio, Dio santo ha detto lui. Rendendosi
conto di cosa aveva in mano, ha ributtato
la treccia sul mio letto sfatto. E ci hai dormito?.
La spazzolavo e la rifacevo ogni settimana. Ci
tenevo.
A stare l con l'asciugamano, i capelli bagnati e
ispidi, mi sono sentita umiliata. Ho ripensato a
quando mia madre mi supplicava di fare uno
strappo alla regola nella mia vita senza trucco. Ti
prego, solo un velo di rossetto mi diceva, e nell'armadietto
del bagno custodivo i tubetti di colori
brillanti che mi aveva spronato a comprare:
Honeydew Frost, Maximum Red, Mauve Mayberry.
Devo vestirmi ho annunciato.
Con questa che ci facciamo? Non puoi mica
conservarla ha insistito Jake. La treccia giaceva
nella baraonda delle mie lenzuola.
Lo so.
Ero sul tappetino davanti al com, seminuda. Davanti
a lui mi sono sentita come non mi era mai successo
di sentirmi: brutta. Volevo chiamare Hamish.
Ti aspetto gi. C' un telefono l? L'ho cercato,
ma non l'ho trovato.
C' quello del numero che aveva mia madre.
Perch, questo qui  un altro? mi ha chiesto indicando
il piccolo apparecchio nero sulla scrivania.
S,  stata un'idea di Sarah. Il telefono di gi sta
sotto un cuscino dentro l'armadietto dei liquori.
Sarah lo chiama il Bat-telefono. Non mi era mai
capitato di dovermi spiegare stando in casa mia
mezza nuda. Certo non da quando avevo cominciato
a fare cose come nascondere un telefono.
Sopra ce una scritta su aggressione e opportunit,
ma puoi benissimo ignorarla.
Tu lo sai che sono qui per aiutarti, no?.
Lo so.
Quando Jake  uscito dalla stanza ho provato
sollievo. Mi piaceva nascondermi dentro il mio
buio, mi piaceva al punto che preferivo non notare
che lo facevo sempre pi spesso. Che mi raggomitolavo
con mia madre in casa sua estraniandomi
dal mondo esigente, sregolato, chiassoso. Ormai
anche con Natalie ci vedevamo quasi sempre al
college. Di pomeriggio andavamo al Burger King
l vicino a prendere una tazza d'acqua marrone
che loro definivano caff, lamentandoci gi mentre
scendevamo dalla macchina.
Ho agguantato il telefono e l'ho chiamata a casa,
senza pensare a cosa avrei fatto se avesse risposto.
Ma ha risposto Hamish.
Pronto?.
Non riuscivo a parlare.
Pronto?.
Ho riattaccato. Avevo voglia di tornare a Limerick
e scoparmelo di nuovo.
Un attimo dopo il telefono ha squillato.
Il servizio si chiama ultima chiamata ricevuta
ha detto lui. Chi parla?.
Helen.
L per l  rimasto zitto, poi mi ha rimandato
l'eco del mio nome.
Buongiorno, Hamish ho detto.
Quando posso rivederti?.
Pensare che, anche se per ragioni sbagliate, il
sentimento era reciproco mi ha fatto sorridere
come se avessi la met dei suoi anni e non quasi il
doppio. Ho chinato lo sguardo, ma vedendomi le
unghie dei piedi con lo smalto l'ho subito rialzato.
I ricordi mi si stavano affollando nella mente.
Magari stasera ho detto.
Ci conto ha risposto lui allegro.
Non posso promettertelo. Ho un sacco di cose
da fare. Ma vediamo.
Mi trovi a casa ha detto lui, e ha riattaccato.
Quando Jake aveva cominciato a uscire col
freddo, abbandonando lo studio ricavato dietro un
telo nel soggiorno, non mi ero fatta domande. Inizialmente
usciva da solo, restava fuori un pomeriggio
e tornava di corsa a casa sul Maggiolino
celeste, che arrivava traballando davanti al prefabbricato
dell'universit in cui alloggiavamo e scoppiettando
si fermava di colpo. Non eravamo tanto
lontani dal centro e se dovevo fare qualche commissione
potevo andare a piedi; oltretutto, dovevo
occuparmi di Emily, e pi tardi anche di Sarah.
Jake tornava mezzo congelato ma euforico e parlava
del ghiaccio sulle foglie o dei meandri percorsi
da un ruscello sotterraneo alla base di un albero.
E le bacche. Certe bacche rosso scuro, che se
le pesti viene fuori una tintura densa e vischiosa!.
Ho riagganciato il telefono e mi sono girata a
guardare la treccia di mia madre che palpitava sul
letto. Anch'io sapevo che tenerla era incriminante.
Dal portamatite sul com ho preso le forbici
col manico arancione e mi sono avvicinata al
letto.
In bagno, accovacciata davanti alla tazza per
non far volare via nessun capello, ho cominciato
lentamente a tagliare la treccia a pezzetti abbastanza
piccoli da poterli eliminare tirando lo
sciacquone.
Per l'intervento al colon avevano dovuto rasarle
i pochi peli che le erano rimasti sul pube. Quando
la sera le rimboccavo le coperte, riflettevo sul fatto
che il cerchio si era chiuso. E come avere a che
fare con una bambina cresciuta dissi a Natalie.
Quando  troppo stanca per litigare, mi crolla addosso
come se non fossero cinquant'anni che ci
facciamo la guerra.
Natalie mi ascoltava e mi faceva domande. I
suoi genitori avevano una decina d'anni meno dei
miei e si erano trasferiti in una struttura assistita
ai confini di un campo da golf perennemente allagato.
La madre non beveva pi ed era diventata la
prima della classe al corso interno di ginnastica.
Che cosa le dir? mi sono chiesta.
A questo pensiero, senza volere mi sono pizzicata
un dito con le forbici; sull'acqua galleggiavano
capelli e sangue. Una volta finito di tagliare,
mi sono alzata e ho tirato lo sciacquone, poi ho
aspettato che si riempisse e l'ho tirato di nuovo.
Pi tardi dovevo ricordarmi di passare un po' di
detergente per pulire sotto il bordo.
Ho ripensato a quando portavo mia madre dal
medico: le coperte, gli asciugamani, l'ininterrotta
opera di convincimento, e il fatto che appena arrivava
e si toglieva tutto l'imballo, nessuno notava
niente tranne che era un po' strana e spaventata;
magari fino a un attimo prima guaiva e graffiava,
ma appena infilavamo il portone d'ingresso dava
inizio alla commedia.
Una volta assistetti a un esame rettale in cui
mamma, facendo appello sulle sue antiche idee di
ospitalit, aveva tentato di distrarre il giovane dottorino
antillano raccontandogli la storia del meticoloso
restauro della villa di Jefferson a Monticello,
che aveva letto su Smithsonian. Io ero rimasta seduta
l su una sedia, impotente. Il dottorino era
troppo educato per procedere con l'esame mentre
lei continuava a chiacchierare, per cui la visita alla
fine fu lunghissima.
Entrando nella cabina armadio ho sentito la
voce di Jake salire da sotto le assi del pavimento,
ma non sono riuscita a distinguere le parole.
Poich la treccia mi era stata negata, ho aperto
l'ultimo cassetto del com e ho tirato fuori la sottoveste
rosa confetto.
Sono scesa al piano di sotto vestita coi jeans e il
mio vecchio maglione nero; la sottoveste mi cadeva
intorno ai fianchi come una tunica. Dal momento
che mi guadagnavo da vivere spogliandomi, gli
abiti che mettevo andando e tornando dal Westmore
non venivano quasi notati. E magari a Sarah
quella mise sarebbe piaciuta.
Jake era in cucina che buttava gi un bicchierino
dietro l'altro.
Beh, l'ho detto a Emily ha annunciato.
Che hai fatto?.
Ho solo detto che era morta la nonna ha precisato
lui. Sui particolari macabri ho sorvolato.
Dovevo parlarci per forza; all'inizio della settimana
entrante era in programma che andassi su
da lei.
Ah. Mentre pronunciavo quell'ah, avevo ben
presente la forma della mia bocca.
Emily non viene.
Ho ripensato a Leo che scivolava dalle mani di
mia madre, al rumore del suo cranio morbido che
sbatteva contro il bordo della sedia. Tornata a
casa, Emily mi aveva chiamata. Non  colpa tua,
mamma, e non  solo per Leo, ma non posso pi
vedere la nonna.
Le sta bene avevo detto, pur non potendo fare
a meno di prenderlo come un rifiuto.
Jake ha continuato a dirmi altre cose, che Emily
era dispiaciuta per me e sperava che questo segnasse
l'inizio di un periodo di transizione verso il
potenziamento personale e altre cose di quel gergo
yin-yang di cui erano tutti e due praticanti convinti.
Ho spostato lo sguardo sulla mangiatoia per
gli uccellini appesa al corniolo sopra la vaschetta
dell'acqua, asciutta e spoglia: dondolava lievemente.
Un tubo di plastica cavo, privo di cibo, che
sembrava sbeffeggiare la mia mancanza di senso
materno.
Emily si era innamorata dell'idea di essere
mamma fin dal momento in cui la sua primogenita
Jeanine era stata concepita. A volte l'avevo
guardata mentre prendeva in braccio i figli e
affondava il naso nello spazio fra viso e collo semplicemente
per annusare il loro odore.
Ma tu perch sei venuto? ho chiesto a Jake.
Voglio dire, il motivo vero.
Jake ha riavvitato il tappo della vodka e ha riposto
la bottiglia nell'armadietto antico che mia
madre mi aveva regalato dopo la morte di pap.
Perch sei la madre delle mie figlie ha detto, restando
di spalle. Ha rimesso il telefono sopra le bottiglie,
poi ha preso il cuscino dalla consolle e ci ha
infilato anche quello. Non capivo se il fatto che
stesse cos attento a sistemare le cose nel modo in
cui le aveva trovate mi facesse sentire pi squilibrata
o meno.
E poi ha aggiunto voltandosi, odiavo tua
madre per come ti trattava.
Grazie.
Che fine ha fatto la treccia?.
Quanta vodka hai bevuto? gli ho chiesto.
Abbastanza. La treccia?.
L'ho tagliata e l'ho buttata nella tazza del gabinetto.
Bene.
Emily lo ha capito che stavi bevendo?.
La prima volta che ero entrata in casa di Emily,
a Seattle, m'era preso un colpo doppio. Primo,
avevo visto che c'era la moquette bianca dappertutto
e che non mi era consentito portare le scarpe
se non nell'ingresso; secondo, quando avevo
chiesto qualcosa da bere, ero stata informata che
non tenevano alcol in casa.
Le ho detto che era il dispiacere e lei ha preferito
crederci mi ha risposto Jake.
Una bugia?.
 il solito effetto che mi fai.
Cio?.
Non positivo.
Ho sorriso. Jake mi aveva trascinato verso la fiducia
nel prossimo e io avevo trascinato lui verso
un luogo in cui dietro un volto sorridente ti aspettava
sempre una pugnalata. A un certo punto ci
eravamo staccati come una bambola fatta soltanto
di pezzi opponibili.
E adesso? ho chiesto.
Come, e adesso?!.
Mi sembri abbastanza padrone della situazione
l'ho incalzato. Facciamo come dici tu.
Allora chiamiamo la polizia.
Mi pareva che non fossi d'accordo.
Infatti, ma mi sa che hai ragione tu. Diciamo
che ieri sera hai trovato tua madre cos, ma prima
di chiamarli hai aspettato che arrivassi. Per dobbiamo
telefonare ora. Da quando sono qui se n' gi
andata met mattinata.
Se dobbiamo fare cos ho detto, vorrei prima
tornare l a pulire.
Ti preoccupi delle faccende?.
La voglio rivedere. La sua espressione incredula
mi ha fatto trasalire. Ma Jake non stava insinuando
nulla.
Allora mettiti il cappotto. Ho noleggiato una
macchina, ma probabilmente  meglio che guidi tu.
Mentre stavamo per uscire, Jake mi ha preso la
mano e me l'ha stretta.
Sul sentierino di cemento mi sono immaginata
al volante dell'auto di Jake mentre mi fermavo
poco dopo casa di Hamish per incontrarlo. Lauto
era una Chrysler decappottabile rossa tutt'altro
che raffinata; ma non potendo pi contare sulla
giovent, e rischiando forse un'accusa di omicidio,
magari con quell'auto sarei riuscita a distrarlo.
Un trastullo.
Sono arrivata all'uscita del complesso. Per un
po' siamo rimasti in silenzio; ma quando ho imboccato
Pickering Pike in direzione di Phoenix-
ville, mi sono accorta che Jake cominciava a
guardarsi intorno.
Oddio ha detto,  come se qui non fosse cambiato
niente. Sembra che il tempo si sia fermato.
Dal canto mio, stavo passando in rassegna
mentalmente la cucina di mia madre. I contenitori
di plastica e le forbici sparsi per terra, riflettevo,
si potevano considerare indizi di una rapina
fallita.
Siamo passati davanti alla rivendita di legname,
accanto alla sede dell'Associazione reduci delle
guerre in terra straniera. Aspetta di vedere casa
di Natalie gli ho detto. Ha tre camere da letto
tutte col bagno personale!.
A lei cosa dirai?.
Mi piacerebbe poterle dire la verit.
Lo sai che non puoi, Helen.
Non ho risposto. All'improvviso mi  tornato in
mente quel racconto di Edgar Allan Poe in cui c'
un personaggio che viene murato vivo.
Io sono l'unico, Helen. Io. Nessun altro.
Natalie sa cosa provavo per mia madre.
D'accordo, ma questa  una cosa diversa. Tu ti
sei spinta oltre quello che fa la gente nella maggior
parte dei casi. Non  un'esperienza di cui mettere
a parte altre persone.
La gente nella maggior parte dei casi  cretina
ho detto.
Abbiamo superato la vecchia fabbrica di gomme.
A quattro anni, Sarah si era convinta che Jake
abitasse l.
Quando parli cos  difficile stare con te.
Perch?.
Perch mi ricordi com'eri in certi periodi. Diventavi
tetra anche quando le cose andavano bene.
Detestavi tutto.
Evidentemente ormai mi tocca andare in macchina
con uomini che sentono il bisogno di dirmi
come sono ho ribattuto.
Ma Jake non mi ha chiesto a chi altro mi riferivo.
I chilometri scorrevano sul tachimetro similgiocattolo,
fatto come i comandi di un'auto da
corsa. Siamo passati davanti a casa di Natalie, ma
ho preferito non farglielo notare.
Il vecchio ponte resiste ancora ha detto lui con
un tono di voce che mi offriva un ramo d'ulivo.
Quando tuo padre ci portava in giro, mi ricordo
che qui si trasformava sempre, diventava tutto allegro.
Te lo ricordi? Come se volesse sollevare il morale
della truppa e farci arrivare a casa tutti uniti
per passare una bella serata insieme. All'inizio non
l'avevo capito.
E poi s?.
Ieri sera, quando sono entrato dalla finestra, mi
si  chiarito tutto. Quel posto era una prigione.
E tu ti eri sposato una reclusa.
Ho stretto forte il volante. Non ero particolarmente
contenta di essere l con Jake; troppe vicissitudini,
cos come troppa verit, potevano essere
un'esperienza dolorosa.
Come sta Emily? gli ho chiesto.
Bene ha risposto lui con un sorriso. Si sta
adattando ai trent'anni senza nessun problema.
Quella ragazza ha trent'anni... ho detto e con
Jake abbiamo concluso insieme: ...da quando 
nata!.
Siamo scoppiati a ridere.
E John?.
Beh, non mi  mai stato veramente simpatico,
ma  un tipo a posto. Responsabile.
Secondo me, mi odia ho detto.
Jake si  schiarito la gola.
Era un s, quello?.
In generale ci critica tutti. Critica anche Sarah.
Povera Sarah.
Helen, ognuna di loro si  presa un genitore ha
detto Jake, e Sarah ha scelto te. Lo sapevi, no?.
Ho guardato altrove.
Cazzo! ha esclamato Jake all'improvviso.
Eravamo appena entrati nella periferia di Phoenixville.
Che meraviglia, eh?.
Me l'ero dimenticata. Me l'ero completamente
dimenticata.
Non siamo tutti cresciuti nel Grande Nordovest
con un picco roccioso per padre e una cascata
scrosciante per madre gli ho detto. C'
anche chi  venuto su dall'asfalto.
Pensa solo come dev'essere stato per lei ha risposto
Jake.
Lei chi?.
Tua madre. Dico, perch uscire di casa quando
fuori cera... questo spettacolo?.
Capisco che la cosa ti far ridere ho risposto,
ma con gli anni mi ci sono quasi affezionata.
A questo panorama?.
Stavamo per arrivare a un vecchio ponte che segnava
il confine tra due zone della citt; sotto c'era
un cerchio di immondizie. Il bidone che le aveva
contenute era carbonizzato.
Ammetto che questa citt ha visto giorni migliori
ho detto, ma qui c' ancora un centro.
Hanno perfino cercato di rivitalizzarlo.
Ed ecco a voi Helen, la vostra guida dell'Ente
turismo e dipartite.
Questo  lo spirito di Phoenixville ho detto.
A un semaforo ci siamo fermati dietro una macchina,
ma quando  scattato il verde la macchina
non si  mossa.
Guarda che dentro non c' nessuno ha detto
Jake.
Ho guardato, e in effetti la macchina era stata
lasciata l, abbandonata in mezzo alla strada,
senza nemmeno accostarla al marciapiede.
Queste cose mi fanno venire i brividi ho detto.
E adesso che faccio?.
Giraci intorno.  una rottura che toccher risolvere
a qualcun altro.
Cos ho fatto.
Nella Germania dell'est, l'atmosfera era pi
allegra.
Bada a come parli gli ho detto. Succedeva
cos anche quando eravamo piccoli: io potevo
insultare mia madre, gli altri bambini no. Continuavo
a preoccuparmi dei negozi in crisi della
citt e se dovevo tagliarmi i capelli andavo spesso
dal figlio del vecchio Joe.
Scusa. Lo so che nel quartiere di tua madre 
tutto pi carino.
Jake mi aveva fatto una concessione e lo sapevo.
Quando da sposi novelli ci eravamo imbarcati con
Emily nel lungo viaggio in macchina da Madison,
si era aspettato di trovare le grandi case signorili
che aveva conosciuto in occasione del suo pi importante
incontro con l'est, che in realt era il sud:
la visione di Via col vento in tiv, quando si era innamorato
di Vivien Leigh.
A parte il gruppo di ville costruite dai proprietari
delle acciaierie nella zona nord della citt,
Phoenixville era piena di vecchi caseggiati di mattoni
e case di legno pencolanti. E la presunta
rivitalizzazione urbana consisteva per lo pi nell'apertura
di giganteschi punti vendita di qualche
catena commerciale nell'ex sito dell'acciaieria o
nei vecchi setifici e nelle vecchie fabbriche di
bottoni.
Ho imboccato la scorciatoia dietro la ferrovia e
passando per il parcheggio della chiesa ortodossa
sono arrivata in Mulberry Lane.
Aspetta ha detto Jake sporgendosi. Cos'
quella baraonda?.
In quel momento le ho viste. L'isolato pullulava
di auto della polizia e c'era un'ambulanza.
Rallenta.
Senza volere ho dato gas col piede ancora sul
freno.
Helen ha insistito Jake, fa' come ti dico.
Mi ci  voluta tutta l'energia che avevo per fargli
segno di s.
Vai piano e parcheggia in uno di quei posti l.
Di venerd mattina il parcheggio della chiesa era
quasi deserto. Appena ho posteggiato, Jake ha allungato
una mano e ha spento la macchina.
Oh, cazzo, cazzo, cazzo sono esplosa.
Restiamo qui un secondo.
E se chiamano Sarah? Il suo numero  sotto il
mio.
L'altra settimana le hanno staccato il telefono
mi ha annunciato Jake. Ha solo il cellulare.
Sarah non me l'aveva detto. Ho preso coraggio
e ho dato un'occhiata dal suo finestrino. Sul vialetto
c'era la Castle che parlava con un poliziotto.
Per un attimo mi  sembrato che guardasse verso
il parcheggio.
Dobbiamo andarcene.
No ha ripetuto Jake. Dobbiamo prima capire
cosa fare.
Ho pensato a quando da piccola mi svegliavo
nel cuore della notte; a volte mio padre era seduto
sulla sedia ai piedi del letto, al buio, e mi guardava.
Stellina, rimettiti a dormire mi diceva. E
io mi riaddormentavo. Ho pensato a Sarah. Sapevo
che dopo qualche primo sprazzo luminoso
la sua vita a New York si era spenta; le ultime
volte che era venuta a trovarmi, ero sicura che dal
piattino degli spiccioli fosse sparita qualche
moneta.
Non ce la faccio, Jake. Glielo devo dire.
Proprio allora, dalla porta d'ingresso sono usciti
due poliziotti; avevano delle buste di plastica legate
sopra le scarpe.
Cos' che hanno in mano? ho chiesto.
Dei sacchetti di carta.
Dei sacchetti di carta?.
Li abbiamo tenuti d'occhio; i due si sono avvicinati
alla Castle con i sacchetti.
Cos', gli ha preparato il pranzo?.
Helen mi ha detto Jake con una voce improvvisamente
atona. Stanno raccogliendo le prove.
Per un istante siamo rimasti in silenzio, sbigottiti,
a guardare i poliziotti che attaccavano un foglio
in cima a ciascun sacchetto e lo riponevano in
una scatola di cartone.
Ormai non centri solo tu ha detto Jake. Stamattina
mi sono arrampicato sul graticcio. Sono
entrato dalla finestra.
Gli dico la verit ho ribadito. Che in questa
storia ti ci ho trascinato io.
E perch io non li ho chiamati?.
Non sapendo cosa rispondere, gli ho detto
quello che avevo sempre pensato: Perch sei
troppo buono per una come me.
Jake mi ha guardata negli occhi. Non serve, lo
capisci? Ci sono le mie impronte sulla finestra,
nello scantinato e sulle scale. Avrei dovuto chiamarli
subito dopo aver parlato con te e non l'ho
fatto.
Con un cenno gli ho dato ragione. Mi dispiace.
Ci siamo lasciati cadere tutti e due sullo schienale.
Cerca di respirare ha detto Jake e per la prima
volta l'unico pensiero che mi  sorto dopo un consiglio
del genere non  stato vaffanculo. Ho respirato.
Sentendo arrivare una sirena, d'istinto siamo
sprofondati nei sedili. Era un'ambulanza.
Perch un'altra?.
Un'altra che? ha detto Jake.
Un'altra ambulanza.
Quello a casa di tua madre  il coroner ha
detto Jake.
Abbiamo sbirciato tutti e due da sopra l'orlo del
finestrino.
Sta entrando dalla Leverton ho detto. Ero felice.
Euforica. Come se quell'arrivo potesse cancellare
le auto della polizia davanti a casa di mia
madre. Come se la Castle si trovasse nel nostro
giardino per spiegare che quando faceva i toast
preferiva abbrustolire il pane prima di tagliare la
crosta. Che il formaggio all'erba cipollina, bench
in effetti aveva dovuto farci la bocca, era sempre
stato il suo preferito per il pranzo.
C' anche il numero di Emily? ha chiesto
Jake.
Come?.
Hai detto che sull'elenco c'era il numero di
Sarah. C' anche quello di Emily?.
No. Dopo la storia di Leo, Emily mi ha chiesto
di toglierlo.
Ci sapeva fare con i bambini, tua madre.
L'ho ammazzata, Jake.
Lo so ha detto lui.
Lo scopriranno, vero?.
S,  probabile.
Fra quanto?.
Non lo so. Presto.
Magari fossi morta con lei. Non mi aspettavo
di poter dire una cosa del genere, e tanto meno di
potermi sentire in quello stato d'animo, ma cos
era. Jake non ha reagito e a un tratto mi sono
chiesta se l'avessi detto o soltanto pensato. Non
sarei riuscita a rivedere mia madre. Non le avrei
n spazzolato i capelli n messo lo smalto.
Veleno e medicina sono spesso la stessa cosa
data in proporzioni diverse ho aggiunto. L'ho
letto su un opuscolo mentre aspettavo che il dottore
la visitasse.
Non gli ho detto che secondo me quella frase si
addiceva all'amore. Avevo voglia di toccarlo, ma
temevo che potesse ritrarsi.
Alla fine era migliorata. Riuscivo a portarla dai
medici con un asciugamano grande. Ci sono voluti
quarant'anni, ma alla fine dalle coperte  arrivata
agli asciugamani.
Jake rifletteva; io guardavo il muretto di cemento
che circondava il parcheggio.
Senza il cane ci mettevo sempre un po' a riconoscerlo:
due anni prima aveva perso l'ultimo dei
suoi cinque king charles spaniel e aveva deciso che
era troppo vecchio per rischiare di prenderne un
altro. I cani non capiscono quando li lasciamo
mi aveva detto una volta che ci eravamo incontrati
per strada davanti a casa di mia madre.
Ecco il signor Forrest ho annunciato indicando
il vecchio elegante sulla salita al di l del
muretto.
Gi, il suo unico amico ha detto Jake.
In lontananza ho visto la Leverton che veniva
caricata sull'ambulanza. C'era un infermiere che reggeva
una flebo e la testa le spuntava da sopra l'orlo
del lenzuolo. Quasi contemporaneamente  arrivata
una Mercedes grigio fumo e dalla macchina 
sceso il ricco figliolo della signora. Forrest stava osservando
tutto dalla salita. Indossava un paio di
pantaloni dritti di velluto a coste con la piega e
sotto la giacca di flanella grigia aveva un insieme
di maglie e dolcevita che dovevano tenerlo caldo
nell'imprevedibile aria autunnale; stretta al collo
portava una sciarpa di cachemire, del quale era un
grande fautore. Ormai doveva avere almeno settantacinque
anni. Aveva smesso di andare a trovare
mia madre poco dopo il suicidio di mio padre.
Secondo me  meglio se ce ne andiamo ha
detto Jake.
Stavo ancora guardando Forrest e in quel momento,
come se avesse avuto un sesto senso,
Forrest si  voltato verso di noi. Aveva gli stessi
occhiali di sempre - due grossi quadrati di tartaruga
- e avrebbe dovuto vedermi attraverso il
parabrezza leggermente colorato di una macchina
che non era la mia. Gli ho restituito lo sguardo e
ho deglutito a fatica.
Hai sentito? mi ha detto Jake. Fa' marcia indietro
e esci da dove siamo venuti. Riprendi la
scorciatoia.
Il cenno del capo che mi ha fatto il signor Forrest
 stata una delle cose pi lievi che abbia mai
visto.
Okay. Ho messo in moto. Piano piano sono
uscita in retromarcia e mi sono allontanata.
A Jake non ho detto niente. Cominciavo a sentir
crescere una sorta di inevitabilit e nello stesso
tempo non volevo spingere lo sguardo troppo lontano.
Adesso tu vai al Westmore ha detto Jake, e io
chiamo Sarah.
E che le dici?.
Non lo so, Helen. Nulla!.
Ho seguito la strada lungo la ferrovia finch non
siamo usciti da Phoenixville. Eravamo come due
fuggiaschi e non sopportavo quell'idea. Proprio
non sopportavo che persino il cadavere di mia
madre potesse dominarmi fino a quel punto. Davanti
a me ho visto un cumulo di ghiaia e ci sono
entrata dentro. Sotto di noi le ruote hanno girato
a vuoto, poi si sono fermate.
Ma che cazzo fai?.
Ho appoggiato la testa sul volante. Insensibile a
tutto.
Meglio se torno indietro.
Col cavolo.
Come?. Non l'avevo mai visto cos arrabbiato.
Ma s, torno indietro e spiattello tutto. Cos tu sei
libero e pulito.
Con le guance rigate di lacrime mi sono voltata
per scendere. Jake si  allungato e ha tenuto
chiusa la portiera.
Non ruota sempre tutto intorno a te e a tua
madre.
Lo so ho farfugliato.
E sarebbe bello se le nostre figlie non venissero
a sapere che la mamma ha ammazzato la nonna e
che il pap  saltato su dalla finestra come uno stupido
pupazzo a molla!.
Dalla curva  arrivato un treno. Vedendoci cos
vicini alle rotaie, il macchinista ha strombazzato
forte e il treno ci  sfrecciato accanto facendo tremare
l'auto. Ho urlato. Ho urlato finch il treno
non  passato tutto.
Quando  ridisceso il silenzio, ho guardato affranta
i binari vuoti; mi sembrava di avere gli
occhi piccoli come due capocchie di spillo.
Guido io si  offerto Jake.
Sono uscita, ma avevo le gambe molli e neanche
mi ero mossa che Jake aveva gi fatto il giro.
Mi ha preso per le spalle. Scusa se ho esagerato
ha detto.  che sto pensando alle ragazze,
capisci?.
Gli ho fatto segno di s. Ma i conti non mi tornavano.
Pi che alle ragazze, Jake pensava alla sua
vita. Ai suoi cani. Alla sua carriera. Alla persona
che al telefono aveva chiamato piccola".
Tua madre ha rovinato un sacco di cose ha
proseguito. Non so adesso che faremo, ma bisogna
essere pratici. Non sei pi a casa di tua
madre: sei uscita, sei fuori.
Mi ha abbracciata forte e io mi sono lasciata abbracciare
come fossi un peso morto. Ho pensato al
trillo della voce di Sarah sul cd che mi aveva regalato.
Ai sogni che quella figlia in qualche modo riusciva
a tenere vivi come io non avrei mai saputo
fare. Sarah mi accompagnava a casa di mia madre
e descriveva Manhattan come se fosse una torta
scintillante; intanto le avevano staccato il telefono
e quando veniva a trovarmi si portava via regolarmente
tutte le cibarie che riusciva a far entrare nel
borsone tra i suoi abiti d'epoca.
Manny ho mormorato, appoggiata alla spalla
di Jake.
Lui ha sciolto l'abbraccio. Come?.
Manny.
Chi  Manny?.
Dentro di me qualcosa si  raggelato. Il cuore mi
 scivolato nel petto come una scaglia di ghiaccio.
Faceva delle commissioni per mia madre e
qualche piccola riparazione in casa. Cose che n io
n la signora Castle riuscivamo ad aggiustare.
E allora?.
Pi o meno sei mesi fa ho trovato un preservativo
usato nella mia vecchia camera.
Non capisco ha detto Jake.
E il portagioie di mia madre era stato forzato.
Ha fatto sesso in camera tua? E con chi?.
Non lo so. Abbiamo cambiato le serrature. La
Castle lo sa e lo sanno anche in parrocchia. Il furto
non l'ho mai denunciato.
Perch mi dici queste cose? ha chiesto Jake.
L'ho guardato, ma non sapevo cosa rispondere.
Cosa potesse andare bene.
Oddio. Jake ha preso e si  allontanato.
Sono rimasta vicino alla macchina. Non avevo
pi pensato a Manny dalla sera prima; ricordavo
di aver posato la mano sul Buddha piangente, ma
non sapevo se poi l'avessi buttato o se stesse ancora
l, discreto, sulla libreria.
Quando Jake  tornato, aveva un colorito terreo.
Adesso saliamo in macchina ha detto. E non
parliamo. Ti porto al college. Quando ti chiameranno
farai finta di essere sorpresa. Non fare la
parte della figlia distrutta. Ora che ti avr rintracciata,
la polizia sapr gi che non sarebbe plausibile.
Fa' la figlia inebetita.
Ma guarda che invece potrei benissimo essere
distrutta ho detto. Anzi, sono distrutta.
Sali in macchina.
Ho fatto il giro e sono salita dalla parte del passeggero.
Jake ha messo in moto e con cautela 
uscito in retromarcia dalla montagnola di ghiaia
fino a riguadagnare la strada asfaltata.
Alle ragazze ci penso io. Non so cosa gli dir.
Adesso ti lascio al Westmore, poi telefono a Avery
e mi metto d'accordo con lui per vederci a pranzo
in settimana. Cos riesco a corroborare l'idea che
sono venuto anche per lavoro.
Jake....
Helen, ora come ora non voglio sentire niente.
Non ti critico per quello che hai fatto. Ma voglio
cercare di limitare il danno. Io ho la mia vita.
Manny  una storia tua. Non ne so niente e non
far il suo nome. Quello che succede succede, per
non ho intenzione di incolpare nessuno.
Proseguendo sulla stessa strada, siamo arrivati
a Phoenixville Pike. Siamo passati davanti a casa
di Natalie; nel vialetto c'era la macchina di Hamish.
Quando abbiamo superato la vecchia scuola
superiore delle ragazze ero ormai incazzata.
Insomma, vorresti sfangarla, ma non ti va di pensare
in concreto a come possiamo fare gli ho detto.
Non parlare al plurale. L'hai ammazzata tu,
Helen, non io.
Certo, era mia madre!.
Ecco per chi devi usare il plurale: per voi due,
le innamorate!.
Incrociando la 401, siamo passati davanti al cimitero
Haym Salomon che correva lungo la strada
per quasi mezzo chilometro. Era diventata una
perfetta giornata d'autunno; l'aria era tersa ma
frizzante e il sole continuava a brillare a tratti
dietro un leggero velo di nuvole.
Quando hai cominciato a lavorare fuori col
ghiaccio e le foglie, ero convinta che fosse per
causa mia.
Invece no.
Hai smesso di disegnarmi e io mi sono sentita
morire. Era come se mi avessi sbattuto la porta in
faccia senza neanche pensarci.
Il lavoro mi ha portato in ambiti diversi, Helen.
Tutto qui. Il disegno  sempre stato un tramite per
arrivare ad altre cose.
Io non capisco come hai fatto a passare dal disegno
di nudi alle casupole di ghiaccio e ai draghi
di merda.
Non ricominciamo! Era fango, non merda, e a
Emily piacevano moltissimo.
La figliola perfetta sono sbottata, ma nel momento
stesso in cui lo dicevo avrei voluto rimangiarmi
tutto.
Sulla destra, in mezzo a un campo spianato,
c'era un fienile cadente e mi  venuta voglia di correre
l e sparire come alla fine saremmo spariti
tutti, come aveva fatto mio padre e ora anche mia
madre, sprofondando nella storia anonima di quei
posti.
Scusa, Jake, non dicevo sul serio ho detto disperata.
Ritiro tutto. Ti voglio bene.
Ma tu ti rendi conto di quello che le hai fatto
passare? Di come ti sei aggrappata a quella ragazza?
Mi ha raccontato che di sera ti infilavi nel
letto con lei e ti mettevi a piangere.
Mi sono rivista. A ventisette, poi ventotto, poi
ventinove anni. Quando ci siamo separati, Emily
ne aveva appena sette. Era l'unica cosa che mi restava.
Era un corpo caldo che avevo bisogno di tenere
stretto.
Tu ci hai lasciato ho ribattuto, cercando inutilmente
di difendermi.
No, siamo noi che ci siamo lasciati, Helen, ricordatelo.
Siamo noi che ci siamo lasciati.
Ma tu hai lasciato le bambine ho insistito.
Sicuramente non sar stata perfetta, ma cazzo, io
non me ne sono andata per diventare una specie di
dio dell'arte. Ci nonostante, pare che Emily ti
abbia dato un premio alla carriera.
Io non l'ho mai voluto ha detto Jake.
Che cosa?.
Una macchina ha rallentato, ma Jake non mi ha
guardata.
Il divorzio. Io non lo volevo ha ripetuto. Te
l'ho concesso, ma io non l'ho mai voluto. E tuo
padre lo sapeva.
Ha chinato lo sguardo sul volante che stringeva.
Dentro di lui era crollato qualcosa, glielo vedevo
dalle spalle. Ho allungato una mano e gliel'ho posata
fra le scapole pensando a com'era toccarlo, a
come gli piaceva appoggiarmi la testa sul petto e
parlarmi di quello che voleva modellare, costruire,
fabbricare. Ho tolto la mano. Stavamo girando a
vuoto. Dovevo concentrarmi.
Okay ho ripreso. Che cosa abbiamo fatto stamattina?
Perch non ero in casa in quest'ultima
ora? Bisogna che ci mettiamo d'accordo adesso su
tutte queste cose.
Eccola, la mia Helen che tira fuori le unghie.
Vorranno saperlo, no?.
Lui si  voltato a guardarmi. Siamo andati a
fare colazione fuori?.
Qualcuno ci avrebbe visto. No, siamo andati
in macchina da qualche parte e abbiamo fatto
l'amore. E stata una cosa inaspettata ho detto.
Ma sei impazzita?.
Mi sembra di aver risposto forte e chiaro.
Sopra un ponte a una corsia l'ho avvertito di
dare la precedenza a una macchina che veniva
dalla direzione opposta, poi l'ho fatto svoltare per
il Westmore.
Siamo andati nel mio posto preferito, davanti
alla centrale nucleare, e l abbiamo fatto l'amore
ho detto.
E come ci sono arrivate le mie impronte sulla
finestra di tua madre?.
Ci sei passato ieri. Ti aveva chiesto di aggiustarle
un paio di cose e tu l'hai accontentata in memoria
dei tempi andati.
Una scusa balorda. Sicuramente controlleranno.
Ti viene in mente di meglio?.
Siamo arrivati al college che erano le nove e un
quarto; mancavano tre quarti d'ora alla lezione di
disegno dal vero di Tanner Haku. Quel giorno dovevo
fare una serie di pose in piedi di tre minuti
ciascuna, che per la maggior parte mi sembravano
ridicole; andavano dal tenermi un asciugamano
sul fianco al fare finta di pettinarmi appena dopo
essere uscita dalla vasca.
Torno a prenderti come se tu non dovessi ricevere
nessuna notizia che possa farci saltare il programma.
E se viene la polizia?.
Comportati come se non sapessi niente. Tu
ignori chi abbia ucciso tua madre.
E speriamo che la Castle gli abbia detto di
Manny.
Jake chin il capo. Non dirmele queste cose.
D'accordo, l me la vedo io.
S ha detto Jake. Cio, non lo so....
Avevamo parcheggiato in doppia fila davanti al
centro studenti; dietro di noi si  fermata una macchina
da cui arrivava hip hop a tutto volume.
Ho poggiato la mano sulla maniglia.
In bocca al lupo ha detto Jake.
Anzich entrare nella palazzina bassa e piatta
del centro studenti dove avrei potuto incontrare
Natalie che faceva una generosa colazione prima
di posare per l'aspirante Lucian Freud, ho fatto il
giro e mi sono avviata per un viottolo sterrato,
molto battuto, che portava all'unico pezzo di terra
di propriet dell'ateneo non ancora edificato. Il
problema era che ogni volta che pioveva il terreno
si allagava. A volte il pantano rimaneva anche sei
mesi. In mezzo c'era una grande quercia solitaria;
quando le radici erano marcite del tutto doveva
avere gi pi di duecent'anni.
Come immaginavo, appollaiati ai margini del
campo cerano gli allievi del corso di acquarello del
centro anziani. In autunno e poi di nuovo a fine primavera,
in vari punti panoramici della citt universitaria
si incontrava spesso questo gruppo di
persone attempate, tutte col cappellino in tono con
la giacca a vento rossa e le enormi tavole da disegno
sguainate. L'insegnante era una donna della mia
et, una volontaria che amava lavorare con loro.
Mi sono seduta sul prato tenendomi a distanza
per non farmi notare. Stavano tutti di spalle
tranne l'insegnante, che era assorbita dal compito
di passare dall'uno all'altro spronandoli con brevi
frasi di incoraggiamento.
Quando ho infilato le mani sotto il maglione per
scaldarle, ho sentito la seta della sottoveste. Gli anziani
che stavo guardando potevano anche essere un
branco di zebre della savana africana, tanto mi sembravano
diversi da mia madre. Li trovavo straordinari,
come i personaggi di fantasia che mi sarebbe
piaciuto avere per genitori. Chi erano stati nella loro
prima vita? Avvocati, muratori, infermiere, padri,
madri? Mi pareva surreale che avessero deciso di
andare al centro anziani e che, vedendolo in programma,
si fossero iscritti al corso di acquarello.
Io non sarei mai stata una del gruppo, lo sapevo;
ero stata cresciuta da una donna solitaria per essere
una figlia solitaria e adesso mi rendevo conto
che quello ero inesorabilmente diventata.
Dovevo mangiare qualcosa e il centro studenti,
che ci fosse o meno Natalie, era l'unico posto raggiungibile
a piedi dove a quell'ora si poteva fare
uno spuntino. A malincuore mi sono alzata e ho
salutato i pittori della domenica che qualcuno mi
aveva insegnato a denigrare.
...
.
...
Capitolo undicesimo.
...
.
...
Mi sono mischiata ai gruppi sparsi di universitari
radunati davanti al centro studenti. Il Westmore
non spiccava n per le sue menti n per i suoi
atleti; aveva fama d'essere un college abbordabile
per pendolari, buono per chi voleva laurearsi in
materie come marketing o consulenza sanitaria. Il
dipartimento di belle arti, come il dipartimento di
inglese, era un'anomalia trattata con condiscendenza
e presidiata da un assortimento di tipi
umani che io e Natalie consideravamo o dei falliti
o dei geni. Nathaniel Westmore, fondatore dell'ateneo,
era un pittore e scrittore che a un certo
punto era scomparso alla Thoreau nei boschi del
Maine; forse per analogia, entrambi i dipartimenti
erano rimasti relativamente appartati rispetto al
complesso della citt universitaria.
Gli studenti del Westmore indossavano versioni
prese in saldo degli abiti che a New York andavano
di moda una decina d'anni prima. Le poche volte
che mi ero portata Sarah in istituto, la sua presenza
aveva causato scompiglio. Ero sempre andata
fiera del fatto che le mie figlie abitassero in
altri stati e che avessero deciso di vivere lontane da
casa, anche se molto spesso rimpiangevo di non
poter montare in macchina e fare un salto da loro;
ma comunque non avrei mai giocato un tiro del
genere a nessuna delle due. L'unico lato positivo
della mia vita era che mia madre non era mai stata
in grado di fare una capatina da me.
Salendo dalla rampa per i disabili, ho attraversato
il silenzio momentaneo e accaldato della
doppia porta e nel mare di studenti di trent'anni
pi giovani di noi ho visto Natalie. Sedeva sola soletta
in fondo, in un spar circolare vicino alla vetrata
che affacciava sul pantano incolto. Dal
centro studenti la vecchia quercia non si vedeva;
l'unico panorama era quello dell'erba lunga e sottile
che a breve, dopo la prima gelata, avrebbe
cambiato colore, annunciando l'arrivo dell'inverno
con un fruscio di steli secchi che si scontravano
nel vento.
Natalie guardava lontano, forse verso l'autostrada,
dove i grandi cartelli stradali erano puntini
verdi e le macchine sparivano.
In quel momento ho capito che non gliel'avrei
detto. Che formula potevo usare? Ho ammazzato
mia madre. Fino ad allora avevo pronunciato
quella frase una volta sola. Il nuovo lessico che
avevo adottato mi stupiva. Ho ammazzato mia
madre. Mi sono scopata tuo figlio.
Sono andata da lei senza quasi notare gli studenti
con i vassoi in mano che mi passavano accanto.
Natalie.
Ed ecco i suoi occhi, gli occhi castano chiaro
nei quali avevo guardato fin da quando eravamo
bambine.
Natalie si era messa uno dei suoi Diane von Frstenberg
fasulli che la stessa Diane von Frstenberg
non avrebbe mai e poi mai firmato. Parecchi
corpi femminili di mezz'et sfoggiavano quel tipo
di disegno impenetrabile, una fantasia mimetica
frastornante ideata per impedire all'occhio di mettere
a fuoco le forme che fasciava. Con Natalie avevamo
convenuto che il modello a portafoglio era
perfetto per denudarsi; ma io l'avevo abbandonato.
A un certo punto, vedendo appesi nell'armadio
tutti quei vestiti, avevo cominciato a
deprimermi; la stoffa leggera e le fantasie indefinibili
mi facevano pensare a una serie interminabile
di abiti di carne sciupata.
Ciao mi ha salutato Natalie. Questo te lo
puoi finire tu, se vuoi. Io sono piena.
Mi sono seduta al tavolo e Natalie ha spinto
verso di me il vassoio chiaro a puntini arancioni
della mensa. Cerano sopra mezzo fagottino al formaggio
dolce e uno yogurt intatto. Facevamo
sempre cos: lei ordinava troppo e io mangiavo
quello che avanzava.
Ieri dove sei stata? mi ha chiesto. T'ho chiamato
cinque o sei volte. Ho anche provato due
volte al Bat-telefono.
Da mia madre ho detto.
Me lo sentivo. Come sta?.
Possiamo non parlarne?.
Caff?.
Le ho sorriso.
Natalie si  alzata e ha preso la sua tazza. I vigilanti
della mensa non ci fermavano mai quando risalivamo
la fila all'indietro per fare il pieno; ci
veniva tacitamente concesso lo stesso privilegio di
cui godevano i docenti.
Ho divorato il mezzo fagottino e ho aperto lo yogurt.
Quando Natalie  tornata avevo gi quasi finito
la mia colazione di seconda mano; il caff -
bollente, acquoso, insipido - ha cancellato le ultime
tracce di appetito che mi erano rimaste.
Che cos'hai? mi ha chiesto Natalie.
In che senso?.
Sembri un po' nervosa.  colpa di Clair?.
Ho pensato ai meccanismi devianti. Avrei potuto
commentare che non tutte le donne finiscono la serata
con mezza bottiglia di vino e una pasticca di
sonnifero o che non tutte si scopano di nascosto un
impresario edile di Downingtown... ma non l'ho
fatto. Le avrei detto tutta la verit possibile.
 venuto Jake ho detto.
 stato come se Natalie avesse sentito uno sparo.
Ha battuto tutte e due le mani sul tavolo e si  protesa
verso di me.
Come come?.
Ti ricordi che ti ho raccontato di come mi svegliava
quando le bambine dormivano? Con i sassolini
presi dai vasi di gerani della vicina?.
S, certo.
Stamattina mi ha svegliato verso le cinque. Era
entrato in giardino e si  messo a tirare sassi. Abbiamo
passato la mattinata insieme.
Se le cose stanno cos, allora mi sembra che
non sei abbastanza nervosa! Ma che succede?.
Non lo so ho risposto. Hamish come sta?.
E da quando in qua ci tieni a saperlo? Piuttosto,
come sta Jake?.
E cos ho raccontato a Natalie che adesso Jake
abitava a Santa Barbara nella tenuta di un industriale
di software che non aveva mai conosciuto.
Che stava facendo una specie di installazione. Che
aveva preso una dog sitter per i suoi cani Milo e
Grace e che prossimamente aveva intenzione di
andare a Seattle a trovare Emily e i bambini.
Mentre dicevo quello che sapevo, mi sono resa
conto che non era granch.
Ma perch  venuto da te?.
Nella testa mi risuonava quel Non ho mai voluto
il divorzio.
Non ne sono ancora sicura. Tenevo la tazza di
caff fumante tra le mani, fingendo di volerle scaldare.
Quando Natalie mi ha fissata con lo sguardo
che conoscevo da una vita, quello da tu non me la
racconti giusta, ho sentito il tremito partire dai
gomiti con cui mi puntellavo sul tavolo. Un istante
dopo avevo rovesciato la tazza colma e rovente.
Natalie si  alzata; si era schizzata una manica,
ma quasi tutto il caff era rimasto in una pozza sul
tavolo o mi stava colando sui jeans. Non mi sono
mossa. Sentivo l'acqua bollente bruciarmi le
cosce. Mi  sembrato giusto. L'orologio in fondo
alla sala segnava le 9,55.
Ora di andare in aula ho annunciato. Era
tutto l, nella mia voce improvvisamente monocorde.
Non avevo mai nascosto niente a Natalie e
adesso mi rendevo conto che in ventiquattrore
avevo combinato pi di quanto anche due amiche
di vecchissima data potevano recuperare.
Ho riflettuto un momento su come sarebbe andata
se avessi chiesto a Natalie di venire con me, di
partire insieme, cambiare citt, magari aprire quel
negozio di abbigliamento che lei sognava da
sempre. Natalie si stava sistemando il vestito; poi ha
asciugato gli schizzi di caff sulla borsa. Ti ricordi
quando andavamo in bici insieme? volevo chiederle.
Ti ricordi quel tizio assurdo che abitava all'angolo
vicino a casa tua, che aveva il campanello
sul manubrio e lo suonava in continuazione?. Mi
 tornato in mente che poco prima avevo visto il signor
Forrest. E tutta un tratto mi  comparsa davanti
la Castle che parlava con la polizia alzando le
braccia curve. Ma quella scena l'avevo vista
davvero? O la signora era rimasta l a parlare tranquillamente?
La polizia prendeva appunti? O l'ascoltava
e basta? Ho provato a ricordare quante
vetture cerano: due dal lato di mia madre e una
dietro l'angolo; il furgone del coroner e l'ambulanza
che si era fermata davanti alla Leverton. Potevo
chiamare l'ospedale per sapere cosa le era successo,
ma Jake non avrebbe approvato. Mi sarei scoperta.
Ti ha proprio fatto effetto mi stava dicendo
Natalie.
L'ho guardata. Avevo una visione sfocata ai bordi
e la sua voce di colpo mi  parsa lontanissima.
Beh,  ora di mettersi nude ha annunciato. Mi
stava prendendo per mano. Erano quindici anni
che ci dicevamo quella frase.
S.
Ti guido io, donna ha aggiunto. E dopo ci
mettiamo sedute da qualche parte a parlare di uomini.
Anch'io ho una notizia.
Questo ha aiutato. Mi ha fatto piacere che Natalie
volesse raccontarmi dell'impresario edile. E
ho sfruttato l'imminente confidenza della mia
amica per rimettere in moto le gambe e alzarmi.
Dal centro studenti ci siamo avviate per il vialetto
che portava alla cosiddetta Baita dell'arte,
come la chiamavano tutti. Non avevo mai capito il
perch di quel soprannome; pi che altro sembrava
una palazzina di uffici venuta male. Non era
mai andata oltre il primo piano e l, troncata crudelmente,
era stata coperta con un misto di pannelli
compositi e catrame. All'interno, per, le baite
c'erano: erano gli angoletti caldi e bui dei grandi
studi in cui parecchi assistenti passavano la notte,
perch il dipartimento d'arte spesso era pi confortevole
delle case che prendevano in affitto nelle
zone circostanti, specie quando arrivava l'inverno;
nella Baita si poteva alzare il riscaldamento al massimo,
tanto la bolletta la pagava l'universit.
Mentre salivamo i tre scalini che precedevano il
corridoio al pianterreno ho pensato che nel caso
potevo andare ad abitare l; un covile in pi per me
c'era senz'altro. Non avevo ancora capito che a quel
punto ero gi in fibrillazione. Anche se in modo
non del tutto consapevole, dentro di me avevo cominciato
a progettare la fuga.
Ho visto Natalie ritirarsi con un'onda nell'aula
230, l'aula calda. Mi sembrava ingiusto che
avesse la fortuna di capitare l tanto spesso e mi
ero chiesta se per caso non fosse un segno tacito
di favoritismo da parte di chi faceva l'orario
all'inizio del semestre. Il perch era chiaro: n io
n Gerald, l'altro modello, portavamo mai una
scatola di muffin o una bottiglia di vino in amministrazione.
N infilavamo mai nella casella della
segretaria una matita con la gomma a forma di
zucca, di Dracula o di fantasma quando veniva
Halloween.
All'improvviso mi sono detta che se c'era una
persona che proprio non volevo vedere era Gerald.
La madre era morta l'anno prima in un incendio:
era andata a letto lasciando la sigaretta accesa e
Gerald di botto si era ritrovato ad annaspare sul
pavimento. Ne era uscito vivo per un pelo, mentre
la madre, avevano detto, era gi morta asfissiata
prima di finire carbonizzata. Da allora, ogni volta
che lo incontravo, magari ci mettevamo a parlare
del tempo, o delle pose che facevamo per i vari
corsi, finch lui di punto in bianco diceva: Mia
madre  morta. Natalie aveva sempre pensato
che Gerald fosse un po' tocco e questa mania che
gli era presa sembrava alla fin fine confermare
l'ipotesi. Ma adesso, camminando verso l'aula,
non riuscivo a pensare ad altro che al suo colpo di
genio. Come facevano i vigili del fuoco a sapere
che la sigaretta rimasta accesa sul comodino era
della madre?
Ciao, Helen! Come stai bene, oggi! mi ha salutato
una ragazza. Si chiamava Dorothy ed era la
pi brava della classe, nonch una lecchina insopportabile.
Allora mi sono sentita addosso gli sguardi di un
altro paio di ragazzi che stavano regolando i cavalletti
macchiati e sgangherati da anni di usura
studentesca.
Andando verso il paravento a tre pannelli dietro
al quale mi svestivo e rivestivo, ho notato solo di
sfuggita gli oggetti disposti sulla pedana e sulla
tenda retrostante. C'era un bacile, c'erano un pettine
e un piccolo asciugamano e sulla tenda c'era
una grande immagine di una vasca all'antica. Dati
che ho registrato a malapena. Ho pensato: Vasca,
e poi mi sono seduta sulla sedia nera di legno laccato
dietro il paravento per togliermi le scarpe e tirare
fuori le mie ciabattine infradito di bamb.
Cos come mi ero aggrappata all'idea che Natalie
volesse parlarmi dell'impresario edile, qui mi
ha aiutato l'odore pungente di varechina dell'ex
camice da ospedale appeso a una stampella di metallo
dietro al paravento. Io e Natalie eravamo convinte
che la signora che lavava i panni per il
dipartimento temesse il morbo della modella vivente;
per questo motivo ne usava talmente tanta
che i nostri camici in brevissimo tempo diventavano
sottili come carta velina. Ma l'odore della sua
paura reso palpabile dalla varechina mi  servito a
ripiombarmi nel lavoro. In quel momento  entrato
in aula Tanner Haku, un grafico giapponese
approdato in Pennsylvania dopo ventanni passati
a insegnare in giro per il mondo. Tanner ha salutato
i suoi studenti, poi ha cominciato a parlare
dello stile individuale nella raffigurazione del
nudo.
Mi sono sfilata il maglione e l'ho ficcato nello
stipetto sotto la finestra; le scarpe le ho messe sul
ripiano di sotto. Ero seduta sulla sedia con la sottoveste
di mia madre e i jeans neri. Al di l del
paravento, Tanner stava citando Degas: Il disegno
non  la forma,  la maniera di vedere la
forma.
Ma la paternit di quella massima  rimasta sconosciuta
agli studenti; se Tanner l'avesse rivelata,
sarebbe stato costretto a spiegare chi era Degas e
che cosa significava per lui. Avrebbe dovuto sacrificare
alla classe un pezzo ben pi grande della sua
anima.
Mi sono sbottonata i jeans e mi sono alzata per
toglierli.
Questa frase non ha senso ha sentenziato una
voce sottile di ragazzo.
Anch'io ho avvertito il colpo al cuore di Tanner;
dopo tutti quegli anni, pure se ero solo la modella,
di solito lo sentivo nel mio petto. Ma l'affermazione
sicura di quel ragazzo in barba a secoli di
storia adesso mi era indifferente e in qualche
modo mi ha fatto capire che qualunque cosa fosse
successa, la vita sarebbe andata avanti come
sempre, con o senza di me. Si sarebbe presentato
in aula Gerald dicendo: Mia madre  morta, e gli
studenti avrebbero annuito con un'ombra di disagio;
ma poi Gerald sarebbe salito sulla pedana e
la classe avrebbe affrontato un soggetto un po' diverso,
Uomo su un piedistallo anzich Donna al
bagno. Alla consegna dei compiti, Tanner li
avrebbe valutati svogliatamente, ascoltando lirica
a tutto volume con un gin in mano.
E Helen far una serie di pose di donne alla toilette
ha annunciato in quel momento.
Mentre riponevo i jeans arrotolati nello stipo,
ho udito qualche risatina. Ah, li sta stuzzicando mi
sono detta e questo pensiero mi ha dato un ulteriore
scossone per farmi restare in piedi.
Per illustrare il significato di quella definizione,
Tanner avrebbe indicato il bacile e l'asciugamano
sulla pedana e il quadro con la vasca antiquata. Dovevo
sbrigarmi; fra un attimo mi avrebbe avvisato:
Helen, noi siamo pronti. Eppure rimanevo l,
con la sottoveste di mia madre indosso, con la sensazione
della vecchia seta sulla pelle. Mi sono tolta
le mutande, poi ho slacciato il reggiseno e l'ho sfilato
da sotto le bretelline della sottoveste. Ho pensato
un istante a Hamish che mi aspettava; lo
vedevo sdraiato sul divano nel soggiorno di Natalie.
Poi la scena  cambiata e la sua testa era in
un lago di sangue. Ho riposto la biancheria sopra i
jeans e il maglione.
Ogni momento della svestizione al Westmore
aveva un suo ritmo. Entravo nell'aula, salutavo
qualche studente, gettavo un'occhiata alla pedana
e andavo dietro al paravento. Cominciavo a spogliarmi
quando arrivava il professore e continuavo
mentre questo introduceva il discorso che precedeva
la seduta di posa. In tutte le aule, ogni capo
di vestiario aveva un suo posto. Nell'aula in cui posava
Natalie c'era un vecchio armadio di metallo,
riciclato l dopo la ristrutturazione della palestra;
nella mia, c'erano degli stipi e una sedia laccata
con lo schienale diritto. Ho sfiorato la sottoveste
rosa e sentendo il petto, la pancia, la curva appena
accennata di un fianco ho pensato a mia madre. Il
Westmore per me era sempre stato un rifugio. Arrivavo,
mi toglievo tutto e mi mettevo davanti agli
studenti che mi disegnavano. Non ero mai stata
tanto stupida da credere che mi vedessero sul
serio; ma quella svestizione metodica, il fatto di
salire sulla pedana con la moquette, perfino i brividi
che mi sentivo addosso mi sembravano spesso
cose rivoluzionarie.
Gli studenti stavano aprendo i loro grandi
album su una pagina pulita; Tanner era quasi arrivato
alla fine della sua lezioncina inutile. Mi
sono tolta la sottoveste e ho infilato le ciabattine.
Ho posato la sottoveste sulla sedia e mi sono affrettata
a coprirmi con il camice che avevo preso
dalla stampella.
Helen, noi siamo pronti.
L'occhio mi  caduto sulla sottoveste. Era mia
madre seduta sulla sedia. Avrei voluto gridare dall'orrore,
ma mi sono trattenuta. Cosa mi ha spinta
a fare quello che ho fatto? L'istinto di conservazione?
Come fosse uno degli oggetti che periodicamente
eliminavo da casa, ho appallottolato la
sottoveste di mia madre e l'ho ficcata dietro allo
stipo addossato al muro di blocchetti di calcestruzzo.
Sapevo che ci sarebbe rimasta a lungo.
Natalie una volta si era persa l un anello; lo aveva
ritrovato mesi dopo un professore, annoiato al
punto che aveva deciso di cambiare la disposizione
dei mobili nel bel mezzo di una lezione.
Sono uscita da dietro il paravento tenendomi
chiuso il camice in vita; nell'aula si udiva solo il
ciabattare delle mie infradito e il tramestio degli
studenti. Ho salito i due gradini della pedana e
Tanner mi ha dato un libricino. Con Natalie lo conoscevamo
bene: era poco pi grande di una mano
e faceva parte di una serie di piccoli libri d'arte
della fine degli anni Cinquanta che girava in aula
da anni. Quello in particolare conteneva quindici
tavole a colori di Degas e si intitolava semplicemente
Donne che si vestono.
Non c' bisogno gli ho detto, tenendo il
braccio teso per restituirglielo.
Allora facciamo un ciclo mi ha avvisato lui. Fa'
delle pose da tre minuti. La dieci, la nove, la sette, la
quattro e finisci con la due, che puoi tenere un po'
di pi, se vuoi. Hai capito quali sono le tavole?.
S. Di regola gli avrei sciorinato i titoli nell'ordine
in cui mi aveva chiesto di farle, ma a quel
punto non gli stavo pi dando retta. Ho indirizzato
le mie energie verso Dorothy, la pi brava
della classe. Per lei, ho deciso, avrei indossato
sulla pelle l'assassinio di mia madre.
Nella prima posa dovevo tenere la schiena rivolta
quasi per intero verso la classe; perci,
mentre Tanner scendeva dalla pedana, mi sono girata.
Ho visto l'immagine della vasca appuntata
sulla tenda, mi sono sfilata il camice e l'ho tenuto
nella destra per far finta che fosse l'asciugamano
di Dopo il bagno, donna che si asciuga. Piegandomi
da un lato come faceva la donna ritratta, ho
chinato la testa e sono rimasta di mezzo profilo.
L'aula si  subito riempita di un fruscio forsennato
di universitari che disegnavano come fossero
macchine fotografiche di fronte a un soggetto da
ritrarre in fuga. Pochissimi avevano la capacit di
riflettere come Dorothy.
Tre minuti erano una concessione; gi prima
della fine del semestre i minuti si sarebbero ridotti
a due. Ma a me, da sempre, stavano bene le pose
molto pi lunghe. Restare completamente immobile
mi era piaciuto fin dall'inizio.
Tu sei proprio nata per fare la modella mi
aveva detto Jake una volta.
All'epoca era il mio insegnante. Il mio Tanner
Haku. E io, per quanto ne sapevo, ero la sua Dorothy.
Ma senza il talento di questa.
Hai una pelle cos bella aveva aggiunto Jake.
Mi ero tenuta stretta alle sue parole. Come se
a sentirgliele ripetere qualcosa dentro di me si
sarebbe spezzato. E lui le aveva ripetute. Le
aveva ripetute accorgendosi che stavo quasi tremando,
tanto mi ero infreddolita. Si era avvicinato
- ero distesa e avevo un crampo al fianco -
ed era rimasto l in piedi a guardarmi. Temevo
che da un momento all'altro potesse dirmi: Sai,
mi sono sbagliato. Sei orrenda.  stato tutto un
errore.
Stai diventando blu dal freddo si era preoccupato
lui.
Scusa avevo risposto, sforzandomi di non
battere i denti. Avevo diciott'anni, non avevo mai
visto un uomo nudo e tanto meno ero rimasta
nuda davanti a un uomo.
Rilassati.
Da dietro il paravento dello studio mi aveva lanciato
una coperta che mi era arrivata addosso. Mi
ero sentita come aggredita dalla lana pungente;
ma avevo troppo freddo per lamentarmi.
Ho messo su l'acqua aveva detto lui. Faccio
un t. Se vuoi ho degli spaghetti cinesi.
Gli spaghetti cinesi come afrodisiaco. In seguito
gli chiesi se l aveva gi capito che avremmo fatto
l'amore.
Non ne avevo idea. Quando sei entrata con
quello stupido abito rosa, mi sono quasi messo a
ridere.
Era rosso corallo lo corressi. Ci avevo speso
tutti i soldi che avevo.
Appena te lo sei tolto disse lui, mi sono innamorato.
Insomma, era una bella mise?.
Quando  caduta per terra.
Era tornato con due tazze di t; nel frattempo
mi ero avvolta nella coperta pungente.
Grazie, Helen mi aveva detto, posandomi accanto
la tazza. Ricordo che sentivo ancora troppo
freddo anche solo per prenderla. Oggi hai fatto
un lavoro eccezionale.
Io ero rimasta muta.
E hai una pelle meravigliosa aveva aggiunto.
Veramente.
Mi ero messa a piangere. Per il freddo che
avevo, per la neve che si stava accumulando fuori,
per il fatto che ero lontana da casa e da mia madre.
Lui aveva posato il t e mi aveva chiesto se poteva
abbracciarmi.
Mm-mmh avevo detto io.
Mi aveva cinto con le braccia e io avevo appoggiato
la testa sulla sua spalla. Stavo ancora piangendo.
Che cosa c'?.
Come potevo dirgli allora una cosa che sembrava
ridicola anche a me? Che dopo aver sognato
di fuggire da lei, sentivo la mancanza di mia
madre? In quel primo semestre la nostalgia mi tormentava
come un dolore fisico.
 che ho tanto freddo avevo risposto.
Cambio! ha berciato Haku.
Gli studenti hanno dato gli ultimi ritocchi ai
particolari pi vistosi del dipinto, ma non a quello
che molti di loro erano ancora troppo imbarazzati
per disegnare: il mio culo. Ogni volta che guardavo
i disegni delle matricole, l'attenzione era sempre
concentrata sugli oggetti dell'arredo. Nell'unica
occasione in cui avevo posato per il centro anziani,
nessuno aveva mostrato di questi timori; sapendo
che il tempo era limitato, sia le donne che gli uomini
si erano dati da fare.
Donna che si lava! ha annunciato Tanner con
orgoglio. Adesso non si rideva pi; gli studenti si
erano fatti seri. Lasciando cadere sulla pedana
l'asciugamano nato camice, mi sono chinata sul
bacile di metallo messo su una sedia e con la destra
ho preso la spugna naturale. Poi mi sono girata
verso la classe e passando il braccio destro sotto i
seni ho portato la spugna sotto l'ascella sinistra,
come se mi stessi lavando.
Quella posa mi era sempre sembrata goffa; mi
costringeva a guardare verso l'ascella e mi rendeva
fin troppo consapevole del mio corpo. Col passare
degli anni scorgevo sempre pi macchie solari sul
petto e sulle spalle, e la pelle elastica che avevo
avuto in sorte si era rilassata nonostante tutte le
posizioni capovolte che riuscivo a fare a yoga. La
flessibilit, alla fin fine, non batteva la forza di gravit.
Vivevo in bilico fra una Venere che riusciva
appena a tener duro e una madre di Whistler in
versione senza veli. La spugna secca mi raspava la
cute delicata dell'ascella e a un tratto ho pensato
che se fossi stata meno agile, meno in forma, non
sarei riuscita a commettere nessuno dei due delitti
di cui mi ero macchiata: sollevare e trascinare mia
madre sarebbe stato impossibile; risultare attraente
agli occhi di Hamish, impensabile.
Helen?. Tanner mi stava chiamando. Si era
avvicinato alla pedana; sentivo l'odore delle capsule
d'aglio che prendeva tutti i giorni.
S?. Non ho interrotto la posa.
Sembra che tremi. Hai freddo?.
No.
Concentrati ha detto. Altri due minuti ha
annunciato alla classe.
Una notte di cinque anni prima, Tanner aveva
avuto l'ispirazione di disegnare lo scheletro di un
coniglio che aveva visto in una bacheca polverosa
del dipartimento di biologia. Mi aveva portato a
un vernissage e la serata era finita con noi che giravamo
a tentoni senza torcia nella vecchia palazzina
Krause, che all'epoca doveva ancora essere
restaurata. Avevamo trovato parecchie vetrine, ma
non quella giusta, e quando avevamo udito il cigolio
del portone al piano di sotto e Cecil, il guardiano
attempato, gridare al buio: C' qualcuno?,
eravamo rimasti immobili come due monelli sorpresi
a fare una marachella.
L'anno dopo, durante i lavori di restauro, passando
davanti alla palazzina avevo visto spuntare
delle ossa da un bidone della spazzatura. Senza
preoccuparmi di chi potesse vedermi, mi ero tirata
su la gonna ed ero salita su dei blocchetti di calcestruzzo
depositati l da una gru, ancora legati col
nastro metallico, per guardare nel bidone. Lo
scheletro del coniglio giaceva riverso su un fianco.
Adesso, integro come di meglio non si poteva
sperare, lo scheletro era il pezzo forte di una collezione
di oggetti recuperati esposta sul davanzale
della vetrata che correva lungo tutta l'aula.
Certe volte quelle ossa delicate erano la prima
cosa che vedevo entrando, accanto a pietre di
varie forme e dimensioni, a un occhio di Dio fatto
dal figlio di una studentessa e a un assortimento
infinito di vetri raccolti da Tanner nelle sue passeggiate
solitarie sulle spiagge del New Jersey.
Ora mi sentivo alle spalle le ossa minacciose del
coniglio e non riuscivo a cancellare l'immagine di
mia madre che si decomponeva strato per strato,
finch anche lei non diventava tutta ossa. In quell'idea,
in quella lenta muta verso un ammasso di
calcio ingiallito che bisognava tenere unito per
evitare il crollo, c'era qualcosa di spaventoso e
consolante a un tempo. L'idea che mia madre fosse
eterna come la luna. In quella posa goffa, la realt
ineluttabile mi ha fatto venire voglia di ridere. Viva
o morta che fosse, una madre, o la sua assenza, ti
plasmava la vita. Mi ero illusa che fosse semplice?
Che il disfacimento della sua sostanza mi avrebbe
restituito una me stessa vendicata? L'avevo fatta
ridere facendo il giullare. Le avevo raccontato
storie. Avevo sfilato come un buffone alla merc di
altri buffoni e cos facendo mi ero sincerata che
quella donna non si perdesse nulla, anche se aveva
deciso di voltare le spalle al mondo.
Sacrificando a lei tutta la mia vita, compravo in
cambio dei brevi momenti per me: potevo leggere
i libri che mi piacevano; potevo coltivare i fiori che
volevo; potevo andare al Westmore e stare nuda su
una pedana. Solo quando ho creduto di aver raggiunto
la libert sono riuscita a capire fino a che
punto fossi imprigionata.
Cambio! ha berciato Haku. Nella sua voce
c'era un monito che mi invitava a concentrarmi di
pi sulla posa.
Dopo la goffaggine dell'ultima, la posa seguente
 stata un sollievo. Mi sono seduta di fianco sapendo
che gli studenti dovevano immaginarmi sul
bordo della vasca. Con un culo pi tondeggiante,
non schiacciato dal sedile. Ho ripreso il camice e
l'ho usato come fosse un asciugamano. Donna che
si asciuga il collo mi consentiva sempre un paio di
massaggiatine veloci alle spalle prima di rimettermi
immobile.
Qualche studente borbottava che non c'era abbastanza
tempo. Che le pose sarebbero dovute durare
pi a lungo. Pur sapendo di essere impietosa,
trovavo particolarmente antipatico un certo ragazzo.
Quando mi ero presentata alla classe la
prima settimana e avevo parlato di me, e descritto
le mie figlie - dove abitavano, cosa facevano - il ragazzo
aveva commentato: Insomma, sei vecchia
come mia madre. Poich il mio orgoglio non conosceva
pericoli, gli avevo risposto che avevo quarantanove
anni. La sua reazione, avevo raccontato
a mia madre ridendo, si era condensata in tre parole:
Roba da vomito.
Una volta ho cercato di sedurre Alistair Castle
mi disse lei. Io la guardai con tanto d'occhi. Dopo
gli ottant'anni aveva cominciato a rivelarmi cose di
cui ero all'oscuro: che un amico del padre l'aveva
toccata in maniera sconveniente; che dopo l'incidente
di mio padre aveva smesso di avere relazioni
con lui, come diceva; che Emily non le piaceva
tanto e che invece si divertiva ad ascoltare i
racconti sugli sfortunati colloqui di lavoro di
Sarah. Pensa fare un colloquio per un posto da
cameriera aveva detto, esilarata all'idea che per
lavorare in un ristorante di New York la concorrenza
fosse tale che bisognava attendere di essere
richiamati.
Accoglievo sempre queste rivelazioni inattese
con espressione torpida, un'arte che avevo via via
perfezionato per poter estrapolare la verit nascosta
dietro quelle notizie flash.
E com' andato il tuo tentativo di seduzione?
le chiesi con la testa che mi girava dal dolore che
avrebbe provato mio padre se l'avesse saputo.
Roba da vomito! rispose lei, guardando il camino
vuoto con i mattoni verniciati di nero. Diceva
bene Marlene Dietrich aggiunse. Per una
decina d'anni puoi incollarti gli elastici in faccia
per tirare la pelle, ma poi tocca che ti nascondi. Se
non altro cos ti avvolgi di mistero.
Avrei voluto dirle che in quello non la batteva
nessuno. Da Billy Murdoch alle uscite sotto le coperte,
il suo era un mistero a prova di bomba,
anche se pi che una donna irraggiungibile avvolgeva
una donna strana e maniacale.
Lei stacc gli occhi dal camino e mi guard. Valutandomi.
Dovresti fare una plastica. Avessi l'et
tua, io la farei.
No, grazie.
Faye Dunaway disse lei.
Le tette, mamma dissi. Se mi far rifare qualcosa,
saranno due tette mostruosamente enormi.
Ci servir sopra la cena e tu potrai mangiare dalla
destra e io dalla sinistra.
Helen ribatt lei, ma che schifo. Per l'avevo
fatta ridere.
Prima di sintonizzarle la tiv sui programmi
della serata, tirai le tende. Le abbassai completamente,
poi andai ad accendere il televisore nell'angolo
opposto. In quel momento mia madre
affond la stoccata: Fra l'altro, ne abbiamo parlato
con Manny e secondo tutti e due dovresti farti
risistemare il viso. Di corpo stai ancora bene.
Avrei voluto rispondere: Mi fa piacere che
Manny voglia chiavarsi il mio corpo senza testa.
Invece dissi: A quanto pare il concerto della Boston
Pops Orchestra ha soppiantato Wall Street
Week.
Il resto della storia venne fuori qualche giorno
dopo.
Hilda Castle era ricoverata in ospedale per un'isterectomia
disse mia madre. Io mi sono offerta.
Quella frase mi fece ribrezzo.
Che cosa?.
Ho cercato di sedurlo.
Avevo in mano gli asciugamani grandi che
usavo per schermarle il tratto dalla casa alla macchina
e come al solito quando bisognava andare
dal medico stavamo rischiando di fare tardi per
colpa sua.
Ero nell'ingresso, davanti alla porta. Stesi il
primo asciugamano e glielo avvolsi intorno a mo' di
scialle. Quello era l'asciugamano di riserva; se per
qualche motivo l'altro che le proteggeva la testa e il
viso fosse caduto, avrebbe potuto sostituirlo subito.
Mi guard negli occhi attentamente; il verde
alga dell'asciugamano le scuriva la pelle secca, sottile
come carta.
Sarah tromba?.
Sapevo che era meglio ignorarla.
Di, che arrivi tardi all'appuntamento con la
macchina dissi. Mia madre doveva fare una risonanza
magnetica e aveva una paura mortale; da
settimane, entrando in casa, la trovavo in soggiorno
sdraiata per terra con una sveglia ticchettante
accanto alla testa. Che fai? le chiedevo.
Mi esercito rispondeva lei.
Le visite dal medico erano l'unica cosa che non
potevo fare in sua vece; era il suo corpo, non il
mio, che dovevano palpare e sondare. Quello che
mia madre chiamava ancora il dottore nuovo,
anche se aveva rilevato lo studio del loro vecchio
medico gi negli anni Ottanta, l'aveva esortata due
volte a provare un sedativo per rendere meno angosciante
l'uscita da casa. Lei aveva annuito come
se lo trovasse un saggio consiglio. L'avevo vista
chiudere diligentemente la prescrizione a met e
poi continuare a piegarla; una volta tornate alla
macchina, il foglio sarebbe stato grande quanto
l'unghia di un pollice, cio anche pi piccolo dei
bigliettini che trovavo in camera di Sarah quand'era
adolescente. Mindy ha scopato con Owen
sotto le gradinate dicevano i foglietti di Sarah.
Xanax 10 mg secondo necessit diceva il foglietto
di mia madre.
Essendo sua figlia, potevo ritirare le medicine
che le prescrivevano, ma mentre lei non voleva
assumere farmaci, io buttavo spesso gi una pasticca
prima di iniziare a penare per farla salire
in macchina. Ero ottimista: se a causa di un sedativo
fossi andata a sbattere causando la morte
di una di noi, o di tutte e due, la vita sarebbe stata
pi facile.
Emily, visto che  sposata, sicuramente tromba
torn alla carica mia madre. Ma prima che finisse
la frase le avevo gi messo l'asciugamano
sulla testa, attutendo ogni suono. A dire il vero, era
meglio quando parlava di un argomento cos; la
sua aggressivit equivaleva alla sua forza e quindi
era preferibile all'alternativa, cio ai guaiti di
paura mentre la guidavo gi per le scale verso la
macchina.
L'avevo fatto troppe volte per potermi preoccupare
di cosa pensavano i vicini. Come mi aveva riferito
Manny, molti dei nuovi avevano dedotto che
fosse rimasta vittima di un incendio e che gli
asciugamani e le coperte servissero a nascondere
le cicatrici.
In realt  un'anziana simpatica aveva commentato.
Non credevo.
Eh, gi avevo detto io. Dopodich Manny era
sceso nello scantinato a sbrigare un lavoretto non
ben precisato per il quale avrei dovuto calcolare
quanto pagarlo.
Alistair Castle mi ha fissato e basta disse mia
madre, seduta al mio fianco sotto gli asciugamani.
Da allora non  pi venuto.
E invece si  presentata Hilda dissi io.
Dopo l'operazione lui non l'ha pi cercata. Avevamo
questo in comune.
L'isterectomia?.
No, il rifiuto sessuale rispose mia madre.
Aveva sollevato l'asciugamano quel tanto da essere
sicura che la udissi.
Ho capito la rassicurai.
Cambio! ha berciato Tanner.
Gli studenti erano sempre pi irrequieti; la loro
attenzione di solito non durava oltre le tre pose. Per
Donna che si lava nella vasca gli aggiustamenti
erano minimi: dovevo chinarmi un po' pi avanti e
sostituire il camice-asciugamano con la spugna,
che andava tenuta sulla nuca. Mi facevano male le
spalle, ma era un dolore noto. Ho alzato lo sguardo
al volo e ho visto Dorothy al cavalletto; lei mi ha restituito
uno sguardo attento.
Jake veniva da una famiglia che pregava. Emily
aveva risposto alla chiamata provando tutto: spiritualismo
new age, revivalismo cristiano e un'apertura
ecumenica che rasentava il sublime.
Ho pensato a mio padre che badava alle pecore
nel camposanto di una chiesa in cui non era mai
entrato. Le chiese gli mettevano paura, diceva.
Preferisco stare qui fuori con i morti.
Dopo il suo suicidio, per un certo periodo avevo
caricato di significato quella frase probabilmente
pi di quanto meritasse. Facevo cos con tutto. Ricordavo
la particolare tenerezza con cui aveva baciato
sulla testa Emily e Sarah nei giorni precedenti.
Ero rimasta colpita dal fatto che tutti i suoi abiti
fossero perfettamente riposti nell'armadio e che un
completo per cui Jake gli aveva fatto i complimenti
fosse fresco di lavasecco e pronto per essere indossato.
E nel suo laboratorio ero andata a cercare una
foto che avevo trovato l da ragazzina.
Era ancora nel cassetto degli attrezzi. Avevo
guardato intensamente quel ragazzo che sarebbe
diventato mio padre e che alla fine si sarebbe ucciso.
Quando era cominciata?
Tenevo stretta in mano quella stessa foto quando
avevo chiamato Jake nel Wisconsin. Era l'epoca in
cui i suoi lavori iniziavano a riscuotere attenzione;
in quel periodo stava facendo domanda per una
borsa Guggenheim con cui viaggiare all'estero.
Aveva lasciato da poco l'alloggio per docenti in cui
avevamo convissuto e aveva affittato una casa alle
porte di Madison, una ex rimessa delle carrozze di
una villa sulle rive di un lago.
Raccontami tutto mi disse.
Non ce la faccio.
Ero riuscita a sputare fuori le parole, ma non
ero ancora in grado di usare il termine pi esatto,
"suicidio. Perci Jake era passato a descrivere
l'acqua del lago. E il fatto che la porta di servizio
della casa desse su una scaletta di cemento che
scendeva direttamente in acqua; e ancora, che a
seconda della stagione l'acqua poteva arrivare a
qualche centimetro dalla porta.
Dove sono le bambine? chiese a un certo
punto.
Da Natalie risposi. Io sono in cucina.
Mamma  su.
Stringevo il filo del telefono con tanta forza che
mi si erano sbiancate le unghie.
Di' qualunque cosa fece Jake. Parla e basta.
Mi spostai davanti alla finestra; vedevo il laboratorio
di mio padre e il giardino dei Leverton.
Il nipote della Leverton era fuori a strappare le
erbacce fra le pietre del vialetto raccontai. 
stata lei a chiamare la polizia.
Mi venne un nodo in gola ma soffocai il singulto.
Dentro di me provavo una confusione e una
rabbia accecante. Odiavo tutti.
Stamattina ho pensato a lui un attimo, di sfuggita.
Stavo portando le bambine alla YWCA. Ieri
Emily ha preso il quarto brevetto di nuoto e
quando mi sono fermata al semaforo ho sentito
una musica che arrivava dalla macchina dietro.
Era Vivaldi, un pezzo di quelli esageratamente
grandiosi che lo avrebbe fatto sorridere. Il signor
Forrest saprebbe esattamente di che pezzo parlo.
Presi lo sgabello rosso addossato al muro e lo
trascinai in mezzo alla cucina. Seduta l, vedevo la
camera da pranzo e la strada.
Ha usato la vecchia pistola del nonno dissi.
Se mi concedevo un silenzio, udivo qualche crepitio
momentaneo sulla linea o il sussurro del respiro
di Jake, il rumore filtrato della distanza che
ci separava. Gli raccontai tutto quello che sapevo,
come avevo visto mio padre entrando, l'impressione
che quel fatto avesse quasi cancellato mia
madre tanta era la mia difficolt a metterla a fuoco,
la polizia e i vicini che erano stati cos gentili, cos
dignitosi, mentre io avevo solo voglia di strappare
la faccia a tutti e gettarla per terra, carnosa e bagnata,
dov'era riverso mio padre.
Alla fine, dopo avermi lasciato parlare a lungo,
Jake fece un commento. Io so che ti voleva bene.
Mi si era spalancata la bocca. Pensai alla vodka
che tenevo in freezer a casa mia. Mi chiesi quali
farmaci - sedativi e antidolorifici - potessero starsene
acquattati negli armadietti del bagno e nei
cassetti nel com.
E questa come pu essere una dimostrazione
d'amore? gli domandai.
Jake non aveva risposte.
Mi venne in mente il parroco cattolico. Mio
padre mi aveva detto che quell'uomo non si ricordava
mai il suo nome. Quando lo vedeva accudire
le pecore, anzich Daniel lo chiamava sempre
David.
Helen?. Era Tanner. Mi si era avvicinato.
Ho sentito un trambusto in fondo all'aula. Dalla
posizione china sulla sedia mi sono tirata su dolorante.
Tieni mi ha detto lui, mettiti questo.
Mi ha sistemato sulle spalle il sottilissimo camice
da ospedale. Ci sono delle persone che vogliono
vederti ha detto.
Delle persone?.
La polizia, Helen.
Ho lanciato un'occhiata alle sue spalle: davanti
alla porta cerano due poliziotti in divisa che cercavano
di non posare lo sguardo da nessuna parte
per non vedere tutti i disegni del mio corpo nudo.
Accanto ai due, diritto come un fuso anche lui, ma
con pantaloni e giacca sportiva, c'era un altro
tizio; aveva i capelli bianchi, folti, e i baffi. Si 
guardato intorno e alla fine i suoi occhi si sono fermati
su di me.
Ragazzi ha annunciato Tanner, oggi finiamo
prima. Recuperiamo la prossima volta.
In un traballio di cavalletti, gli album sono stati
raccolti e i carboncini messi via. Gli zaini si sono
aperti e i cellulari hanno ricominciato a diffondere
canzoni, hip e fischi per far sapere agli studenti
che s, proprio come pensavano loro: mentre
erano rinchiusi in aula, era effettivamente successo
qualcosa di pi emozionante.
Mi  tornata in mente una decorazione natalizia
fatta a mano che un anno mia madre mi aveva
mandato nel Wisconsin a luglio. Ogni particolare
era curato meticolosamente, dalle perline cucite a
formare disegni tutti diversi all'anellino di fili di
seta intrecciati in cima. Il biglietto riposto nella
scatola diceva: "Questa l'ho fatta io. Non buttare la
tua vita.
Mentre gli studenti sciamavano fuori, il tizio in
giacca sportiva si  avvicinato alla pedana. Helen
Knightly mi ha detto, tendendo la mano. Sono
Robert Broumas, squadra investigativa della polizia
di Phoenixville.
La sua mano  rimasta sospesa a mezz'aria
mentre io facevo un cenno verso le mie, che tenevano
stretto il camice davanti.
S? ho detto.
Purtroppo abbiamo una notizia spiacevole da
darle.
S?. Ho pensato a come prepararmi, a cosa
dire. Stava arrivando la festa a sorpresa senza sorpresa
e non avevo idea di come comportarmi.
Una vicina di casa ha trovato sua madre stamane
ha detto.
Ho guardato prima lui, poi Tanner.
Non capisco.
 morta, signora Knightly. Dobbiamo farle
qualche domanda.
Non riuscivo a dar forma a nessun tipo di
espressione. Lui mi ha guardata attentamente e io
non ho potuto far altro che restituirgli lo sguardo;
alzarmi o allontanarmi dalla pedana mi sembrava
vile, un'ammissione di colpa.
Se solo fossi riuscita a impormi di svenire, avrei
accolto contenta quel sottile spicchio di oblio; ma
non ne ero in grado. Anche vedendo mio padre
avrei voluto svenire; invece, in quel momento
avevo udito la voce di mia madre. Mi aiuter lei a
pulire aveva detto al poliziotto e io, non sapendo
cos'altro fare, ero andata dritta in cucina, avevo riempito
d'acqua la vecchia bacinella dell'ospedale e
tornando nell'ingresso l'avevo trovata a piedi nudi
nel suo sangue.
Alla fine l'ha fatto aveva commentato. Non
l'avrei mai detto.
Mi era venuta voglia di picchiarla, ma mi rendevo
conto che i poliziotti ci stavano guardando, e
in pi avevo la bacinella in mano.
...
.
...
Capitolo dodicesimo.
...
.
...
A dodici anni, nel cassettino di metallo sotto il
suo bancone da lavoro, trovai una fotografia di
mio padre. Nella foto era un giovanotto e si trovava
davanti a una vecchia casa a schiera di mattoni.
Si era messo in posa sulle scale imponenti,
fatte di cemento; ai lati cerano due pilastri di mattoni
e calcina. Indossava una camicia bianca
sgualcita e un paio di pantaloni con le pince, tenuti
su da una cintura marrone sottile. Accanto
alle scale, nel fazzoletto irregolare di giardino, si
vedeva l'angolo di un grosso cassonetto quadrato;
dal bordo spuntavano le gambe di un tavolo e
quella che pareva una sedia.
A quell'et avevo gi cominciato a prestare attenzione
tutte le volte che mio padre parlava della
sua cittadina d'origine. Si chiamava Lambeth e
sulle carte geografiche nuove non esisteva pi se
non nel nome di una diga sul fiume Delaware.
Mia madre la chiamava la Citt Lercia, perch
dopo averla chiusa e aver sfrattato, anzi, con un
simpatico eufemismo, ricollocato la popolazione,
avevano costruito una diga che ridisegnava
il corso del fiume e che in teoria avrebbe dovuto
portare la cittadina a un graduale decadimento.
Invece, malgrado i meticolosi calcoli di ingegneri
e progettisti, Lambeth era stata travolta da
un rombante muro di fango che si era fatto irto di
tosaerba galleggianti e fragile di scheletri di animali
emersi dalle tombe dei giardini. Dopo sei
mesi, il muro si era ritirato lasciando le zone pi
alte della cittadina miseramente intrise di fango e
rovinate dall'acqua.
L'inondazione ufficiale aveva avuto luogo poco
tempo prima che mio padre conoscesse mia
madre alla seduta di posa per la John Wanamaker.
Per questo ho cominciato a lavorare con l'acqua
spiegava pap alla gente. L'inondazione era coincisa
con la costruzione delle citt circostanti, fra
cui Phoenixville. Il centro ricreativo del Santo
Spirito l'ha pagato Lambeth faceva notare
quando passavamo davanti all'edificio tozzo di
mattoni e metallo argentato.
Il giorno del mio tredicesimo compleanno pap
aveva deciso che ero abbastanza grande per accompagnarlo
nella citt allagata in cui era cresciuto.
Aveva preparato un cestino da picnic e
aveva dato a mamma un bacio leggero sulla
fronte. Stammi bene, bellissima le aveva detto.
Quaranta minuti dopo, ormai alle porte della
cittadina, sentii un cambiamento tangibile nell'atmosfera
che si respirava in macchina. Le piccole
unifamiliari a un piano e le schiere di cinque
case di mattoni si dividevano ancora pacificamente
gli isolati, finch la strada non si immergeva
sott'acqua per riapparire molto pi avanti, a
qualche chilometro di distanza.
La casa di mio padre, quando finalmente la vidi,
era il rudere di quella ritratta nella fotografia. Faceva
parte di una serie di abitazioni dichiarate inagibili
che pur essendo destinate alla demolizione
erano state lasciate l anno dopo anno. L'unica via
d'accesso rimasta era una strada asfaltata piena di
toppe, che da entrambi i lati finiva in un canalone
di scolo eroso dall'acqua. Per evitare le voragini,
pap aveva continuato a entrare e uscire da varie
stradine come fosse un ubriaco; per me era stato
un giro in giostra da nausea.
Finalmente arrivammo davanti alla porta d'ingresso
e mentre salivamo le scale fradice pap mi
prese per mano.
La foto te l'hanno fatta qui gli dissi.
La natura si riprende le cose disse lui. Attenta
a dove metti i piedi sulla verandina.
Il tempo aveva spogliato della vernice protettiva
le assi, che in effetti erano quasi tutte marce. Qualcuno
- mio padre, evidentemente - ci aveva messo
sopra una tavola nuova e cos si riusciva a raggiungere
la porta senza cadere. Vidi il bordo segato
di un arabesco imperfetto e capii che era lo
sfraso del foglio da cui mio padre aveva ricavato il
dorso arcuato di un cavallo a dondolo.
Entrammo. Nell'ingresso, su una vecchia sedia
con le stecche, c'era una lampada a propano: veniva
dal suo laboratorio.
Qui troveremo delle cose che non occorre raccontare
a tua madre mi disse.
All'epoca avevo cominciato a variare le mie letture
scolastiche facendo scorta di tascabili che non
figuravano negli elenchi di libri consigliati dai professori
e credevo di sapere in che cosa consistessero
le cosiddette "esigenze di un uomo. Allora mi
immaginai un luogo di perdizione - definizione
che io e Natalie adoravamo - con drappi di velluto,
grandi cuscini e donne che fumavano pipe simili a
vasi che vasi non erano. Le mie fantasie si fermavano
qui; ma ero convinta di saperla lunga.
Mi sbagliavo.
Sulle prime non seppi nemmeno che pensare.
Non nell'ingresso o nel soggiorno, ma nelle altre
stanze al pianterreno e nelle camere da letto al
piano di sopra vidi e capii cosa aveva fatto mio
padre in tutti quegli anni nel suo laboratorio,
quando non era impegnato con i cavalli a dondolo:
figure di compensato.
Quando entrai nella cucina e scorsi inchiodata
alla parete l'ombra finemente modellata di due
adulti e un bambino seduti a un tavolo, indietreggiai.
Pap!.
Sono qui disse lui.
E infatti era l alle mie spalle, sulla soglia.
 fortissimo.
Anche se non lo stavo guardando, sapevo che
aveva sulle labbra quel suo sorriso cos raro.
Sono contento che ti piacciano.
Mi avvicinai e sfiorai con l'indice il contorno
della testa del bambino, stando attenta alle schegge.
Le figure erano grezze e al naturale ed erano fissate
al muro con un assortimento di viti e chiodi.
Questo saresti tu? chiesi col palmo aperto sul
petto del bambino.
S rispose. E questi sono mia madre e mio
padre.  la seconda che ho fatto. All'epoca eri piccola
piccola.
Ci significava che nell'arco di dodici anni circa
mio padre aveva fabbricato una famiglia di compensato.
Sicuramente a un certo punto me ne sono
resa conto; sul momento, tuttavia, sentii la scarica
di adrenalina del segreto tutto nostro, un segreto
di cui mia madre non era al corrente.
Eri venuto qui quella volta?.
No rispose lui e mi rifil la spiegazione di
prammatica. Ero andato a trovare amici e parenti
in Ohio.
A tredici anni avevo intuito che era una bugia, ma
non sapevo ancora perch i miei genitori mi dicessero
cos.
Non essendoci riscaldamento, le stanze erano
fredde e intorno ai personaggi l'intonaco era quasi
sparito; ma capivo perch quel posto gli piacesse.
A parte i rami degli alberi che strusciavano sulle finestre,
c'era un silenzio di tomba; poi ogni tanto si
rompeva un vetro, raccont lui, perch gli alberi
volevano occupare la casa.
Sei pronta a salire di sopra?.
 cos strano, pap gli dissi.
Ma posso fidarmi di te, vero?. Per un attimo
brevissimo l'ansia gli fece stringere gli occhi.
Se non vuoi, non lo racconter mai risposi.
Salimmo insieme come se stessimo andando a un
ricevimento importante che si teneva proprio in
cima alle scale. Qui abitavano altre persone. In una
camera a sinistra c'era una figura seduta sul letto; si
vedeva lo spazio fra l'angolo del gomito e il muro. In
fondo al letto scorsi un altro personaggio in piedi.
Quella  mia madre che viene a svegliarmi
disse pap.
E quello chi ?. Indicai una sagoma smunta
che teneva in mano qualcosa; non essendo colorato
n ombreggiato, l'oggetto sembrava una
corda, o una serpe.
Quello  il medico. Era venuto ad auscultarmi
il torace.
Mi voltai a guardarlo.
Mi ammalavo spesso spieg lui. Per mia
madre  stata dura.
In un'altra camera ebbi la sensazione di vedere
me stessa e senza dire una parola indicai una sagoma
attaccata alla parete.
S disse lui.
In quella camera, la pi piccola del piano di
sopra, cerano altre due figure, ma non domandai
chi rappresentavano; se io ero la pi grande - delle
dimensioni che avevo a otto o nove anni - gli altri
due fagotti ai miei lati erano le mie sorelle o i miei
fratelli mai nati.
Al centro della stanza pi spaziosa, in cui due
adulti gesticolavano con le braccia a mezz'aria,
c'era un cavallo a dondolo come quello che pap
mi aveva fatto da piccola, simile a tutti quelli che
continuava a fare e dipingere ogni anno per la
fiera dei bambini alla chiesa ortodossa. Su questo
qui cerano soltanto dei segni a matita che indicavano
la separazione fra un colore e l'altro.
Perch non l'hai pitturato?.
Ci avevo pensato rispose lui, ma volevo che qui
si sentisse a suo agio. Vai, montaci sopra se vuoi.
Pap, sono troppo grande dissi.
Dietro alle lenti spesse, i suoi occhi si intristirono.
Non in questa casa mi fece. In questa casa
non hai et.
Guardai mio padre e provai un dolore in mezzo
al petto come se tutta l'aria che c'era nella
stanza non bastasse, come se non riuscisse a riempirmi.
Lui mi sorrise. Non volevo dargli una delusione
e cos ricambiai il sorriso.
Ti faccio vedere mi disse.
Si tolse gli occhiali, pieg con cura le stanghette
e me li diede tenendo il ponticello fra pollice
e indice. Io li presi con entrambe le mani ai
lati della montatura; senza quegli occhiali, sapevo
che il suo mondo era fatto solo di colori e sagome
indistinte.
Con cautela pap sal sul cavallo.
Confesso che  la prima volta che ci provo
disse. Non so quanto peso riuscir a reggere.
Si mise seduto sulla parte piatta della groppa tenendo
i piedi a terra, senza appoggiarli ai perni
che uscivano fuori da entrambi i lati. Fui contenta
di tenere io i suoi occhiali; se mi fosse uscita una
smorfia, magari l'avrebbe presa per un sorriso.
Cominci a far dondolare il cavallo dolcemente,
caricando il peso perlopi sulle gambe. Hilda
dice che questi sono i miei cavalli di battaglia!. E
rise alla battuta della Castle.
Il legno curvo che schiacciava il pavimento di
legno faceva un rumore che non mi sembrava
buono; andava contro tutto ci che mi aveva insegnato
mia madre sull'opportunit di mettere i tappeti
sotto i mobili e di usare i sottobicchieri sul
tavolo da pranzo.
Io salgo di sopra dissi.
Mio padre smise di dondolare.
No, stella mia mi ferm.  tutto qui.
Ma ci sono altre scale ribattei.
Su c' solo una soffitta piccola piccola. Non ci
sono personaggi.
Si alz, ma restando a cavalcioni del cavallo, e
capii che aveva un altro segreto.
Io salgo! dissi esultante. Presi e corsi via con
i suoi occhiali ancora stretti in mano.
Cominciai a salire appoggiandomi al pilastrino
e sentii che mio padre inciampava.
Tesoro, no! grid.
In cima alle scale c'era una porta a quattro
bugne, chiusa. Misi la mano sul pomello freddo di
porcellana.
Guarda che non ci trovi cose belle l dentro.
Pazienza dissi voltandomi a guardarlo. Cos
 la vita. Era un modo di dire che il signor Forrest
usava spesso quando chiacchierava con mia
madre in soggiorno: lei si lamentava, lui diceva:
Cos  la vita e poi riportava il discorso su Trollope,
che leggevano in tandem, o su Raggi di luna
di Edith Wharton, del quale il signor Forrest aveva
regalato a mia madre una prima edizione.
Girai il pomello ed entrai.
La stanza era molto pi piccola rispetto al
piano di sotto e c'erano finestre solo in fondo, che
affacciavano sui giardini sommersi di Lambeth.
Dal secondo piano, per, si godeva un panorama
che ancora spaziava oltre gli alberi; in lontananza
si vedeva la minacciosa curva a rientrare del Delaware.
Mio padre era arrivato sulla soglia; aveva fatto
le scale adagio, dandomi il tempo di vedere quel
che c'era da vedere. Senza gli occhiali aveva uno
sguardo smarrito.
Tieni gli dissi. Lui li prese a tentoni e li inforc.
L davanti c' un ripostiglio. Ci si entra passando
da quella porticina.
Ma io stavo guardando il materasso con la fodera
azzurra, le lenzuola appallottolate e il cuscino
per terra. Pensai a tutti i giorni che passava
lontano da noi.
A volte dormo qui disse lui.
Mi spostai in modo che pap mi vedesse solo di
schiena. Sul pavimento, accanto alla testa del
letto, c'erano alcuni tascabili e riconobbi una
storia illustrata dei treni; una volta stava sul comodino
in camera loro. C'era anche un'enorme
antologia di poesie d'amore, un suo regalo di Natale
a mia madre. E da sotto una manciata di gialli
vidi spuntare una coscia carnosa: sapevo che era
la foto di una donna nuda su una rivista; mi sembrava
che avesse la pelle arancione.
Mi piace poter guardare i giardini di notte.
Quass mi sembra d'essere nascosto in un nido.
Quella volta ci sei andato veramente in Ohio?
gli chiesi.
Sono andato in un ospedale, Helen.
Lasciai sedimentare la notizia.
E i viaggi di lavoro?.
La domanda rimase sospesa nell'aria. Pap si
avvicin, mi mise le mani sulle spalle, si chin e mi
diede un bacio sulla testa, come aveva fatto con
mia madre.
Ci vado rispose, ma qualche volta, tornando,
passo la notte qui.
Io mi divincolai e mi girai a guardarlo; avevo la
faccia bollente.
Tu mi lasci da sola con lei gli dissi.
 tua madre, Helen.
Inciampai sul bordo del materasso e caddi. Lui
fece per accostarsi, ma io balzai subito in piedi e
andai a capo del letto, mettendo fra di noi la fodera
azzurra e i grovigli di lenzuola maleodoranti.
Solo una notte, al massimo due disse lui.
Mollai un calcio ai gialli e alle poesie d'amore e
scoprii il resto della donna arancione: aveva due seni
pi grossi di quanto credessi possibile. Anche allora
mi sembrarono assurdi.
La guardammo tutti e due.
 volgarissima, pap gli feci notare, dimenticando
per un attimo la rabbia.
In effetti rispose lui,  un po' popputa.
Sembra un fenomeno da baraccone. Nella
testa mi risuonava incessantemente la parola
ospedale. Che voleva dire?
 una donna molto bella, Helen disse mio
padre. Il seno  una parte naturale del corpo femminile.
Senza riflettere, incrociai le braccia sul petto.
Volgare! dissi. E tu vieni qui a guardare delle
donne volgari e mostruose e mi lasci con mamma.
 vero ammise.
Non avendola mai configurata come domanda,
non gli chiesi: perch?
Posso venire qui con te?.
Cuccioletta, sei gi qui.
S, ma posso dormirci?.
Lo sai che la risposta  no. Che cosa diremmo
a tua madre?.
Guarda che io glielo racconto di questa casa
lo minacciai. Le racconto delle riviste e pure dei
bambini di legno nella cameretta!.
Ogni frase si era avvicinata sempre di pi al
centro. In realt non gli importava granch di una
mia possibile spiata riguardo al materasso, alle conigliette
di Playboy o a quella visita. A preoccuparlo
erano le figure di legno.
Non ti ho insegnato a essere crudele.
Che ospedale? gli chiesi.
Lui mi guard riflettendo.
Andiamo a fare il picnic e ti dico tutto.
Nel corso del pomeriggio, mio padre mi mostr
le zone ancora visibili della sua cittadina. Facemmo
un picnic a base di panini con insalata di
uova e cetrioli, e biscotti con le scaglie di cioccolato
che aveva fatto lui. Per me aveva portato un
thermos di latte, mentre lui si scol due coca-cole
e rutt sonoramente. L non riusc a farmi smettere
di ridere; mi sbellicai tanto che mi venne un
attacco di tosse e sembravo un cane che non la finiva
di abbaiare.
Perch non aspettiamo qui che faccia buio?
mi disse a un certo punto.
Quello era un regalo e io non ebbi il cuore di
domandargli altro sull'ospedale. In un certo
senso ero contenta della panzana; lo faceva sembrare
normale, anche se era solo una finta. Dov'
tuo padre? In Ohio a trovare parenti e amici.
Quel giorno decisi che non gli avrei mai rimproverato
niente: n le assenze, n la debolezza, n
le bugie.
...
.
...
Capitolo tredicesimo.
...
.
...
Con Jake eravamo sposati da poco pi di un anno
quando cominciai ad avere degli incubi. Sognavo
scatole, le scatole da regalo vuote che decoravano i
tavoli o che stavano in cerchio sotto l'albero di Natale.
Ma queste scatole erano fradice e il cartone era
scurito. Perch contenevano pezzi di mia madre.
Jake impar a svegliarmi piano piano; mi metteva
una mano sulla spalla mentre io mormoravo
parole che all'inizio erano troppo ingarbugliate
perch riuscisse a capirle. Helen, sei qui con me
ed Emily dorme tranquilla nella culla. Guardiamo
Emily, Helen. Tu sei qui con noi. Aveva letto da
qualche parte che ripetere il nome della persona
addormentata aiutava a riportarla nel presente e
continuava a parlarmi cos mentre a poco a poco
ritornavo in superficie. Aprivo gli occhi, ma lo
sguardo restava sfocato finch non gli sentivo dire
il suo nome, il nome di Emily, il mio. Le mie pupille
erano come l'obiettivo di una macchina fotografica:
si regolavano ora allargando, ora stringendo il
fuoco, zumando sull'immagine. Il sogno dei
pezzi? mi chiedeva. E io lentamente emergevo dal
regno in cui ero la persona che aveva fatto a pezzi
la madre ed etichettato le scatole. Nel sogno, mio
padre era in casa nostra, in giro. Fischiettava.
Mentre gli ultimi studenti abbandonavano
l'aula e Tanner gli gridava inutilmente alle spalle
un compito a casa, sono andata a vestirmi dietro
il paravento.
Noi l'aspettiamo fuori mi ha detto Broumas.
Ho sentito che si allontanavano e che la porta si
chiudeva; ma non mi stavo vestendo. Ero seduta
sulla sedia di legno e mi stringevo sempre pi forte
al petto il camice da ospedale, scossa dai brividi.
Alla fine l'avevo fatto, e adesso tutti l'avrebbero saputo.
Helen?.
Era Tanner.
Tutto bene?.
Vieni gli ho detto.
Tanner  venuto dietro il paravento e mi si  inginocchiato
davanti. Una volta avevamo provato a
fare sesso, ma era finita che ci eravamo ubriacati
e depressi per le sorti delle nostre vite. Mentre era
l in ginocchio, mi sono accorta che cominciava a
pelarsi sul cocuzzolo.
Devi vestirti mi ha detto.
Lo so. Ho chinato lo sguardo sulle mie ginocchia,
e all'improvviso mi sono sembrate marmoree
come la pelle di mia madre. Ho visto le articolazioni,
il grasso asportato in un impianto di trasformazione
carcasse. Hamburger dietetici fatti
con le mie cosce e le mie braccia, conservati in un
congelatore per carni, in attesa di essere cucinati
in padella o alla griglia.
Non ti preoccupare mi ha detto Tanner.
Quelli della polizia sono sempre un po' particolari,
ma ti faranno solo qualche domanda sulle
abitudini di tua madre e cose del genere.  stato
cos anche quando  morta la mia padrona di
casa.
Ho pensato di annuire, per un attimo ho anche
creduto di farlo, ma era come se il cervello mi si
fosse spaccato in due. L'ho guardato.
Non sto piangendo ho detto.
No, Helen, non stai piangendo.
 finita.
Tanner non conosceva i dettagli della mia esistenza.
Ma da ubriaca gli avevo accennato che mi
sentivo come se giorno dopo giorno, anno dopo
anno, mia madre mi stesse succhiando la vita. Mi
sono chiesta se in qualche modo potesse capire
cosa significava " finita e se, malgrado il suo anarchismo,
si commuovesse ancora davanti ai sentimentali
ritratti di madri che venivano sfornati in
tutto il mondo.
Ti aiuto mi ha detto.  tuo, questo?.
Dallo stipo ha tirato fuori il maglione che avevo
riposto insieme al reggiseno. In fretta e furia ha
raccolto il reggiseno dal pavimento sporco.
Scusa.
Anche se Tanner mi vedeva nuda da anni,
mentre mi sfilavo le maniche del camice e lo lasciavo
cadere intorno a me sulla sedia, ho avuto la
sensazione di non essermi mai spogliata veramente
davanti a lui. Mi ha porto il reggiseno come
se fosse un abito da infilare. E vedendo come tentava
di vestirmi, mi sono resa conto che per
quanto fosse difficile avrei dovuto tirare fuori un
po' di autocontrollo e recitare.
Ho preso il reggiseno e l'ho appoggiato sulle ginocchia.
Sono riuscita ad abbozzare un sorriso.
Grazie, Tanner. Ora me la cavo da sola.
Lui mi ha teso la sinistra e io gli ho dato la mia
mano libera. Ha aspettato che fossi in piedi, poi si
 chinato e con gran delicatezza mi ha baciata
sulla testa.
Ci vediamo luned mattina alle dieci?.
Stavolta ho annuito.
Quando  entrata Natalie, mi stavo tirando su la
lampo dei jeans.
Sei l dietro?.
S.
 comparsa da dietro il paravento col suo Diane
von Frstenberg e una nuvola di profumo appena
messo. Aveva il viso chiazzato; le guance erano
umide di lacrime recenti.
Sono venuti a cercarti in aula 230. Mi sono rivestita
pi svelta che ho potuto. Ti posso abbracciare?
mi ha chiesto. Sempre, anche in quel
momento, emanavo la sensazione di dover prima
concedere il permesso.
Fra le sue braccia, il suo calore mi ha fatto sciogliere,
me l'ha fatta desiderare come avevo sempre
desiderato una madre. Ma nel mio cervello animale
ho pensato al pericolo che correvo; proprio
ci che poteva consolarmi rischiava di far sciogliere
l'imprescindibile groviglio.
Mi  venuta voglia di graffiarla. Di graffiarle il
seno ampio e quella che, come avevamo letto da
poco, veniva chiamata la menopancia. Mi  venuta
voglia di afferrare quei suoi ridicoli capelli
tinti e di strapparglieli alla radice. Mi  venuta voglia
di fare tutto questo perch non potevo fare
quel che pi desideravo: infilarmi dentro di lei e
sparire.
Mi sono lasciata accarezzare le setole corte dei
capelli e la nuca. Mi sono lasciata massaggiare le
scapole ossute. E ho pianto, un po', senza capire se
lo stessi facendo perch in quelle circostanze dovevo,
o perch il suo conforto mi era doloroso.
Dov' Jake? mi ha chiesto lei staccandosi da
me, tenendomi per le spalle. L'ho guardata. Ero felice
di avere le lacrime agli occhi. Avrei suscitato
pi compassione in quello stato? All'occorrenza
potevo rifarlo?
Mi sono ricordata la storia che io e Jake avevamo
imbastito. Non lo so. Ci siamo messi d'accordo
che passava a prendermi. Doveva contattare
un suo ex studente che adesso lavora alla
Tyler.
Quindi tra un po' arriva? Magari pu venire
con noi.
Con noi?.
Al comando di polizia ha detto Natalie.
Cio?.
Tua madre  stata uccisa, Helen.
Mi sono seduta con forza.
La polizia non te l'ha detto? Credevo che lo sapessi.
Chi  stato?. Ho cercato di non fare una smorfia.
Tesoro, credevo che te l'avessero detto. Mi dispiace.
Senti, adesso mettiti le scarpe. Ti diranno
loro tutto quello che sanno.
Sospettano di qualcuno?.
Non lo so. Stavo parlando con un agente, ma a
un certo punto un altro in giacca sportiva l'ha interrotto.
Broumas, quello dell'investigativa. La mia
voce ha pronunciato ogni sillaba in tono monocorde.
Ho pensato a Jake e alle nostre promesse di
matrimonio: Prometti di prendere quest'uomo
come tuo sposo per tutta la vita, nella salute e nella
malattia, e nella furia omicida?
Scarpe ha detto Natalie, spingendomele col
piede verso la sedia.
La porta si  aperta e ho udito la voce di Jake nel
corridoio.
La signora  pronta, pi o meno? ha chiesto
una voce sconosciuta.
Un momento e arriviamo ha gorgheggiato
Natalie.
C' il marito.
Pu entrare.
Gli stanno facendo qualche domanda.
Io e Natalie ci siamo guardate. Mi ero messa le
scarpe ed ero pronta a tutti gli effetti, per quanto
possibile.
Ho agguantato la borsa, pensando confusa per
un attimo che dentro ci fosse ancora la treccia di
mia madre. Jake l'aveva previsto; senza di lui sarebbe
stata ancora sul letto, acciambellata come
una serpe.
Rossetto? ha chiesto Natalie.
Dammi un bacio le ho detto. E lei cos ha fatto
senza esitare. Ho steso il lucido trasparente stringendo
le labbra.
Pronta?.
Andiamo.
 orrendo quello che  successo ha detto Natalie
andando alla porta. Per c' Jake. Le vie del
Signore sono misteriose.
Non potevo dire alla mia amica che non c'entrava
il Signore, ma una serie di avvenimenti innescata
dalle mie mani meno di ventiquattrore
prima. Gli asciugamani premuti sul viso, le coperte
avvolte intorno al suo corpo spezzato, la sua
sottoveste rosa confetto ficcata tra lo stipo e il
muro, i resti della treccia d'argento attaccati alla
tazza del gabinetto: tutto, come pure la telefonata
a Avery che aveva avvertito Jake, nasceva dalle
mani che ora reggevano la mia borsetta, andavano
verso la porta che si spalancava, stringevano
il palmo carnoso di Robert Broumas, agente della
squadra investigativa.
Ho visto Jake seduto sulla cattedra nell'aula di
fronte. Ha fatto per alzarsi, ma una mano sulla
spalla l'ha bloccato.
Suo marito sta gentilmente rispondendo a
qualche semplice domanda ha detto Broumas.
Le chiederei di fare lo stesso.
Mi sono concentrata sulle sue spalle; sopra la
lana blu notte della giacca cerano delle squamette
di forfora. I suoi occhi di un intenso color nocciola,
circondati da lunghe ciglia, mi hanno fatto
tornare in mente uno psicoterapeuta dal quale ero
andata cinque anni dopo la morte di mio padre.
Scavare, scavare, scavare avevo detto a questo
medico. Ma lei non fa mai altro?.
Una studentessa ritardataria, con le cuffiette a
tutto volume, ci  passata davanti, ha girato la
testa come una telecamera automatica, poi ha tirato
dritto.
Se vogliamo andare, noi siamo pronte ha
detto Natalie.
Se vogliamo andare?.
S ha detto lei. Vorrei accompagnare la mia
amica al comando.
Il poliziotto ha sorriso. Non ce bisogno. Troviamo
un'aula vuota e ce la sbrighiamo l.
Stavo guardando Jake. I piedi gli penzolavano
dalla cattedra; nonostante l'altezza e l'et matura,
in quel momento mi  sembrato un bambino. Venendo
ad aiutarmi, entrando da quella finestra,
era rimasto inestricabilmente legato a quello che
mi sarebbe successo. Ho ripensato alla storia che
ci eravamo preparati: aveva cercato di riparare la
finestra di mia madre per farmi un favore, in memoria
dei vecchi tempi.
Vogliamo metterci qui?.
Qui? ho detto, indicando la porta da cui con
Natalie eravamo appena uscite.
Sempre se non le dispiace.
Natalie  stata invitata ad aspettare fuori.
Broumas ha convocato uno dei poliziotti in divisa
e tutti e tre siamo rientrati nell'aula.
 stata una mattinata piuttosto caotica per il
vicinato ha detto Broumas.
Osservando l'aula e vedendo pochi posti a sedere,
ha indicato la pedana.
L c' una sedia. Per lei quella va bene?.
Certo. Ce n' un'altra dietro il paravento ho
suggerito.
La prendi, Charlie? Possiamo metterle qui.
Veramente il professor Haku preferirebbe che
quella non venisse spostata ho detto. L'ha sistemata
in modo che luned si possa proseguire la seduta
di posa.
Broumas ha sorriso. Si  tolto il blazer blu e l'ha
appeso a un cavalletto della prima fila. Stavamo
parlando con suo marito. Un artista.  cos che lei
ha cominciato a fare questo lavoro?.
S.
Il poliziotto di nome Charlie ha portato a
Broumas la sedia sulla quale ero seduta poco
prima e gliel'ha posata davanti.
Mettila l sulla pedana vicino all'altra gli ha
detto Broumas. Vogliamo accomodarci?.
Mentre salivo sulla pedana e prendevo posto
sulla sedia che voleva sostituire la vasca della
Donna che si lava, Broumas si  voltato e ha tirato
fuori un taccuino dalla tasca della giacca.
Mi sono ricordata di un piccolo bloc-notes che
avevo trovato una volta, probabilmente caduto
dalla tasca di una giacca di Jake; era una specie di
diario dei momenti che Jake passava fuori al
freddo.
Quaranta minuti a fare ghiaccioli nella neve. Albero
per riparo.
Posso rompere il ghiaccio e saldare i pezzi sciogliendoli
con le mani?
Foglie sottili come pergamena. Come abbellire ci
che  gi perfetto di per s?
Pronta? mi ha chiesto Broumas. Mi si  seduto
davanti. Il poliziotto in divisa aveva gi preso
posizione accanto alla porta; gli ho lanciato un'occhiata
e ho notato una certa noia, come se per lui
fosse un giorno qualunque.
La mia amica dice che mia madre  stata uccisa
ho esordito.
S,  stato qualcuno.
Chi?.
Non lo sappiamo ancora ha risposto
Broumas. Una vicina di casa l'ha trovata nello
scantinato.
La Castle. Ha le chiavi ho aggiunto, rispondendo
da sola al mio interrogativo irrisolto.
Veramente no. Dietro la casa ha visto una finestra
aperta che era stata forzata e ha chiesto a una
signorina di aiutarla.
Broumas ha consultato il taccuino; era un'agendina
rilegata in pelle, con un nastro rosso per tenere
il segno.
Madeline Fletcher. Il padre abita nella casa accanto.
Per un attimo ho pensato a quel fenomeno tatuato
che si intrufolava in casa di mia madre, al fastidio
che le avrebbe dato saperlo.
S ho detto,  la finestra che ha cercato di aggiustare
ieri mio marito.
Era spalancata ha detto Broumas.
Non doveva.
La signora Castle ha anche detto che ieri sera
lei era l. Ha visto la sua macchina parcheggiata
davanti alla casa almeno fino alle sette.
 esatto.
E che cosa ci faceva?.
Agente,  mia madre.
Mi dica, se pu, quello che ha fatto e come l'ha
lasciata. Sua madre dormiva? Era ancora alzata?
Com'era vestita? Lei ha ricevuto qualche telefonata?
Ha sentito rumori strani? Sa se sua madre
fosse rimasta spaventata da qualcosa o da qualcuno?.
Mia madre  un po' che ha cominciato a perdere
colpi gli ha risposto la mia voce. Qualche
anno fa se l' dovuta vedere con un brutto tumore
al colon e da allora non si  pi ripresa ho detto
usando la parlata remissiva che tanto odiavo in riferimento
agli anziani. Il suo medico per fare una
battuta dice che chi arriva a una certa et alla fine
il cancro all'intestino riesce a prenderselo.
Broumas si  schiarito la gola. S, beh, non dev'essere
una situazione facile. Abbiamo parlato
con la signora Castle e so che aiutava parecchio
sua madre. C' qualcun altro che frequentava la
casa?.
Mi sono guardata le mani. Avevo smesso di portare
gioielli, di qualsiasi tipo fossero; non mi piaceva
sentirne il peso e ogni volta che andavo a
mangiare fuori alla fine ritrovavo sempre tutto ammucchiato
a sinistra della tovaglietta: anelli, orecchini,
orologio. Con quella roba addosso non
riuscivo a parlare.
Non di recente ho risposto.
La signora Castle ha accennato a un episodio
successo in casa non tanto tempo fa ha insistito
lui.
Ho alzato gli occhi e l'ho guardato.
Avevo trovato un preservativo nella mia vecchia
camera.
E quindi?.
Abbiamo tutti dato per scontato che fosse stato
il ragazzo che le faceva qualche commissione ogni
tanto e sbrigava lavoretti che lei non riusciva a
spicciare da sola.
Lui consult la sua agendina. Manny Zavros?.
Esatto.
Watson Road 1525?.
Quella  casa di sua madre ho detto. Da
quando la signora Castle l'ha raccontato in parrocchia
 sparito.
Sparito?.
Pensate che sia stato lui?.
Stiamo seguendo tutte le piste.
Non vorrei metterlo nei guai, ma....
Dica.
C' un'altra cosa che non ho mai detto a nessuno.
Io sono la persona giusta ha risposto Broumas.
Sapevo che era il momento di piantare il seme.
Parlando, mi sono sentita avvampare.
Pi o meno nello stesso periodo  scomparso
tutto quello che c'era nel portagioie di mia madre.
Non ha denunciato il fatto alla polizia?.
Me ne sono accorta qualche settimana dopo,
ma a quel punto Manny se nera gi andato e avevo
fatto cambiare le serrature. In ogni caso, non mi
andava di dare un dispiacere a mia madre. La
maggior parte di quei gioielli non li metteva da
anni.
Ho capito. A proposito, sua madre non  l'unica
persona del quartiere deceduta nelle ultime
ventiquattrore.
Sapevo cosa stava per dirmi e ho subito tentato
di camuffare qualunque espressione potesse darlo
a vedere.
Non sar mica il signor Forrest, vero?.
Perch mi chiede del signor Forrest?.
Perch ci sono molto affezionata ho detto.
Lo conosco da quando ero piccola.
E che mi dice della signora Leverton?.
Ho inspirato velocemente e mi sono coperta la
bocca con una mano. Il gesto, troppo calcolato, mi
ha fatta sentire subito in imbarazzo.
La donna delle pulizie l'ha trovata stamane in
camera da letto.
Pur essendo consapevole di quel che avevo
visto - la Leverton viva che se ne andava in ambulanza
- non ho potuto fare a meno di pensare
che io almeno ero stata presente alla morte di mia
madre.
Ma come sono morte, di preciso? ho chiesto,
sentendo allargarsi sotto il maglione un leggero
velo di sudore. Avevo le mani appiccicaticce. Perch
non gliel'avevo chiesto subito?
In maniera molto diversa. Quando la donna
l'ha trovata, la signora Leverton respirava ancora
ma era incosciente.  morta in ambulanza mentre
la portavano in ospedale.
E mia madre?.
Lei, ieri sera, a che ora  andata via da casa
sua?.
Ho drizzato la schiena, cercando di capire se
stesse per accusarmi. Ma lui mi ha lanciato un'occhiata
mite e con la stessa mano che stringeva la
penna ha stirato la pince sulla gamba destra del
Pantalone.
Mi  tornata in mente una definizione che mi
aveva insegnato Sarah: un belloccio fiacco. Era
un'espressione che girava nell'ambiente dello
spettacolo per indicare chi era soltanto l'ombra di
un bell'uomo vero: uno che aveva tutte le proporzioni
e le qualit giuste - il colore dei capelli, l'altezza
eccetera - ma con quel pizzico di moscio o
difettoso che non gli faceva mai ottenere la parte
di protagonista: il mento sfuggente, gli occhi un
po' troppo distanti, le orecchie a sventola. Ho deciso
che anche Robert Broumas era un "belloccio
fiacco.
Voglio sapere com' morta ho detto.
Le rispondo tra un attimo. A che ora  andata
via da casa di sua madre?.
Poco dopo le sei ho detto. Per un pelo sono riuscita
a trattenere un sussulto: la Castle aveva
detto di avermi visto alle sette.
Broumas ha sfogliato gli appunti tornando indietro
di qualche pagina. Ha cambiato posizione;
poi si  schiarito la voce.
 andata subito a casa?.
No.
E dove andata?.
La signora Castle forse vi avr detto che mia
madre era peggiorata ho risposto. Che ieri non
l'ha riconosciuta.
S, ce l'ha detto.
Avevo capito che dovevo chiamare la casa di
cura. Che una volta portata via non avrebbe mai
pi rivisto casa sua.
Mi sono ritrovata a piangere. Le lacrime mi
scorrevano sulle guance e me le sono asciugate
con la manica del maglione. Mia madre non doveva
mai lasciare casa sua, avrei voluto dirgli. Lo
capisce quant'era importante questo per lei?
Ho fatto un lungo giro in macchina ho aggiunto.
Sono andata in un posto dove vado
qualche volta, a pensare.
E dove?.
Vicino ai campi coltivati dalle parti di Yellow
Springs Road. Da l si vede la centrale nucleare.
E quanto ci  rimasta?.
Calcolai a mente quanto tempo ero stata con
Hamish e ho aggiunto l'oretta in pi che ero rimasta
a casa di mia madre.
Pi o meno tre ore.
 rimasta l tre ore a pensare?.
Confesso che mi sono addormentata. Mia
madre pu essere sfiancante.
E poi  rientrata a casa?.
S.
Ha telefonato o parlato con qualcuno?.
No. Vuole dirmi com' morta mia madre?. Le
mie bugie si stavano accumulando e lo sapevo.
Il corpo era nello scantinato.
Nello scantinato.  caduta?. Mi sono bloccata.
Suonavo falsa anche alle mie orecchie.
Non si sa ancora con certezza. Oggi pomeriggio
verr fatta l'autopsia. Com'era vestita ieri
sua madre?.
Ho nominato la gonna che avevo aperto con le
forbici, la camicetta che avevo strappato e il reggiseno
bianco stucco, tutti rimasti sul pavimento
della cucina; sicuramente li avevano gi raccolti.
Aveva l'abitudine di vestirsi da sola?.
S ho risposto.
Usciva molto di casa sua madre?.
Era agorafobica ho detto. Aveva grandi difficolt
a uscire.
Ma io dicevo in giardino, o magari a portare
fuori la spazzatura. Cose del genere.
Era molto testarda. Non voleva che io e la signora
Castle facessimo tutto.
Credevo che avessimo appena cominciato, ma
dopo aver messo il nastrino rosso alla pagina corrente
dell'agendina, Broumas l'ha chiusa e si  visibilmente
rilassato, sbandierando una postura
che diceva: fuori servizio.
Posso farle una domanda personale? mi ha
chiesto.
Posso vedere mia madre?.
Broumas si  alzato. Io sono rimasta seduta.
Dopo l'autopsia. Domani mi ha risposto. Poi
ha fatto un gesto indicando l'aula. Come ci si
sente?.
Come ci si sente a fare cosa? ho chiesto.
A fare quello che fa lei per vivere. Il sorriso gli
 venuto facile. L'ho odiato. L'ho odiato perch non
potevo dirgli di andare affanculo, perch sapevo
che tipo di interesse lo solleticava: da un lato
quello sincero, dall'altro quello lascivo.
 un lavoro come un altro, solo parecchio pi
esposto ho detto.
Lui ha ridacchiato ed  sceso dalla pedana. L'ho
presa come un'imbeccata ad alzarmi anch'io.
Ci sono delle persone con cui vogliamo parlare
che non abbiamo ancora rintracciato. Vicini
assenti per lavoro, cose di questo genere. Ha
preso la giacca appesa al cavalletto e se l' infilata.
Dobbiamo controllare delle impronte digitali
e un'orma. Abbiamo anche trovato qualche
traccia di sangue sulla veranda. Potrebbe essere
di sua madre. Il corpo  stato spostato.
Sono scesa dalla pedana. Mi  sembrato di fluttuare
nell'aria.
Mi sono immaginata nuda, raggomitolata nella
vasca del laboratorio di mio padre. Dalle mie carni
esangui spuntavano fuori gli attrezzi e i ganci caduti
dalle pareti.
La freddezza uccide. Me lo sono visto scritto davanti
con la grafia frettolosa di Jake, come se fosse
una frase del suo diario. Ho pensato a mia madre
che si sporgeva dalla finestra della mia camera a
intrecciare per bene il rampicante sul muro. Proteggermi
dal signor Leverton le pareva talmente
cruciale che regolarmente aveva corso il rischio di
cadere dal primo piano di casa. Perch questo non
la spaventava? Mi voleva bene a tal punto, o invece
io non centravo nulla? La mia nascita era solo diventata
un prolungamento della sua paura?
L'agente in divisa ha aperto la porta.
La lascio tornare dalla sua amica e da suo marito.
Oh si  corretto Broumas, mi scusi. Dal suo
ex marito, giusto?.
Ho fatto segno di s. Scendendo dalla pedana
avevo scoperto di avere disperatamente bisogno di
una sedia. Con tutta la disinvoltura che potevo, mi
sono appoggiata al bordo della pedana con la moquette.
S.
E da quanto tempo siete divorziati?.
Pi di ventanni ho risposto.
 tanto.
Abbiamo due figlie.
E siete legati al punto che il suo ex marito era
disposto a venire a riparare la finestra di sua
madre.
S.
Addirittura da Santa Barbara?.
Veramente ho detto,  venuto per vedersi con
un suo....
Broumas mi ha interrotto. S, s, mi ha dato il
nome. Andiamo, Charlie.
Allora mi sono tirata su. Mentre mi avviavo alla
porta, mi  tornato in mente il gioco dell'ombra
che facevano le ragazze da piccole, quando l'una
camminava attaccata dietro l'altra e girava a sinistra
con lei, si piegava a destra quando lei si piegava,
sicch quella davanti non vedeva mai la sua
ombra.
Natalie e Jake stavano parlando fra loro seduti
in prima fila nell'aula di fronte, un'aula pi tradizionale,
usata per i corsi di storia dell'arte e storia
del pensiero occidentale. Il piano di scrittura delle
poltroncine stampate era di un colore giallino limone
e si curvava intorno ai loro corpi.
I poliziotti si sono allontanati lungo il corridoio.
Broumas, rimasto leggermente dietro ai due in divisa,
parlava al cellulare; col tono di chi impartisce
ordini ha detto a qualcuno nastro per capelli e poi
la parola treccia.
Jake sedeva di faccia alla porta e mi ha scorto
per primo.
Natalie si  voltata con qualche impaccio nella
poltroncina scolastica e mi ha guardata. Certe
volte mi sembra proprio di non conoscerti mi ha
detto.
Mi sono sentita sprofondare lo stomaco. Ho
aperto la bocca per parlare, ma poi ho visto che
Jake scuoteva la testa con forza e in silenzio diceva:
No.
C'era un'unica altra cosa alla quale Natalie poteva
alludere. Ma che motivo aveva Hamish di raccontarglielo?
Scusa le ho detto.
Lo conosci da quand'era in fasce.
Questo per me non era importante; una marea
di cinquantenni andava a letto con delle trentenni
e sicuramente fra loro cerano persone che conoscevano
le loro conquiste fin dalla pi tenera et.
Purtroppo, l'unico esempio che mi  venuto in
quel momento era quello di John Ruskin e di una
bambina di dieci anni che si chiamava Rose la
Touche.
 stato reciproco le ho detto.
Ges  sbottata Natalie, girandosi verso la lavagna.
Ho seguito il suo sguardo. Uno studente
aveva approfittato del fatto che l'aula fosse vuota
per disegnarci sopra un pene enorme; la caricatura
impegnata nella fellatio somigliava tremendamente
a Tanner.
Sei stata con Hamish? mi ha chiesto Jake incredulo.
Ieri sera, in macchina ha detto Natalie. Ho
chiamato a casa per dirgli di tua madre e lui se ne
esce con questa storia! Dice che s' innamorato.
Hai detto alla polizia che ero con lui? le ho
chiesto, sapendo che contrastava con la mia dichiarazione.
E ti preoccupi di questo? Non hai altro da
dire?.
Jake mi stava fissando. Lo hai portato in quel
posto di Limerick. Non era una domanda.
Ho annuito.
L'abito di Natalie, come succedeva spesso, si era
allentato e la profonda V dello scollo a portafoglio
si era aperta, scoprendo il reggiseno e il solco profondo
fra i seni.
In confronto a lei, mi sentivo come un ramoscello
che si poteva spezzare sotto i piedi: fragile,
inconsistente, combustibile. Buona per alimentare
un desiderio o un fuoco. Oggi pomeriggio faranno
l'autopsia ho detto. Non  stata uccisa
dove  stato ritrovato il corpo.
Natalie si  alzata.  venuta da me.
Ho chinato la testa, evitando il suo sguardo.
Mi sa che a Hamish dovr fargli le congratulazioni
ha detto. Era da un pezzo che voleva portarti
a letto.
E a me che dici? ho chiesto.
Sinceramente ?.
S.
Sono stanca. Sono stanca di questo lavoro e di
quella stupida casa e sto frequentando una persona.
Un impresario edile di Downingtown ho
detto.
Ovviamente tu non approvi.
In questo momento non sono in condizione di
giudicare nessuno.
Natalie mi ha posato una mano sulla guancia:
un gesto, lo sapevo bene, che usava fare anche Hamish.
Per giudichi lo stesso.
Siamo usciti dalla Baita. Nelle giunture mi sentivo
il dolore della tensione, l'accumularsi degli
atti compiuti la sera precedente, ai quali si aggiungevano
la seduta di posa e l'interrogatorio
della polizia. Desideravo con tutta me stessa tornare
nel posto in cui ero stata quella mattina, davanti
alla quercia marcita dietro alla palazzina.
Ti ricordi i personaggi di legno di mio padre?
ho chiesto a Natalie. Eravamo nel parcheggio;
l'automobile rossa di Jake scintillava sotto il sole.
S. Natalie li aveva visti un'unica volta, poco
prima che venissero definitivamente distrutti.
Jake ne aveva solo sentito parlare.
Per lui erano pi veri di me e di mia madre.
Se ti guardo mi viene la nausea ha detto Natalie.
Rovistando nella borsa a tracolla ha cercato le
chiavi. Trovarle era facile: dopo che le aveva perse
decine di volte, Hamish le aveva regalato un portachiavi
con un gigantesco gatto rosso sopra.
Jake ha provato a riempire il silenzio. Oggi arriva
Sarah. Mi sa che purtroppo non l'accoglieremo
con una bella notizia.
Si era ficcato le mani in tasca; faceva cos da
sempre per non agitarle dalla smania. All'improvviso
mi  tornata in mente la maglietta che portava
sotto il maglione: "La vita  bella.
Devo andare a York col mio costruttore. Vado
a conoscere la madre gli ha detto Natalie. Non
voleva guardarmi; per quegli integerrimi cittadini,
tutt'a un tratto ero diventata l'elemento instabile.
Avevo per caso ucciso l'unica persona che
al confronto mi faceva sembrare sana di mente?
Poco dopo ero gi stesa sul sedile posteriore
della macchina di Jake, rannicchiata nella stessa
posizione in cui mi ero messa la sera prima nella
mia. Natalie si era allontanata senza salutarmi.
Stammi bene aveva detto a Jake.
Mi ha fatto piacere rivederti, Natalie.
Tutto sommato ha fatto piacere anche a me
gli aveva risposto lei. Appena Jake ha messo in
moto, ho chiuso gli occhi; volevo fare il tragitto in
macchina come da bambina, quando guidava mio
padre e sul sedile accanto non c'era nessuno. A Natalie
non avevo detto niente di mia madre e a
questo punto non gliel'avrei pi detto.
Dopo che anche le ultime parti di Lambeth
erano state demolite per lasciare spazio a una tangenziale
nuova e a un outlet, scrissi a mio padre
una frase: Se ne sono andati tutti tranne me; ma
per me non se n' andato niente. Non ricordavo
chi l'avesse pronunciata o in che contesto.
Quando Jake smise di ritrarmi, credevo che la
sua fascinazione per come il ghiaccio ricopriva
una foglia o per la possibilit di creare una tintura
mischiando bacche pestate e neve fosse una passione
momentanea. Credevo che sarebbe tornato
da me. Ma poi cominci a costruire oggetti di terra
e ghiaccio, di ossa e bastoncini, e lasci perdere
tutta la carne umana.
Fu Emily a scoprire una delle sue prime sculture
grezze e ne rest meravigliata. Era fatta
d'erba unita a fango, con l'erba dell'inverno che
fungeva da collante per evitare che il fango si sgretolasse.
Non fosse stato per la contentezza di
Emily, l'avrei subito presa con un guanto e buttata
nello scarico; sistemata com'era sul pavimento
dietro la tazza del gabinetto, mi sembrava un
pezzo di cacca insolitamente variegato. Ma siccome
Emily mi aveva fatto mettere a quattro
zampe e l'aveva chiamata lui, mi ero resa conto
di essermi sbagliata.
Jake aveva fatto una piccola scultura. Mentre
ero l che la fissavo a bocca aperta, Emily, come
solo il corpicino di un bimbo sa fare, era passata
con un unico rapido movimento dalla posizione in
ginocchio a quella seduta, e a gambe larghe aveva
cominciato a battersi le mani sulle cosce paffute,
tutta contenta.
Pap! aveva strillato.
La tazza le fa paura, Helen mi aveva detto
Jake pi tardi, dopo che avevo preso l'oggetto incriminato
e l'avevo messo sul piattino di ceramica
dove lui lasciava chiavi e spiccioli alla fine della
giornata.
E tu proponi di fargliela passare cos? Facendo
asinelli di merda?.
Intanto  fango, e poi quello dovrebbe essere
un drago.
In quel periodo, se volevo parlare con lui ero costretta
a bloccarlo fra la porta d'ingresso e la
doccia. Cominciava a svestirsi appena entrato
nella nostra casetta presa in affitto, togliendosi gli
strati di sciarpe e cappelli, parka, giubbotto e camicie
pesanti di lana a scacchi, e quando arrivava
in camera da letto era vestito come una persona
normale in procinto di sedersi a tavola per la cena.
Quel giorno l'avevo inseguito dalla porta alla camera
da letto tenendo la scultura sollevata sul suo
piattino di ceramica.
Le  piaciuta? mi chiese entrando in camera.
Dal momento che tutte le mattine al buio assistevo
alla trafila, sapevo che si era messo il maglione
di lana pesante sopra il dolcevita e strati
nascosti di magliette e mutandoni lunghi. I primi a
partire, davanti alla porta di casa, erano sempre gli
scarponi; le parti inferiori restavano fasciate nei
vecchi pantaloni dell'esercito comprati al negozio
dell'usato militare e negli enormi calzerotti di lana
che pungevano come un cactus e gli imponevano di
mettere dei calzini protettivi a contatto con i piedi
umidi e infrolliti dall'inverno. Alle mani non aveva
niente perch era sicuro che alla fine, abituandosi
al freddo, sarebbe diventato pi sciolto, in grado di
restare fuori un maggior numero di ore e di curare
meglio i particolari.
Certo che le  piaciuta risposi senza constatare
l'ovvio, e cio che qualsiasi bambino, anche
quello afflitto da paure, avrebbe apprezzato moltissimo
un animale fatto di fango trovato nel gabinetto
ai piedi di una tazza pressoch immacolata.
Jake si volt a guardarmi. Nei punti in cui si infilava
il vento, tra il berretto di lana calcato sulle
sopracciglia e la sciarpa che si avvolgeva fin sopra
la punta del naso, aveva le guance perennemente
arrossate. Gli occhi, un po' lacrimosi per l'effetto
repentino del riscaldamento a battiscopa, mi sembravano
di un azzurro liquido.
Mi bastava questo disse lui. Farla ridere
quando si trovava faccia a faccia con quell'affare.
Non potevo dirgli che ero gelosa, non di mia
figlia ma degli oggetti che aveva cominciato a
fabbricare, n riuscivo a pregarlo di ritrarmi ancora.
Jake si tolse tutti insieme gli strati nascosti di
magliette e biancheria termica e li butt sul letto,
poi entr in bagno e apr la doccia. Io lo seguii
nella cabina, tutta vestita.
Helen, ma che fai? mi domand. Per rideva.
Scopami gli dissi.
Non pensavo a quello che mi stava succedendo.
Avevo cominciato a inseguire mio marito passo
passo, come una volta inseguivo mia madre. Una
ragazza ombra che tentava d'essere come credevo
che loro mi volessero.
Jake ha scavalcato il dosso davanti all'uscita
principale del Westmore.
Tirati su e parliamo mi ha detto. Lo so che
sei sveglia.
Mi sono puntellata sul braccio come a lezione di
yoga, emergendo dalla posizione cadaverica fin
troppo calzante.
Jake ha incrociato il mio sguardo nello specchietto.
Insomma, dopo aver soffocato tua madre decidi
di sedurre il figlio di Natalie.  questa la sequenza?.
S.
Jake ha scosso la testa. Adesso ti trastulli con i
ragazzini.
Ha trent'anni.
Beh, la mia ne ha trentatr ha detto lui.
La tua?.
Si chiama Phin.
E che nome sarebbe?.
Visto che il padre l'ha chiamata Phineas e che
l'hanno soprannominata Phiny, non poteva fare di
meglio. Lavora alla pinacoteca di Santa Barbara.
E che tipo ? gli ho chiesto.
Non sarebbe meglio parlare di altre cose?.
Tipo della galera?.
Magari di quello che vogliamo dire a Sarah.
Jake si  infilato in un parcheggio di fronte a
Burger King, dove c'era un negozio chiamato Four
Comers in cui non ero mai entrata.
Vuoi qualcosa?.
Ho fatto segno di no.
Mentre lo guardavo che teneva aperta la porta a
una giovane mamma con un passeggino e un altro
figlio piccolo in braccio, mi  venuto in mente che
mia madre aveva dato il mio numero di telefono
al tizio che quella primavera aveva rifatto i canali
di scolo.
Te l'ho pure detto di non dare il mio numero
senza chiedermelo prima avevo protestato. A
quel punto il tizio mi aveva gi chiamato tre volte.
La vita sordida che fai  quella aveva ribattuto
lei. Se non ti piace, dovresti abbandonarla.
Pi facile di cos non si poteva. Nella sua cucina,
mia madre mi aveva indirettamente invitato
a mettere fine alla mia vita. Ma quand'era
che si rendeva conto, e quando no, di quello che
diceva?
Chiss che ritmo aveva in testa mio padre
quando aveva sollevato la pistola. Era piombato
gi per le scale a faccia avanti e il sangue aveva disegnato
un arco, schizzando una linea sinuosa e
sempre pi sottile via via che scendeva. Si era sparato
davanti a lei. Ma lei lo aveva pregato di fermarsi
o lo aveva pregato di procedere, dirigendo
come un vigile urbano i pensieri che gli affollavano
la mente?
Sono scesa dalla macchina e ho chiuso la portiera.
Ho guardato Jake che usciva dal negozio.
Sigarette ha detto lui. Ecco che effetto mi
fai. Sali.
Stavolta mi sono seduta davanti, accanto a lui.
Jake ha chiuso lo sportello. Stamattina ho visto
un parco vicino alla statale fra qui e casa di tua
madre. Ci serve un posto per parlare.
Mentre rimetteva in moto, ho fatto cenno di s.
Pu darsi che la Leverton abbia assistito a
tutto gli ho detto dopo un po'. Ieri sera ci ha viste
sulla veranda. Mi ero seduta l con mamma, prima
dell'asciugamano.
Jake taceva. Ho risentito sulla pelle l'aria della
sera precedente; ho rivisto le cime degli alberi piegarsi
al vento, la luce sopra la porta di servizio di Carl
Fletcher, i rumori smorzati della sua radio. C'era
anche la figlia Madeline? E lei aveva visto qualcosa?
Eccolo,  quello il parco ha detto Jake.
Siamo usciti dalla statale e abbiamo seguito la
strada fino a un piccolo parco triste con qualche
tavolo da picnic e immondizie sparse; le griglie di
ferro incassate nel cemento sembrava non vedessero
carne da anni. Abbiamo parcheggiato negli
spazi a spina e siamo scesi.
La Pennsylvania mi deprime ha detto Jake.
Io pu darsi che ci passer il resto dei miei
giorni.
Jake si  fermato su una chiazza d'erba e sterpi e
ha strappato il cellophane del suo pacchetto di
Camel.
Ne vuoi una?.
No, grazie ho risposto. Avr un sacco di
tempo per prendere il vizio a Graterford. Anzi, nel
suo equivalente femminile.
Cristo. Jake ha fatto un lungo tiro, come se la
sigaretta fosse una canna, e ha lasciato uscire il
fumo dalle narici. Helen, mi sa che lo sanno. Bisogna
capire che cosa dobbiamo dire.
Ti ci sposi con Phin? gli ho chiesto.
Helen, stiamo parlando del carcere che ci
aspetta.
Che mi aspetta.
Pronto, ci sei? Ti ricordi la finestra? La collusione
 evidente.
Se devi, gli dirai perch ho risposto. Te la caverai.
No.
Il ragionamento fila ho insistito. Sono io che
l'ho uccisa. Tu sei entrato solo per essere sicuro
che non mi fosse successo niente.
Mi hanno fatto domande sul tuo stato mentale
ha detto Jake guardando la sigaretta con aria
assente, come se gliel'avesse messa in mano
qualcun altro.
E tu hai detto...?.
Che eri sfacciatamente sana.
Si  avvicinato e mi ha circondata con un
braccio, stringendomi. Mi sono ritrovata comodamente
incollata al suo fianco, con la spalla che
come sempre entrava giusta sotto la sua ascella.
Sei proprio cos ha proseguito.
Cos come?.
Incredibile. Lo sei sempre stata.
Davanti a noi, fra due griglie in disuso, c'era un
alberello che il servizio giardini aveva piantato da
poco. Avevo letto da qualche parte di una battaglia
che c'era stata tra pr e contro: alberi per l'abbellimento
urbano o pi soldi per le scuole. Intorno
al tronco c'era un sostegno di metallo; chiss se
qualcuno si sarebbe ricordato di toglierlo prima
che l'albero a poco a poco vi finisse strangolato.
Povero disgraziato ha detto Jake.
Chi, l'alberello?.
Veramente mi riferivo a tuo padre. Ma quando
ti sei sposata con me pensavi di sposare lui?.
Volevo che mi dessi attenzione.
Ma te la davo ha detto Jake.
Per un po', poi hai smesso.
Era il lavoro. Tu non centravi niente.
Ha chinato la testa e le nostre labbra si sono
unite. Ci siamo baciati in un modo che, anche se
per poco, mi ha sollevata e portata via dal mondo
in cui mese dopo mese, anno dopo anno, ero andata
avanti a forza di disciplina e carattere, denti
stretti e risolutezza. Poi mi ha guardata a lungo.
Sar costretto a dirgli quello che so.
Secondo me fai bene.
E le ragazze?.
A Sarah lo dico io ho risposto. E anche a
Emily.
Emily non capir. Lo sai, vero?.
Secondo te conta qualcosa il fatto che fosse cos
vecchia?.
Per Emily?.
Per la polizia.
A quanto ne so io, non ce nessuno sconto speciale.
Sicuramente dipende da come la inquadra
l'avvocato.
Non ne conosco neanche uno.
Cerchiamo di non pensarci, va bene?.
Avrei dovuto continuare l'analisi ho detto.
E perch hai smesso?.
Quel tizio aveva la libreria piena di libri di
Isaac Singer e sui tavoli cerano tutte statuine tipo
Olocausto fuse a cera persa. Una marea di corpi
smembrati di gente sottoposta a tortura, avvolti
nel filo spinato e piantati su un palo. Magari ero l
che parlavo di mia madre e appena alzavo gli
occhi vedevo un tronco senza braccia e senza
gambe tutto proteso verso di me.
Jake si  messo a ridere. Siamo andati a sederci
sulla sterpaglia che circondava l'alberello. Jake si
 acceso un'altra sigaretta.
E poi gli piaceva giocare con le parole. Gli ho
raccontato della citt di mio padre, del fatto che
era stata allagata, e lui mi ha guardato, ha spalancato
gli occhi come fosse un gatto col topo e ha
detto: "Splash!.
Splash?.
Esatto. Ma che me ne facevo di un commento
del genere? Quel tizio me costato migliaia di dollari
e ha saputo solo farmi passare la voglia di leggere
Philip Roth.
Esistono altri psicoterapeuti.
Ho cominciato a strappare l'erba sotto di me, cosa
che una volta avevo detto a Sarah di non fare mai.
Per un po' ci sono andato anch'io dall'analista
ha detto Jake. Ti do solo quest'indizio: la mia portava
delle calze alla Pippi Calzelunghe.
Frances Ryan? Sei andato da Frances Ryan?.
L'ho guardato incredula.
Dopo che sei partita, mi ha dato una mano.
Frances Ryan aveva fatto la specializzazione all'Universit
di Madison quando abitavamo l
anche noi; la conoscevano tutti per quelle sue
calze inconfondibili.
E le porta ancora?.
Dall'ultima volta che l'ho vista saranno passati
almeno dieci anni. Non credo che siano ancora opportune
dopo i quaranta.
Secondo me non erano opportune neanche
prima.
Meglio che un torso martoriato ha detto Jake
passandomi la sigaretta.
Ultimamente, escludendo omicidi e seduzioni,
avevo limitato i vizi al punto che con una sola boccata
ho sentito subito lo sballo. Durante la terapia
avevo lavorato sul controllo, finch un sabato dal
fruttivendolo mi ero messa a picchiare meloni. Ne
avevo preso uno e mi sembrava di tenere in mano
la mia testa; l'analista ci aveva frugato dentro
tanto che mi aveva ridotto il cervello in pappa.
Adesso che facciamo? ho chiesto a Jake.
Intanto andiamo a prendere Sarah. Una cosa
per volta. Non credo che possiamo fare altro,
finch non ci chiamano.
O finch non vengono di persona.
Dietro di noi  arrivata una macchina. Ci siamo
voltati a guardare. Era un furgone con una serie di
lastre di vetro a specchio fissate da un lato e dall'altro.
Il tizio al volante ha spento il motore, lasciando
la radio accesa su un filo diretto con gli
ascoltatori; dai finestrini aperti si riversavano
fuori ondate di rancore.
Pausa pranzo ha dedotto Jake.
Ho continuato a guardarlo finch non ha finito
di fumare. Con la sigaretta in mano aveva sempre
avuto un'aria sciocca, in qualche modo troppo
femminea; mi dava l'impressione che stesse declamando
qualcosa adagiato su un sof.
Insomma, Phin te la sposi?.
Jake ha riflettuto qualche momento.
Probabilmente no ha risposto alla fine.
Perch?.
 efficiente.
Cio?.
Bravissima a organizzare cene e viaggi.
E a dare da mangiare ai cani?.
 da tanto tempo che ho trasferito l'affetto su
di loro.
Su Milo e Grace?.
Sugli animali in genere.
Non mi sembra da te.
Pensa come mi sono ridotto. Ha sorriso. Oltretutto,
l'attrazione  troppa per poterla contrastare.
Tu puoi capirmi.
Povero disgraziato ho detto.
Jake mi ha guardata. Non gli avevo mai visto
quegli occhi: sembravano come pestati, schiacciati
dal mio esistere. Io ti amavo, Helen.
Quello che avevo fatto, non solo a mia madre,
ma a tutti, all'improvviso mi  parso smisurato.
Non ho fatto in tempo a trattenermi. Sono sbottata
in un gracchio spezzato, rumoroso, simile al
verso che si fa vomitando, e da un momento all'altro
mi sono trovata in un mare di lacrime. Le
cataratte si sono aperte e muco e saliva mi hanno
inondato la bocca e il naso. Non c'era dove nascondersi
e allora, con la testa fra le mani, mi sono
stesa su un fianco per affondare il viso nella terra.
Non fare cos, Helen ha detto Jake. Non fare
cos.
L'ho sentito che si inginocchiava e mi accarezzava
piano prima la schiena, poi una spalla. Ho
fatto quello che potevo per non reagire alla sua
presa; anche inspirando enormi boccate d'aria, mi
sembrava di non riuscire quasi a respirare. Continuavo
a piangere e tossire sfregando i pugni nella terra.
Helen, ti prego.
Jake mi ha preso per un polso e io l'ho guardato.
Ho rovinato tutto! Tutto!.
Il tizio del furgone aveva alzato il volume; dalla radio arrivavano richieste per l'espulsione degli immigrati clandestini.
Devi controllarti mi ha detto Jake. Per il bene delle ragazze. Per il mio. Chiss, magari non succede niente.
Per qualche motivo mi sembrava che non ci fosse prospettiva peggiore: riuscire addirittura a
farla franca, tanto scarse erano le prove che avessi
perso la mia vita per lei. Alla fine della storia ero
davvero insignificante.  per questo che mi sono
fermata? O perch quando mi sono tirata su e Jake
mi asciugava il viso con la sua camicia, mi sono
accorta che il tizio del furgone si era spostato tre
spazi pi avanti, per non doverci vedere mentre
pranzava? Un attimo dopo aver notato questo, ho
visto la donna nel vetro a specchio fissato al furgone.
Ero io. Seduta per terra in un parco desolato
della Pennsylvania. Un uomo al quale una volta
ero stata sposata, con il quale avevo avuto due figlie,
stava cercando di stringermi. E dietro di me
ho visto l'alberello, le griglie spaccate e il ciglio della strada statale.
...
.
...
Capitolo quattordicesimo.
...
.
...
Jake  andato subito a prendere la vodka e
quando ha tirato su il cuscino dentro l'armadietto
ho visto che il Bat-telefono lampeggiava furioso
per i messaggi.
Sentiamo la segreteria?.
S.
Dopo quelli lasciati da Natalie il giorno prima,
ce nera uno in cui Emily diceva di aver provato
anche lei a chiamarmi sull'altro telefono.
Ma questo per qualche motivo mi sembra pi
adatto continuava. Ricordati, stai entrando in
una fase nuova ed emozionante della tua vita. Riprovo
pi tardi quando ho messo i bambini a
letto.
La met delle cose che dice mi sembrano
sempre chiacchiere inutili ho detto.
Jake  andato in cucina a recuperare il suo bicchiere.
Quella dopo era Sarah. La sua voce ha investito
la casa silenziosa con la solita veemenza.
Mamma? Cazzo, stronzo, lasciami in pace.
Scusa, ma', c' un coglione che a quanto pare ama
i culi grossi. Senti, l'altro telefono d occupato. Io
sto andando alla stazione a prendere il treno
prima. Arrivo verso le due e mezza, okay? Se non
puoi venirmi a prendere vado in quell'orrendo
T.G.I. Friday's che c' di fronte, sempre che esista
ancora. Magari mi piglio le patatine col formaggio
fuso. Crepa, stronzo! E guarda che dico sul serio.
Scusa, mamma. Alle due e mezza, okay? Ciao.
Sono rimasta davanti all'armadietto e ho aspettato
che la segreteria mi dicesse in che giorno e a
che ora era stato lasciato il messaggio. Questo segnava
il prima, ho pensato. Prima che le mie figlie
sapessero che avevo ucciso la nonna.
Jake si era versato una vodka liscia in un bicchiere
da bibita e la sorseggiava sulla porta della
camera da pranzo.
Oggi  la seconda gli ho detto.
Oggi le regole non valgono.
Ho pensato alla scatola che tenevo nello scantinato,
quella con le lettere che mio padre mi aveva
scritto quando io e Jake avevamo passato due mesi
in Europa, subito dopo la nascita di Emily. L'universit
aveva assegnato a Jake una borsa per l'estero
e noi avevamo scelto il posto pi ovvio:
Parigi.
Mentre lui andava per musei o si vedeva con
altri pittori, io giravo con Emily, che portavo a tracolla
sul petto in una specie di amaca centroamericana.
Mi sono ricordata del caldo che avevo e di
quanto mi sentivo sola. Avevo imparato a ordinare
un piatto di formaggi e una birra al bar e ad andare
alla libreria franco-americana. Gonfia di formaggio
e luppolo, facevo tutti i giorni lo stesso
tragitto di quindici isolati senza parlare con nessuno
e per colpa dell'amaca a poco a poco mi era
venuta una piaga sulla spalla. Il bello, per me, non
era la possibilit di visitare il Louvre o di scandagliare
gli anfratti pi remoti del Bon March, ma
l'arrivo delle lettere che mi spediva mio padre descrivendo
le sue giornate, raccontandomi i progressi
del suo orticello o informandomi se sugli
alberi fra il giardino loro e quello della Leverton
c'era un solo allocco o due, casomai il maschio si
fosse trovato una compagna.
Quindi abbiamo due ore di tempo ha detto
Jake. Io vado a farmi una doccia. Cosa le dirai,
Helen?.
Ancora non lo so.
Meglio che ti prepari. Sarah non  stupida e
non ci sar il telefono di mezzo.
Emily ho detto.
Richiamala.
Non ce la faccio.
Fatti coraggio ha detto Jake, poi se n' andato.
Una volta, a Seattle, Emily mi aveva fatto vedere
che toglieva sempre le vitamine dai flaconi e le
metteva in bellissimi vasetti di porcellana su un
piatto girevole di ciliegio fatto a mano, al centro di
una delle varie penisole della loro cucina. Quando
io scioccamente le avevo chiesto come facessero i
bambini a sapere quali erano le loro, Emily mi
aveva detto che per un bimbo era pi facile ricordare
un colore che una scritta e dunque Jeanine
sapeva che avrebbe trovato le sue nel vasetto di
smalto celeste.
Emily era sempre stata un passo avanti a me, fin
da quando era nata. Aveva imparato a vestirsi e
allacciarsi le scarpe da sola prima che io fossi pronta
a rinunciare a questi compiti ed era stata assolutamente
categorica sul fatto di assumersi le proprie
responsabilit appena aveva potuto. Se
tentavo di leggerle una favola o di versarle i cereali
nella scodella, mi strappava dalle mani Harold e la
matita viola o la scatola di comflakes e con una
certa prepotenza, ho sempre pensato, gridava:
Faccio io!.
Sentendo Jake di sopra, nel bagno delle ragazze,
mi sono ricordata che lasciava sempre i pantaloni
in terra dove se li sfilava. Ho aspettato che la fibbia
della cintura e le tasche appesantite dagli spiccioli
sbattessero sul pavimento. A quel punto ho preso
il Bat-telefono e ho fatto il numero di Emily.
Ha squillato tre volte.
Nessuno ha detto pronto, ma all'altro capo del
filo sentivo respirare.
Jeanine?.
Niente.
Jeanine, sono la nonna. C' la mamma?.
Ho udito il telefono che veniva appoggiato su un
tavolo o sul pavimento e dei passetti che si allontanavano.
Pronto?.
Ho aspettato per un lasso di tempo che mi sembrava
adeguato.
Pronto? ho ripetuto. Stavolta pi forte.
Nelle tubature al piano di sopra scorreva
l'acqua. Jake stava facendo la doccia. Ho notato
che non aveva rimesso a posto la bottiglia di
vodka. Mi  tornato in mente che quattro anni
prima, dopo averla chiamata per tutta casa, avevo
trovato mia madre raggomitolata nell'armadio
della biancheria.
Che stai facendo?.
Mi nascondo aveva risposto lei.
L'avevo trascinata fuori come fosse un animale
rimasto incastrato nel vespaio sotto la casa; sul
fianco sinistro aveva una grossa striscia di polvere.
Per pulirla, le avevo battuto la vestaglia.
Smettila! aveva strillato. Smettila di picchiarmi!.
E avevo dovuto ricordare alla signora Castle di
tenere chiuso a chiave quell'armadio.
Volevo solo cambiare la tovaglia.
Perch non le avevo detto: Lei non capisce, mia
madre ci si nasconde dentro?
Ho schiacciato il telefono sull'orecchio. Arrivavano
delle voci, voci della tiv. A Seattle, Jeanine
stava guardando la televisione; un DVD, ho immaginato.
Emily e John ne tenevano una scorta nutrita
sugli scaffali che secondo me dovevano
servire per i libri. Quando gli avevo chiesto quelli
dove li mettessero, John aveva fatto spallucce. E
chi ha tempo di leggere?.
Sono rimasta un po' ad ascoltare; ho rivisto le
stanze. A giudicare dalla vicinanza del televisore,
Jeanine aveva risposto dal telefono in cucina.
Chiss dov'era Leo. E chiss Emily. A quell'ora
John sicuramente era al lavoro, a predicare a un
uditorio assai poco ambientalista le sconfinate
gioie della produzione della plastica.
L'ho soffocata sulla veranda ho sussurrato al
telefono. Nessuno mi ha risposto. Le ho tagliato
la treccia e me la sono portata a casa.
A Seattle risuonava nell'aria una musica da cartoni
animati; c'era un inseguimento in corso.
Ho riattaccato. Ho pensato al filo che, attraverso
di me, arrivava fino a Leo e Jeanine. Al fatto
che Leo quasi inspiegabilmente aveva i miei occhi.
Al fatto che Jeanine sembrava avere qualcosa della
mascella di mio padre. Nella sua risata da qualche
parte c'ero io e quando cantava, come faceva
spesso, mi ricordava mia madre che cantava nella
casa silenziosa ai tempi in cui ero bambina.
Sono salita in camera. Quando era piccola,
avevo raccontato a Emily che discendevamo dai
Melungeon del Tennessee. Emily si era resa conto
molti anni dopo che si trattava di uno scherzo, ma
per qualche tempo ero riuscita a convincerla che
le sue origini risalissero a quella strana e sperduta
popolazione che viveva fra i monti del Tennessee
orientale, tagliata fuori dal resto del mondo. Passando
davanti al bagno, l'avevo vista che si guardava
nello specchio cercando il segno rivelatore
della pelle bluastra. In Sarah diceva di aver rintracciato
la fronte e gli zigomi alti e l'aria quasi
asiatica; su di s, invece, non vedeva nulla.
Insieme alle lettere di mio padre, nello scantinato
avrei trovato il tema di Emily al quale l'insegnante
delle medie aveva dato un'insufficienza.
Non ricordavo pi come si chiamava; era un cognome
che iniziava con la B, qualcosa come
Barber o Bartlett. Ero entrata nella scuola come
una generalessa, con una parodia di divisa mammesca
ideata per l'occasione - scamiciata di velluto
e un paio di beb assurde - e avevo aggredito
l'insegnante di Emily con tutta la mia veemenza.
Con ci ero riuscita a ottenere un buono per
Emily, e la sua richiesta di non fare pi una cosa
del genere. Continuo tuttora a vedere quei momenti
spesi in difesa delle mie figlie come i pi
belli della mia vita.
Jake stava facendo i gargarismi nel bagno delle
ragazze. Il profumo vago del suo dopobarba al
muschio mi  arrivato mentre stavo per chiudere
la porta a chiave.
Sono entrata nel guardaroba. La maggior parte
delle valigie era stipata all'altro capo della casa,
nell'armadio che a poco a poco, da contenitore di
scarpe e indumenti che Emily poteva mettersi
quando veniva a trovarmi, era diventato un mobile
in cui conservare roba che magari non avrei pi
usato ma che non mi andava di buttare. Le tante
sciarpe e i maglioni sbilenchi troppo grandi o
troppo piccoli che mia madre aveva fatto negli
anni, per, li tenevo nel mio armadio in un vecchio
borsone di Jake: un malloppo verde militare pericolosamente
in bilico su due scatole, sul ripiano
sopra la sbarra delle stampelle.
Sono salita su uno sgabellino che Sarah aveva
fatto a scuola al corso di falegnameria e ho continuato
a battere con la destra sul borsone finch
non  venuto gi. Non pensavo a cosa stavo facendo.
Sapevo che dovevamo andare a prendere
Sarah alla stazione. E sapevo che la polizia sapeva
pi di quanto dicesse. Jake aveva ragione: seppure
minima, c'era ancora una possibilit di farla
franca; ma quella mattina, a un certo punto mi ero
resa conto che non importava se ci sarei riuscita
davvero oppure no. In definitiva sarebbero state le
mie figlie a giudicarmi e a loro intendevo dire
tutto; non sarei mai stata capace di imbrogliarle,
n volevo farlo.
Ho aperto la grossa chiusura lampo dorata del
borsone di tela e ho tirato fuori la triste pila di
creazioni di mia madre.
Com' che tutti i suoi lavori a maglia hanno
sempre un colore da vomito? aveva commentato
Sarah un Natale. Le ragazze stavano entrando allora
nell'et adulta e quell'anno mia madre aveva
superato s stessa facendo un soprabito di lana a
tutte e due. Aveva usato un assortimento di gomitoli
creando un disegno mlange e a onor del vero,
bench in teoria dovesse avere un effetto autunnale,
il risultato sembrava pi che altro intestinale.
Ho trovato subito uno di questi soprabiti e l'ho
rinfilato dentro; gli altri lavori li ho ammucchiati
sopra uno schedario che tenevo in un angolo. Poi
ho controllato l'accozzaglia di scarpe che possedevo
e ho scelto quelle scalcagnate da ginnastica
che usavo per fare giardinaggio. In quel momento,
in corridoio, ho sentito che Jake stava venendo
verso camera mia. Tre camicie. Dal com pantacollant,
mutande, una maglia di cachemire. Mi ero
gi messa i jeans buoni; un altro paio l'ho infilato
nel borsone. Nell'ultimo cassetto c'erano le sottovesti
e una tuta sportiva di nylon con le strisce catarifrangenti
che al negozio mi era sembrata chic;
ho ficcato dentro la tuta e ho tirato la lampo.
Jake ha bussato delicatamente alla porta.
Helen? Sei sveglia?.
Ho lasciato il borsone a terra e ho chiuso il guardaroba.
Certo ho detto.
Il pomello stava girando a destra e sinistra.
 chiusa a chiave ha detto lui.
Quando ho aperto, Jake aveva gli occhi velati;
pendeva leggermente a destra.
Ti sei fatto la doccia con la vodka?. L'ho preso
per mano e l'ho guidato fino al letto; lui si  seduto
pesantemente sul materasso.
Stenditi e riposati un attimo gli ho detto. Ti
sveglio io quando  ora di andare a prendere Sarah.
Jake ha fatto segno di s muovendo su e gi la
testa. In effetti, sono stanco.
Ovvio che sei stanco. Il veleno dov'?.
Non bere, Helen mi ha messo in guardia lui.
Devi restare lucida.
Ho sorriso.
Lo so. Voglio solo metterlo a posto.
Dovremmo chiamare Phin. Phin potrebbe aiutarci.
Gli ho posato una mano sul petto e ho spinto.
Jake  caduto all'indietro sul materasso.
Ha tirato su le ginocchia e si  rannicchiato fra
le lenzuola sfatte.
Sei stato meraviglioso gli ho detto.
Milo e Grace adorano leccare la faccia ha
detto lui. A Phin non piace.
Ho preso un cuscino dalla spalliera per farglielo
mettere sotto la testa. Dormi un po'.
Un attimo dopo ho sentito il suo respiro trasformarsi
in un russare leggero. L'ho toccato. Mi
ero resa conto di aver dimenticato i calzettoni, ma
non volevo rischiare di svegliarlo. In punta di piedi
mi sono avvicinata all'armadio, ho agguantato il
borsone, poi sono scesa piano piano in corridoio -
Caracas? Chiss - e sono andata in garage. Ho nascosto
il borsone dietro il tosaerba e alcuni secchi
di plastica vuoti, rimasti dall'ultima volta che
avevo fatto ritinteggiare la casa; l non lo avrebbe
notato nessuno.
Quando doveva nascere Sarah, avevo dedicato
tutta la giornata a prepararmi la valigia per l'ospedale.
Spazzolino nuovo, camicia da notte
nuova, perfino una cipria compatta, perch in
tutte le fotografie che mi ritraevano con Emily in
braccio avevo la faccia madida di sudore. Ero
stata una delle rare mamme, aveva detto poi il ginecologo,
per cui il secondo parto si era rivelato
pi difficile.
Colpa della mia testona concedeva Sarah.
La tua bellissima testona la correggevo io.
La trappola adesiva che avevo messo vicino ai
bidoni della spazzatura all'inizio della settimana
non era pi al suo posto. Sono rimasta immobile
ad ascoltare; a quest'ora, dovunque si fosse trascinato,
il topo doveva essere morto o comunque moribondo.
Tornata di sopra, ho visto la bottiglia di vodka
sul davanzale della finestra in camera di Sarah;
ce n'era ancora almeno un terzo. Jake era sempre
stato uno che si ubriacava facilmente. La prima
volta che eravamo usciti insieme, un grintoso ordinario
dell'universit lo aveva sfidato a una gara
di bevute e nel giro di un'ora Jake era finito sotto
il tavolo.
In previsione dell'arrivo di Sarah, mi sono
messa d'impegno per rassettarle la stanza. Le
altre, anche quella di Emily, le avevo fatte ritinteggiare
tutte di bianco, ma nella sua avevo mantenuto
l'azzurro lavanda che aveva voluto lei anni
prima.
Ho dato una passata vigorosa al copriletto viola,
lisciando le pieghe rimaste nel punto in cui Jake si
era seduto, probabilmente per infilarsi le scarpe.
Non avendolo fatto quando era entrata in vigore
l'ora legale, ho messo avanti di un'ora la sveglia e
con l'orlo del maglione ho spolverato intorno agli
oggetti sul com.
In questa stanza, tre anni prima, avevo dato
fondo a una violenza di cui non mi ero mai creduta
capace. Sarah era venuta a casa con un certo
Bryce, un ragazzo che mi aveva insospettito fin da
quando ero andata a prenderli alla stazione. Era
il classico wasp, bianco anglosassone e protestante
all'ennesima potenza e sosteneva di provenire
da un'antica famiglia del Connecticut. La
cosa mi era abbastanza indifferente e dopo cena -
una cena durante la quale Bryce aveva parlato soprattutto
di s - ero andata in camera mia per lasciare
la casa a loro disposizione.
Il primo schiaffo fu come uno sparo lontano; al
secondo mi tirai su di botto. Sentii Sarah sforzarsi
come quando una persona cerca di non emettere
suono ma non riesce a trattenersi. A quel punto
ero gi a met corridoio, in camicia da notte e con
la mazza da baseball che mio padre mi aveva regalato
per difesa.
Sarah mi aveva fatto giurare di mantenere il segreto;
Emily e Jake non dovevano sapere che si era
lasciata picchiare da un uomo. Quando avevo
brandito la mazza e l'avevo scaraventata pi forte
che potevo sullo stipite della porta, Bryce era scappato
a piedi.
In camera di Sarah mi sono stesa sul tappeto e
senza pensarci ho dato inizio alla serie di esercizi
di allungamento che da quindici anni facevo tutte
le mattine.
Alluna e mezza, rientrando in camera mia, ho
trovato Jake che dormiva nella stessa posizione in
cui l'avevo lasciato. L'ho chiamato sottovoce, ma
avevo gi deciso di andare senza di lui. Gli ho
scritto un biglietto sul mobile di cucina per avvertirlo
che sarei tornata con Sarah. Ho riposto la
bottiglia di vodka nell'armadietto dei liquori e
stavo per rimettere dentro il Bat-telefono col suo
cuscino, quando mi sono bloccata: ho strappato il
filo dal muro e ho portato fuori l'apparecchio per
buttarlo nella spazzatura.
Riflettendo se prendere o no il borsone, alla fine
ho rinunciato; non ero ancora pronta. Se possibile,
volevo preparare la cena per Sarah e svegliarla
l'indomani mattina portando su un bricco
di caff bollente da dividerci.
Non mi ero mai abituata all'ora di punta ufficiale
che vigeva nei suburbi, incentrata sull'uscita dalla
scuola e sui genitori tutti in fila in macchina ad
aspettare. Dall'epoca in cui le mie figlie avevano cominciato
a fare avanti e indietro, il fatto di andare
a prendere i bambini in macchina, alimentato dalle
storie di rapimenti, era diventato sempre pi una
consuetudine; ci nondimeno, mentre avanzavo
adagio lungo la via in cui era situata la scuola elementare
di Lemondale, mi ha fatto piacere vedere
almeno tre o quattro pulmini gialli parcheggiati
lungo il marciapiede.
A Crescent Road sono stata fermata da una giunonica
vigilessa addetta all'attraversamento pedonale,
con tanto di fascia bianca e fischietto.
Davanti alla mia macchina  passato un turbine di
bambini - alla Lemondale li chiamavano le
matricoline - che mi ha fatto pensare alle nuvole in
movimento sulle carte del meteo in tiv. Cerano
solo pochi bambini che camminavano da soli, a
capo chino, con lo zaino che gli tirava gi le spalle;
gli altri correvano o si strattonavano per le giacche
e le magliette, mollavano in terra gli zaini, gridavano
insulti e sfottevano i compagni sul marciapiede
opposto.
Ho proseguito, passando davanti al vecchio negozio
di strumenti musicali in cui avevo comprato
il disprezzatissimo clarinetto di Emily: adesso era
una pasticceria che si chiamava "Il massimo del
dolce. Ho ripensato ai tempi in cui le ragazze andavano
ancora a scuola, quando le loro amiche mi
piombavano in casa e consideravano normale che
preparassi loro dei panini su ordinazione: a quella
piaceva la maionese; quell'altra voleva solo la senape.
Un'amica di Emily, contrariata dal suo, era
venuta apposta in cucina per spiegarmi la differenza
fra la gelatina di frutta che aveva richiesto e
la marmellata che le avevo dato.
Per Sarah, il treno pi comodo in partenza da
Manhattan si fermava a Paoli; in questo modo non
era necessario cambiare a Philadelphia e si poteva
arrivare con l'Amtrak. Anzich attraversare il
ponte per raggiungere l'uscita della stazione, ho
calcolato i minuti sull'orologio e ho parcheggiato
in doppia fila davanti a Starbucks.
Rapidamente sono andata al banco dell'Amtrak
dentro la stazione e ho chiesto l'orario corrente
della linea Washington-Boston; tornando indietro,
ci ho ripensato e al gabbiotto della septa ho preso
anche due o tre dei loro orari. L'ho fatto meccanicamente,
come avevo fatto i miei esercizi di allungamento
o preparato e messo in garage il borsone.
Il mio cervello si era diviso in due: una met era
concentrata sui compiti della normalit - andare a
prendere mia figlia alla stazione -, l'altra era concentrata
sulla fuga.
Sono risalita in macchina e ho ripreso la strada
nella direzione da cui ero venuta. Guidare quell'auto
rossa mi faceva sentire ancora pi esposta;
ma prima era rimasta parcheggiata nel vialetto,
bloccando qualsiasi altra scelta. Ho ripensato alla
promessa a Hamish, che quella sera ci saremmo
rivisti, e mi sono chiesta se ero uscita di senno; mi
si  parata davanti l'immagine di Natalie vestita da
vigilessa che mi intimava l'alt con la paletta.
Sarah era in cima alla scala che scendeva dai binari
e controllava il parcheggio. Aveva un montone
sdrucito e un vecchio paio di stivali marca
Frye che mi aveva sequestrato l'ultima volta che
era venuta a casa. Fanno cos vetero-hippy metropolitano!
aveva detto. Incredibile che ti mettessi
una roba del genere. Quando le ho detto che
a quanto pareva adesso li portava lei, ha risposto:
S, ma io mica faccio sul serio.
Aveva i capelli divisi in due trecce che le arrivavano
alla vita e sulla testa era assembrata una miriade
apparentemente infinita di fermacapelli di
strass. Poich non avrebbe riconosciuto la macchina,
sono andata l, mi sono sporta verso il finestrino
del passeggero e l'ho chiamata.
Oddio, mamma, ma questa  una macchina da
rimorchione! mi ha detto gettando la borsa sul
sedile di dietro.
Si  seduta accanto a me e mi ha dato un bacio
sulla guancia. Con quel bacio mi ha dato anche la
scossa, come se avesse strofinato forte i piedi sulla
moquette.
Scusa ha detto.
Siamo uscite dal parcheggio.
Com' andato il viaggio?.
E questa che sarebbe, la crisi dei cinquantanni?
ha ribattuto lei. Esci e comprati una
macchina sportiva"? Credevo che fosse una cosa
da uomini.
Le donne si fanno il botox ho detto io.
Giusto. E allora, che succede?.
Veramente ho detto, la macchina non  mia.
 presa a nolo.
Ecco! Dovevo capirlo dall'odore! E la tua
dov'?.
Eravamo ferme a un semaforo davanti alla Roscoe
Automotive e a una sede della Mail Boxes Etc.
Automobili e corrispondenza, ho pensato. Treni.
Con quella testa sembri una palla da discoteca
le ho detto.
Non eludere la domanda.
La mia macchina  in garage e tuo padre sta
dormendo nel mio letto.
Non avevo resistito alla tentazione di stuzzicarla.
Era un gioco che facevamo da quando Sarah
era piccola, quello di chi riusciva prima a esasperare
l'altra a forza di esagerazioni. Sarah aveva
sperato di poter trasformare in arte questa sua inclinazione
precoce; era una ragazza portata per gli
abbellimenti e l'eloquio elegante. Se Emily possedeva
un distacco connaturato, Sarah aveva la
capacit di distrarre chiunque dal principale argomento
di conversazione. Di conseguenza, nessuno
pensava mai di ottenere una risposta vera
chiedendole come stava. Era la stessa cosa che
aveva portato come un assegno in bianco ai suoi
corsi di canto: sapeva cantare abbastanza bene,
ma... E in quel "ma c'era tutto: un magnetismo
spumeggiante e quella che temevo potesse essere
un'incipiente versione della follia di famiglia.
Racconta mi ha detto.
Dopo l'ospedale ho accelerato. Si capiva che
Sarah si sentiva bene; aveva le guance rosse come
se avesse appena corso. Ma Sarah non correva. N
faceva moto. Quella che parlandone con me definiva
la tua crocifissione ginnica non era roba
per lei. Lei a volte faceva la fame e a volte si abbuffava,
beveva e fumava; e sicuramente faceva
anche altro.
Le cose da raccontare sono tante ho detto.
Preferisco non tornare subito a casa. In ogni
caso, tuo padre ha bisogno di riposare. Se siamo
noi due da sole, magari  pi facile.
Avverto una certa enfasi.
Andiamo da qualche parte. Poi ti dico tutto
quello che vuoi sapere.
Per! ha esclamato lei, ma senza aggiungere
altro. Mentre passavamo davanti al ristorante
Easy Joe, ho notato che stava controllando uno
per uno tutti i suoi fermacapelli di strass; stringeva
la sagoma fra pollice e indice e verificava che tenesse.
Com', le trecce? ho chiesto.
Boh, non lo so. Avevo i capelli bagnati. Ma ti
piacciono o no?.
Mi fanno pensare a tua nonna.
Ho capito, non ti piacciono.
Sapevo gi qual era la nostra meta; Hamish era
stato il primo che avevo portato l dopo anni. Di
giorno, i campi invitavano l'occhio, finch le torri
fra gli alberi non lo agghiacciavano di botto.
Mentre passavamo davanti all'Ironsmith Inn
per girare a sinistra e imboccare la salita, Sarah ha
tirato un gran sospiro.
Niente Schlitz? ha detto dispiaciuta.
Senza neanche guardare lo specchietto, ho ingranato
la retromarcia e ho infilato il parcheggio
del locale all'indietro.
Paghi e porti via ho detto. Di, sbrigati.
Mi piace questa nuova Helen ha detto Sarah
raggiante. Ha agguantato la mia borsa dal pavimento
della macchina e si  diretta verso l'entrata.
Non si poteva certo dire che quando davo una
brutta notizia non mi sinceravo che la gente avesse
di che tirarsi su.
Dalla vetrata ho visto Sarah che parlava al
banco con Nick Stolfuz; si stava disegnando con le
mani un cerchio gigantesco sopra la testa. Nick ha
riso e le ha consegnato una confezione da sei birre
e il resto. Sulla porta, Sarah si  girata a fargli ciao
ciao.
Di che stavate parlando? le ho chiesto.
Gli ho descritto la parata di Macy's per il
giorno del Ringraziamento.
Sono uscita dal parcheggio e ho proseguito.
Sarah ha staccato la linguetta dalla lattina e ha
sorbito la schiuma.
E come sei arrivata al discorso?.
Gli ho detto che abito a New York.  una vita
che Nick vorrebbe andare su per la parata.
Le sorprese non finiscono mai.
Siamo passate sotto la galleria con la chiave di
volta e siamo riemerse dall'altro lato.
Dovresti mostrarti un po' interessata, ma'.
Nick  sfidanzato, sai?.
No, grazie.
Cavolo ha detto lei e si  battuta un pugno
sulla coscia. A quest'ora potevo avere un bar tutto
mio. Stiamo andando al posto della centrale? mi
ha chiesto orientandosi.
S.
Ogni tuo desiderio  un ordine ha sentenziato.
Era un modo di dire che le avevo insegnato io.
Abbandonando la strada asfaltata, mi sono fermata
sullo spiazzo ghiaioso dove la sera prima io
e Hamish eravamo stati insieme in macchina. Mi
ha fatto piacere tornare l in un'auto noleggiata,
con l'alberello profumato che oscillava appeso all'accendisigari.
Ho spento il motore.
Sarah ha preso un sorsetto di birra. Ti dispiace
aprire i finestrini?.
Meglio, scendiamo ho detto.
Birra?.
No.
Sarah si  ficcata comunque un'altra lattina
nella tasca del montone.
Scendendo, le gambe non mi hanno retto e ho
perso l'equilibrio. Mi sono girata appoggiando subito
le mani sul tetto della macchina per tenermi
in piedi. Sarah  accorsa.
Mamma, ti senti male?.
In televisione c'era una serie poliziesca in cui
uno sbirro, un duro, bloccava sempre il delinquente
sbattendolo col petto sulla macchina, ma
cos forte che si sentiva il tonfo. Guardavo questi
telefilm con mia madre e ogni volta che la scena si
ripeteva, tutte e due ci mettevamo a ridere. Li
chiamano i pregiudicati aveva detto mamma
una sera e io avevo pensato che passare un momento
rilassato insieme capitava ormai cos di
rado che anche quella stupida serie mi faceva contenta.
Sono debole, Sarah.
Debole? E con questo che vuoi dire?.
Una persona debole.
Ho preso fiato. Avevo cominciato.
Camminiamo un po'. E ho attraversato la
strada. Nonostante tutte le volte che ero stata in
quel posto, non avevo mai messo piede in Garnet
Lane; ma avevo deciso che la nostra camminata
l'avremmo fatta l. Era una stradina privata piena
di buche enormi, da cui spuntavano erbe selvatiche
e gramigna.
Mamma, che stai dicendo? Rallenta. Sarah
mi ha raggiunto. Teneva in mano la lattina aperta
di birra.
Se vuoi che ti racconto tutto, devo continuare
a camminare.
La odio questa tua ginnastica del cavolo. Guai
a te se mi fai pompare le braccia.
Sarah, io sono una persona moralmente debole.
Ma va chiarito subito che questo non ha ripercussioni
n su di te n su Emily.
Sarah mi  corsa davanti e mi ha bloccato la
strada. La birra aveva fatto la schiuma e qualche
goccia  caduta per terra.
Non mi fermare ho detto.
Mamma, che  successo?.
Cammina.
No.
L'ho scansata e ho proseguito. Un attimo dopo
Sarah mi camminava al fianco.
Va bene, ti ascolto ha detto.
Non so da dove cominciare.
Alla nostra destra uno stormo di anitre  volato
via dai cespugli in cui stava nascosto. L'aria si  riempita
di battiti d'ali.
Per esempio, dal perch  venuto pap.
L'ho chiamato io.  arrivato da Santa Barbara
ieri sera.
E perch?. Sarah ha preso un sorso precauzionale
di Schlitz.
Non ce la facevo. Non ancora.
Te lo ricordi Hamish?.
Certo.
Ieri sera sono stata con lui. Nella mia macchina.
Due volte, una nel vialetto di casa sua e
un'altra qui, dove abbiamo parcheggiato.
Cazzo! Sul serio? ha detto Sarah.
Sul serio.
Hamish, il nostro dio biondo un po' tonto?.
S.
E questa sarebbe la tua debolezza morale? Va
bene, sar un po' fuori dai canoni, ma mi sembra
una gran figata.
Abbiamo continuato a camminare. Dopo il
tratto che ero sempre riuscita a vedere dalla macchina,
Garnet Lane scendeva ripida; l'asfalto cedeva
il posto alla terra battuta.
Tutto qui? ha chiesto Sarah.
No.
Allora, che altro c'?.
Tua nonna  morta ho detto.
Come?.
 morta ieri sera e io ho chiamato tuo padre.
Sarah mi ha afferrato un braccio.
Che notizia, mamma. Tu ceri?.
Non stiamo camminando ho detto io.
Ceri?.
S.
Sarah mi ha tirato e ha cercato di abbracciarmi.
Malgrado le sue parentele era sempre stata una
persona molto fisica. Da ragazza, Emily l'aveva soprannominata
l'invasore Facciale perch non capiva
mai quando la propria vicinanza diventava
eccessiva.
Sei pelle e ossa mi ha detto.
Ho fatto un passo indietro e l'ho guardata. Mi
sentivo le lacrime agli occhi e sapevo che non sarei
riuscita a trattenerle.
E tu sei la mia bellissima figlia ho detto.
Mamma, non te la prendere. Tu ti sei fatta in
quattro per lei. Mi ha offerto la birra, ma ho
scosso la testa.
L'ho ammazzata, Sarah.
Ma che assurdit.  stata lei a esaurirti.
Non dire cos.
Scusa. E mi dispiace che  morta, ma di, ammetti
che ti sei sacrificata per lei.
Tu non capisci ho detto. Mi sono sciolta dal
suo abbraccio e ho guardato indietro, verso la
macchina. Eravamo scese in un avvallamento
tanto profondo che non si vedeva pi la strada
asfaltata.
I campi erano coltivati a orzo o a grano. Avevo
sempre vissuto circondata dai campi, ma per me
erano solo pezzi di terra di vari colori, cose belle
soprattutto perch non erano edifici in costruzione.
In vita mia non avevo mai conosciuto un
contadino.
Ascolta. Mi dispiace. Lo so che le volevi bene,
ma sia io che Emily pensiamo che non hai mai
avuto una vita tua proprio per questo.
Ma io l'ho avuta una vita mia ho detto. Ho
avuto voi due.
Lei  rimasta in silenzio. E pap avrebbe fatto
tutto questo viaggio perch la nonna  morta?.
Nella sua testa era scattato qualcosa.
S.
Ma pap la odiava.
Non  quello il motivo ho detto.
E allora qual ?.
Ho gi provato a dirtelo. Perch io ho risposto
indicando me stessa, indugiando un istante, l'ho
ammazzata.
Vedevo che l'idea cominciava ad attecchire; e
non potevo scacciarla. Non c'era mercurocromo
per quella ferita, n spray o unguenti lenitivi.
Che hai fatto?.
L'ho soffocata con un asciugamano.
Sarah  indietreggiata e ha lasciato cadere la lattina
di birra.
Non ci stava pi con la testa ho detto. Ho pensato
agli occhi di mia madre che mi guardavano,
ai suoi anelli con i rubini che scintillavano alla
luce dell'ultimo sole, al rumore che aveva fatto il
suo naso quando si era spezzato. Credo che non
mi abbia nemmeno riconosciuta.
Basta, non dire pi niente.
La polizia sta indagando. Stamattina  morta
la signora Leverton mentre la portavano via in ambulanza.
Mamma, sta' zitta! Ma che stai dicendo?.
Che ho ucciso mia madre.
Sarah ha raccolto la lattina di birra e si  avviata
verso la macchina.
Sarah ho detto, non ho finito.
Lei si  girata.
Non hai finito?.
All'improvviso mi sono sentita in preda a un'ebbrezza.
Tuo nonno si  ucciso.
Come?.
Mio padre... tuo nonno... si  suicidato.
Stai sorridendo ha detto Sarah. Ti rendi
conto che hai una faccia da pazza?.
Sono solo felice di dirti finalmente la verit.
Mi sono avvicinata. Un fermacapelli a forma di
farfalla stava per caderle. Tuo padre lo sa, ma
avevamo deciso di tenervelo nascosto. Ho fatto
per rimetterle a posto il fermacapelli. Lei si  tirata
indietro.
Tesoro.... Ho abbassato il braccio.
Lei ha cercato a tastoni il fermacapelli e se le
strappato insieme a una ciocca di capelli.
Non fare cos le ho detto.
E come?.
Si  sparato.
Tu hai dato la colpa a lei?.
All'inizio.
E poi?.
Era mia madre, Sarah. Era malata. Lo sai.
Io non so niente ha ribattuto lei. Piuttosto,
dicevi della polizia.
Il fatto  che l'ha trovata la signora Castle ho
risposto, e tua nonna era....
Mia nonna era?.
L'ho lavata.
Il suo viso si  contratto, e ha arricciato il labbro
come se stesse per rigettare.
Prima o dopo?.
Dopo.
Oddio. Sarah si  allontanata, ma stavolta attraversando
la strada piena di buche per arrivare
ai margini del bosco.
Le zecche ho detto.
Lei  subito tornata indietro. Hai ammazzato
la nonna e ti preoccupi della malattia di Lyme?.
Si era sporcata. E sapevo che non avrebbe voluto
farsi vedere cos da nessuno.
Sarah mi ha guardata intensamente. L per l
sono rimasta interdetta, poi ho afferrato.
Non dopo ho chiarito. Si era sporcata il pomeriggio.
Stavo cercando di capire come pulirla
prima di chiamare la casa di cura. Per questo
avevo preso gli asciugamani.
Voglio vedere pap.
Volevo dirtelo io. Mi sembrava importante.
Ora me l'hai detto. Ha gettato per terra la lattina
di birra, l'ha schiacciata col piede e poi se le
ficcata nella tasca del montone. Adesso andiamo
via.
Si  voltata troppo in fretta e un attimo dopo era
a terra. L'ho vista riversa al suolo e ho pensato a
mia madre; ho pensato a Leo piccolo piccolo che
urtava contro la sedia.
Tesoro mio ho detto chinandomi su di lei.
 questa cazzo di caviglia.
 rotta?.
No ha risposto lei. Sempre che tu non sia in
vena di riprovarci.
Sarah....
Era una battuta ha spiegato lei con voce piatta.
Capito? Ah-ah.
Puoi appoggiarti a me fino alla macchina ho
detto.
In questo momento non so se mi va che mi
tocchi.
Ci nonostante l'ho aiutata a rialzarsi, ma dopo
tre o quattro saltelli gi sapevo che si sarebbe rimessa
seduta.
Ce la fai ad arrivare a quel ceppo? Prima ci riposiamo
un attimo.
Di l a poco sarebbe calato il buio e gli animali
che avevano dormito tutto il giorno nel bosco alle
nostre spalle si sarebbero rimessi in movimento.
Avevo sempre preferito l'autunno; regalando giornate
pi corte, era pi caritatevole della primavera
o dell'estate.
Ci siamo messe a sedere sopra un lungo albero
divelto che sembrava aver bloccato la strada
finch qualcuno non l'aveva scansato. Una parte di
me avrebbe voluto proseguire, per vedere chi o
cosa viveva in fondo a Garnet Lane.
Siamo rimaste in silenzio. Sarah ha tirato fuori
la birra di scorta e ha staccato la linguetta. Mentre
beveva, guardavo la terra fra i miei piedi.
Emily non lo sa ancora ho detto. Tuo padre
l'ha avvertita che la nonna era morta, ma non le ha
detto come. Dopo sono andata a casa di Natalie, ma
era uscita. Si  messa con uno e la cosa  abbastanza
seria. Secondo Hamish si sposano. A casa cera lui.
Avevo bisogno di qualcuno, Sarah, e cos ci ho fatto
l'amore. Non vado fiera n di questo n del resto.
La sentivo respirare al mio fianco. Ho provato a
immaginare come sarebbe stata la mia vita se
avesse deciso di non rivolgermi pi la parola. Ho
pensato al dolore che una volta avevo inflitto a mia
madre.
Ma neanche me ne vergogno. Non so come
spiegarmi. Sapevo che era arrivata alla fine, e
quando me ne sono resa conto mi  sembrata
semplicemente una cosa molto naturale. Ha aperto gli
occhi, ma non era lei, era il suo cervello da anfibio.
Puro istinto di conservazione. So di aver sbagliato
ma non me ne pento.
La polizia lo sa?.
Penso di s.
Se vuoi rimango ha detto Sarah.
Come?. L'ho guardata. Anche lei teneva gli
occhi incollati al suolo.
Le cose a New York non mi stanno andando
tanto bene.
Ma il canto... ho detto.
Non ho un soldo. Potrei darti una mano e starti
vicina. Con la polizia e tutto.
Di l a un paio di giorni sarei sgusciata via di casa
e avrei messo il borsone in macchina e le gambe in
spalla, sostenendo che sarei tornata presto.
In un flash mi sono vista camminare per le vie
di una citt straniera. Dei bambini consumati
dalla povert mi tendevano qualche vecchia busta
di plastica chiedendomi un'elemosina. Sotto le
mie vesti voluminose, altre buste sbattevano
contro il mio corpo emaciato, buste di ogni sorta
contenenti i miei fluidi, un dare e ricevere, un sistema
di entrata e uscita di effluvi, merda e urina,
acqua salina, sangue e rimedi illegali: le ossa triturate
di animali, i noccioli di drupe pestati nel
mortaio con dei liquidi, brodaglie che bevevo ma
che non placavano mai la mia sete.
Meglio aspettare a prendere delle decisioni ho
detto. Vediamo come vanno i prossimi giorni.
Mi sono alzata e le ho offerto la mano. Lei l'ha
presa e si  tirata su traballando.
Meglio? ho chiesto.
Pi o meno.
Mentre risalivamo lentamente il pendio per tornare
alla macchina, avevo la sensazione che qualcuno
dietro di noi ci tenesse d'occhio. Come se dal
bosco la signora Leverton e mille fantasmi avanzassero
dietro di noi via via che ci allontanavamo,
ansiosi di vedere la donna che aveva ucciso sua
madre con la stessa naturalezza con cui uno
spegne la luce in una stanza vuota.
Il nonno in pratica non l'ho mai conosciuto
ha detto Sarah mentre ci avvicinavamo alla macchina.
Quella non la superi mai. Sar pure un modo
di dire che odio, ma  tosto. Resiste all'usura.
E la nonna?.
Aveva perso tutti i legami col mondo ho detto.
E io li ho sostituiti.
No, voglio dire, tu le volevi bene?.
Ci siamo fermate un istante prima di attraversare.
Anche questa  tosta.
Se fossi costretta a rispondere ha detto Sarah.
Se te lo chiedesse un giudice.
Non lo so, ho pensato. Risponderei di s ho
detto.
Alla macchina le ho aperto la portiera. Ho sentito
un gorgoglio musicale.
Questa sono io ha detto lei, tirando fuori il
cellulare dalla tasca del montone.
Tua nonna era convinta che il cellulare che le
avevo regalato fosse una bomba a mano.
Lo so.
Ho fatto il giro e sono salita al posto di guida.
 pap ha detto Sarah in macchina. Un
SMS.
Ha alzato il cellulare per farmi vedere lo schermo.
Senza badare alla sua espressione, mi sono
concentrata sul messaggio di Jake.
Helen mandato di perquisizione" diceva.
Ho immaginato Jake nel bagno di sotto, impossibilitato
a parlare per timore di essere udito.
Sarah ha rinfilato il cellulare in tasca. Dovremmo
andare a casa.
Pensi di poter guidare?.
Non con questa caviglia.
D'accordo.
Ho messo in moto e ho fatto inversione, tornando
verso l'Ironsmith. Sarah potrei lasciarla l,
ho subito pensato. Che cosa le avrei detto? Che volevo
affrontare la polizia da sola? Non se la sarebbe
mai bevuta. La conoscevo abbastanza bene
da sapere che non mi avrebbe persa di vista un attimo.
Per ragioni che temevo potessero soltanto
firmare la sua condanna - perch ero sua madre e
perch avevo bisogno di lei - Sarah sarebbe rimasta
appiccicata a me come la colla.
Natalie era a New York. Ci significava che Hamish
era da solo. Jake mi aveva detto di avere degli
amici in Svizzera, in un paesino che si chiamava
Aurigeno; si era anche preoccupato di dirmi come
si scriveva. Ma il passaporto non ce l'avevo pi; era
scaduto da anni.
Stai facendo il giro lungo ha detto Sarah.
Faccio sempre cos.
Hai paura?.
Dal momento che non rispondevo, lei ha ammesso
spontaneamente: Io s.
Siamo passate davanti a un nuovo complesso
industriale con un prato all'inglese dove si vedeva
ancora la scacchiera delle zolle appena messe a dimora.
Gli stabilimenti ora li facevano meglio rispetto
a quando le ragazze andavano a scuola.
Niente pi scatoloni di metallo circondati da
grandi anelli di comode strade d'accesso. Ora ci
piantavano camionate di alberi gi cresciuti.
Dagli edifici stavano uscendo delle persone che
si dirigevano verso le proprie automobili. Avrei
aspettato fino a tarda notte, quando nei paraggi
cerano solo gli agenti della vigilanza; a quell'ora
potevo parcheggiare e girare a piedi inosservata.
Virginia Woolf si immerse nel fiume Ouse; Helen
Knightly, nel finto laghetto del Chester Corporate
Center.
Non volevo abbandonare le mie figlie; le avevo
amate entrambe da subito. Erano il mio vanto e la
mia protezione, qualcosa da salvaguardare e qualcosa
che salvaguardava me.
Pi avanti ho visto un'insegna al neon che conoscevo
bene.
Devo andare al bagno ho detto. Mi fermo un
attimo qui.
Era l'happy hour e la sala dell'Easy Joe era gremita
di avventori incanutiti che facevano il pieno
di alcol da quattro soldi per confondere il sapore
della cena. L'arrivo di una persona della mia et
non accompagnata da un genitore era un avvenimento.
Quando dietro di me  entrata anche
Sarah, si  fatto il silenzio. Il locale era l'opposto
di un bar per motociclisti, ma una persona ci si poteva
sentire altrettanto indesiderata. Sapevo per
che vicino ai bagni c'era un telefono pubblico e
un'uscita che dava sul retro.
Ho fatto accomodare Sarah su uno sgabello di
pelle, di fronte a uno specchio bordato di liquori.
Forse ci metto un po'. Devo riprendermi un attimo.
Ordino qualcosa?.
Ho aperto la borsa. Mi servivano tutti i soldi che
avevo; ma con la mia secondogenita non ero mai
stata taccagna.
Venti bastano? le ho chiesto.
Tu vuoi qualcosa?.
Solo sciacquarmi la faccia. Quando torno andiamo
ho detto, posando le chiavi della macchina
di Jake sul banco.
Mamma?.
Ti voglio bene, Sarah. Le ho sfiorato i capelli
e la guancia.
Andr bene, mamma. C' pap che ci aiuta.
Ehi, ce l'hai quel fermacapelli a forma di farfalla?
le ho chiesto, illuminandomi.
Si  frugata in tasca e l'ha tirato fuori. L'ho preso
dalla sua mano.
Come portafortuna ho detto alzandolo. Stavo
per mettermi a piangere, perci mi sono allontanata
in fretta oltre l'angolo del banco.
Al telefono ho infilato le monete e composto il
numero.
Hamish, sono Helen ho detto. Potresti venire
a prendermi?.
Dove?.
Ho riflettuto alla svelta. Il tragitto potevo farlo a
piedi senza problemi.
Alle Industrie Vanguard. Fra venti minuti.
Sai ha detto lui, mamma mi ha detto di tua
madre.
Ho appoggiato la fronte sulla superficie riflettente
del telefono. L'ho schiacciata forte sul pulsante
del resto.
S. Alla Vanguard, va bene?.
Ci sar.
Ho riattaccato. Nella zona ristorante alle mie
spalle il vocio  aumentato.
Senza voltarmi, ho proseguito lungo il corridoio
verso i bagni delle "Giovenche e dei Tori, come
se non fosse chiaro con un minimo di traduzione
che secondo questa formula le donne erano
vacche. La porta di servizio era tenuta aperta da
una vecchia cassa grigia del latte messa su un
fianco. Stando attenta a non urtarla l'ho scavalcata
e ho aperto un po' di pi la porta per uscire.
Dietro la taverna erano parcheggiate alla bell'e
meglio alcune macchine scalcagnate - Il personale
di cucina, ho pensato - e ai margini dello spiazzo,
appena prima che diventasse tutto erba e alberi,
c'era un cassonetto. Il coperchio era tirato su e avviandomi
sulla salita ho visto in cima una grossa
busta di carta, aperta; dentro cerano dei panini,
forse vecchi di un giorno. Per la prima volta ho
pensato: Come camper? e mi sono immaginata di
l a uno, due mesi, che per fare scorta afferravo
una busta come quella.
Sul limitare del bosco mi sono fermata. Davanti
agli occhi mi vedevo Sarah che spuntava i giorni su
un calendario e viveva da sola in casa mia, in attesa
che uscissi dopo aver scontato una condanna per
omicidio colposo o preterintenzionale. Sarah
aveva bisogno di lavorare e il mio posto sarebbe
stato vacante. Forse il primo giorno l'avrebbe accompagnata
Natalie; gli studenti sarebbero stati felici
- carne nuova - e nelle pause avrebbe potuto
scambiare due chiacchiere con Gerald. Mia
madre  morta avrebbe detto lui. Mia madre si 
beccata dieci anni avrebbe risposto lei. La conoscevo
abbastanza bene da sapere che le sarebbe
piaciuto esprimersi cos. Davvero un magro
premio di consolazione.
A ogni modo, nulla di tutto ci mi spaventava
come un'altra scena che avevo in testa: la scena in
cui ero di nuovo a casa e io e lei abitavamo insieme.
Sarah sbrigava le commissioni e mi massaggiava
i piedi imploranti, appoggiati su un pouf
di pelle; mi portava i brodini a letto, mi copriva le
spalle con uno scialle, mi puliva con un tovagliolo
umido il cibo incrostato a un angolo della bocca.
E io cominciavo a dimenticarla, a sgridarla, a fare
commenti crudeli sul suo fisico, sulla sua vita
amorosa, sul suo cervello.
Avanzando fra gli alberi lungo il confine della
propriet mi sono inoltrata in un boschetto che
costeggiava la strada. Per terra c'era un'accozzaglia
di rifiuti - il piatto del giorno: lattine di birra
e preservativi - e ogni volta che senza volere ci
mettevo un piede sopra facevo una smorfia.
Mi ero scordata sulla veranda il nastro rosso per
i capelli; l'avevo lasciato l per farci divertire Lazzarone,
e le mie impronte digitali erano sparse su
tutte le superfici della cucina. Quante figlie lavavano
la madre sul pavimento, le tagliavano con le
forbici i vestiti che aveva addosso o letteralmente la
trascinavano fuori a prendere un po' d'aria fresca?
La polizia non avrebbe trovato reperti di Manny Zavros
da nessuna parte.
A casa, sul braccio della mia lampada da tavolo,
avevo appeso un altro nastro per capelli di mia
madre. Rosso anche quello. Ma ce n'erano appesi
altri, insieme a un gatto magnetico, un teschio della
festa dei morti messicana, un pupazzetto a forma di
lumaca e la decorazione natalizia di panno che mi
aveva mandato mia madre. Perch mai in casa mia
una cosa avrebbe dovuto attirare l'attenzione pi di
un'altra?
Quella mattina non avevo spruzzato la varechina
nella tazza del gabinetto; poteva anche darsi
che qualche capello della treccia fosse ancora attaccato
l, o che fosse rimasto a mia insaputa sulle
piastrelle del pavimento. Possibile che, se analizzato
in laboratorio, rivelasse un'etichetta con la
data e l'ora?
Sono arrivata a Elm. Le macchine passavano a
intervalli sulle strade laterali e quando  stato il
momento sono uscita dal boschetto e ho attraversato
la strada di corsa per infilarmi in un altro
tratto di bosco abbandonato.
La polizia non avrebbe avuto difficolt a raccogliere
prove sufficienti. E di fronte a una domanda
diretta sapevo che avrei detto la verit. In ogni
caso, se pensavo all'eventualit di ritornare a casa
con Sarah, riuscivo a prevedere un unico destino:
il suo.
Per andare a incontrare Hamish dovevo scendere
gi per una scarpata piuttosto ripida. Ho
guardato il gradone ghiaioso che circondava la
Vanguard su tre lati; lo stabilimento sembrava pi
che altro una centrale elettrica di trasformazione
ad alto voltaggio. Nel parcheggio sottostante,
chiuso da un'alta recinzione di lamiera, c'era una
fila di SUV neri lucenti: il meglio in circolazione. Ci
sarei passata a un soffio di distanza.
Prendendo precauzioni per non farmi male,
sono scesa da seduta, zampettando come un granchio
fino in fondo alla scarpata; mi ero appoggiata
la borsa sulla pancia e tenevo la cinghia a tracolla.
Non sarebbe stata sicuramente quella l'ultima
volta in cui avrei rimpianto di non poter scambiare
la mia disciplina per l'agilit giovanile di Sarah; la
mia secondogenita riusciva ancora a strapazzare il
proprio fisico e a presentarsi al lavoro il giorno
dopo. Sempre che avesse un lavoro.
Ai piedi del pendio mi sono concessa una ricca
sosta di cinque minuti, sfidando gli uomini della
Vanguard a sentire a pelle il calore umano che irradiavo
da dietro i tre metri di lamiera ondulata.
La zona era assolutamente sterile; non una formica
n un filo d'erba. Neanche la gramigna. Solo
distese e distese di brecciolino. Un mare grigio
sconfinato, illuminato dai riflettori che fiancheggiavano
la recinzione.
Alla fine, volendo evitare che Hamish venisse a
cercarmi, mi sono alzata e costeggiando la recinzione
mi sono avviata in fretta verso il parcheggio.
A una cinquantina di metri di distanza ho visto
la macchina vicino all'entrata; Hamish si aggirava
intorno alla gigantesca V luminosa ai bordi del terreno.
Ho attraversato veloce l'asfalto e mi sono infilata
dentro.
Andiamo via ho detto.
Non mi oppongo ha risposto Hamish.
Mentre uscivamo a marcia indietro, dal lato opposto
dell'edificio  arrivato un vigilante che ci ha
guardati con aria interrogativa. Avrei potuto dare
appuntamento a Hamish davanti all'Associazione
reduci di guerra o al fabbricato del mini immagazzinaggio,
ma non ero stata abbastanza svelta da pensarci.
E la tua macchina dov'? mi ha chiesto Hamish.
Ho sentito nell'aria una dose di Obsession pi
abbondante del solito e mi sono ricordata che una
volta il signor Forrest aveva regalato a mio padre
un'acqua di colonia spagnola che odorava di marijuana.
Ignaro, pap aveva continuato a mettersela
finch non era finita e poi aveva conservato il flacone
sul suo com, dove lo trovai il giorno dopo
che si era sparato.
L'ha presa Sarah gli ho risposto.
Hamish mi  parso soddisfatto della spiegazione.
A un incrocio si  fermato e si  sporto a baciarmi;
mi sono tirata indietro, ma lui non si 
lasciato intimorire.
Dove vogliamo andare?.
A Parigi, al Ritz volevo rispondergli, e ho ripensato
alla donna triste di quella canzone sdolcinata
che a trentasette anni si rendeva conto che non
avrebbe mai guidato una cabriolet in una capitale
europea. Certo che se quello era il massimo delle
sue privazioni, la signora aveva proprio culo.
Il fatto  che mi serve una macchina ho detto
tenendo le mani sulle ginocchia ed evitando il suo
sguardo.
Lui ha pigiato l'acceleratore. Tutto qui?.
Sto in una situazione strana ho detto.
Tua madre?.
S.
Hanno idea di chi  stato?.
Credo di s ho risposto, concludendo che non
avrei fatto male a nessuno. Un ragazzo che andava
da lei a fare qualche lavoretto. Un certo Manny.
Quello che scopava nella tua vecchia camera
da letto?.
S.
Me l'ha raccontato mamma.
Siamo passati davanti alla cava, dove montagne
di ghiaia e scisto aspettavano che i camion le portassero
via; le luci basse ad argon disseminate in
tutta la propriet le facevano brillare.
Vent'anni fa un ragazzino dell'et di Sarah si era
messo a giocare ai pirati sopra un mucchio gigantesco
di brecciolino che qualcuno aveva scaricato
in fondo al nostro isolato. Era salito in cima, brandendo
una spada di legno che aveva fatto la sera
prima aiutato dal padre, e in un attimo ci era sprofondato
dentro.
Te lo ricordi Ricky Diyer?. Ho appoggiato la
testa contro il finestrino. Mi  venuto incontro il
riflesso dei miei occhi stanchi, poi  sparito.
Il ragazzino morto in terza elementare? Oddio,
non ci pensavo da anni.
Andiamo a casa tua, Hamish ho detto. Ci beviamo
qualcosa e parliamo.
Cos va meglio ha detto lui. Avevo capito che
mi stava guardando, ma non ho ricambiato il suo
sguardo. Non hai bisogno di farti prestare una
macchina ha detto. Ti porto io dove vuoi.
Mi sembrava che lo meritasse. Il mio corpo per
una macchina.
Siamo arrivati a casa sua. Mi ero gi sincerata
che Natalie non stesse per rientrare e Hamish mi
ha confermato che era fuori col suo impresario
edile.
 come se ormai avesse tutta un'altra vita ha
detto. Di cui io non faccio parte.
Mi sono preparata psicologicamente. Mi era gi
capitato di fare sesso senza averne voglia e in ogni
caso Hamish era... non riuscivo a togliermi dalla
testa la parola "ragazzino... era un uomo eccezionale
e affettuoso.
Sentivo formicolare tutto il corpo dal desiderio
di passare ai fatti: di passare al preambolo, allatto,
alle paroline dolci, al finto rimpianto della conclusione,
alla prevista pulizia e finalmente, finalmente,
alla macchina con cui me ne sarei andata.
Hamish mi ha presa per mano e mi ha condotto
su per le scale con la moquette folta. Bom bom
bom, il corpo di mio padre che cadeva. Mia madre
che gli teneva con delicatezza il cranio quando
sono entrata. Il sangue dappertutto.
Avevo visto la camera di Hamish innumerevoli
volte salendo al bagno di sopra mentre ero da loro.
Una volta, quando i ragazzi frequentavano le superiori,
Natalie mi ci aveva fatto entrare e mi aveva
supplicato di inspirare profondamente.
 la stanza pi puzzolente della casa aveva
detto. Non riesco a mandare via quest'odore e lui
non apre mai una finestra.
Ormoni avevo detto io.
Lei aveva sorriso. Sembra di vivere con una
bomba che sta per esplodere.
Ma adesso all'odore delle voglie adolescenziali
era subentrato un purificatore d'aria che ronzava
in un angolo, e il letto non era pi singolo.
Ce le porti le ragazze qui a casa? gli ho chiesto.
Qualcuna s ha detto lui posandomi una
mano alla base del cranio. Ci siamo baciati.
Helen, io voglio solo farti stare un po' meglio.
Non mi aspetto niente.
Mi  tornato in mente quello che mi disse una
volta Jake dopo la nascita di Emily, quando non riuscivo
a rilassarmi: Abbandonati.
Ci siamo stesi sul letto e ho chiuso gli occhi. Mi
ero guadagnata da vivere mettendomi in posa
dietro istruzioni altrui; nei momenti difficili pensavo
sempre ai disegni a carboncino sbaffati, conservati
nelle cantine e negli sgabuzzini di ex
studenti del Westmore e dei pochi artisti che erano
arrivati un po' pi in alto.
Nel Museo d'Arte di Philadelphia era custodito
un dipinto di Julia Fusk. La Fusk mi aveva assunto
che avevo trentatr anni per fare con lei una serie
di sedute di posa. Il quadro che aveva dipinto ritraeva
un torso dinamico che sconfinava oltre i
margini della tela e solo perch la modella ero io
avevo visto dove si era presa certe libert: facendomi
pi muscolosa, meno snella.
Mentre Hamish faceva l'amore con me, ho pensato
a quel quadro. Le ragazze alla fine lo avrebbero
ritrovato; ce le avrebbe portate Jake, oppure
Sarah si sarebbe ricordata di quando ce le avevo
accompagnate io. Sarah aveva guardato attentamente
i blu, i verdi, gli arancioni che ondeggiavano
sulle mie cosce e sul basso ventre; Emily si
era scusata ed era andata al negozio del museo.
Il dipinto della Fusk rappresentava la mia immortalit.
Il fatto che la testa non ci fosse non mi
aveva mai dato fastidio.
All'improvviso Hamish si  interrotto.
Helen, dammi almeno qualcosa.
Gli ho preso il pene, stavolta sperando nell'eiaculazione
sul ventre che avrei potuto asciugare,
fingendomi delusa.
Ma dopo un iniziale piacere, Hamish mi ha fermato
la mano.
Non sono solo un cazzo mi ha detto. Accarezzami.
Mi sentivo gli occhi piccolissimi e disperati. Non
chiedermi troppo, Hamish. In questo momento non
posso dare granch.
Lo stai facendo per la macchina.
Non l'ho contraddetto.
Allora qualcosa  cambiato. Hamish mi ha allargato
le gambe ben oltre il limite del comodo e
mi ha trattato bruscamente, come fossi uno dei
Big Jim che da bambino sparpagliava sul pavimento
di camera sua.
Ho cercato di aiutarlo. Ho fatto opera di persuasione
su me stessa e gli ho rivolto frasi che la mia
voce aveva detto decine di volte nella passione vera.
Ho guardato il piccolo drago tatuato sotto la clavicola
e per lui ho impersonato la Helen di una volta.
Alla fine, quando ormai mi sentivo i muscoli all'interno
delle cosce cos tesi da non riuscire pi a
sciogliersi e le articolazioni delle anche mi sembravano
gli ingranaggi grippati di una vecchia dell'et
di mia madre, Hamish  venuto.
Lo ha scosso un brivido; poi mi  ricaduto sopra
con tutto il peso, togliendomi il respiro. Per un
breve istante ho pensato alla prostituta salita nella
macchina di Arthur Shawcross che per tre giorni
si era fatta di speedball.
L'ho spinto sul petto.
La macchina.
Scopi pure bene ha risposto lui amareggiato.
Mentre si tirava su la lampo dei pantaloni - di
tela, ho notato, non i soliti jeans - ho pensato che
ero capace di rovinare qualsiasi cosa.
Aspetta un attimo, che prima do una controllata
mi ha detto.
Sono rimasta nuda sul letto ad ascoltarlo
mentre scendeva al pianterreno, attraversava il
soggiorno e usciva dalla porta del garage.
Non mi sono mossa finch il purificatore d'aria
non si  riacceso e sul corpo ho sentito un'arietta
leggera. Mi sono voltata sul fianco e col braccio mi
sono data slancio; poi ho cominciato a vestirmi,
seduta su un angolo del letto. Stavo fissando le
ante a persiana dell'armadio quando ho ripensato
al fatto che quella non era casa sua, ma di sua
madre. Quindi, Hamish doveva per forza custodire
in quella camera tutte le cose a cui teneva di
pi. In fretta e furia mi sono alzata e ho aperto l'armadio;
ragionando, mi dicevo che non poteva
essere in basso e nemmeno immediatamente accessibile.
Hamish non era tipo da vantarsi in quel
modo. Ho tirato fuori una cassa per le bottiglie del
latte zeppa di cd e l'ho girata su un lato; la mia discrezione
finiva l. Sul ripiano sopra gli abiti c'era
un lenzuolo di riserva, un sacco a pelo e una scatola
da scarpe nella quale aveva riposto le francesine
lucidissime che portava il giorno del funerale
di suo padre. Ma la cosa che cercavo non c'era.
Ero impazzita. Durante l'amplesso non avevo
quasi sudato, mentre ora mi sentivo la fronte imperlata.
Non potevo prevedere quanto ci avrebbe
messo Hamish e quando sarebbe risalito. Ho osservato
attentamente la stanza. Valutando. Dove
poteva averla infilata?
E poi, naturalmente, ho capito. Hamish si vedeva
come l'uomo di casa. Non era un parassita,
era il paladino di sua madre. L'ho trovata riposta
nel cassetto del comodino, ancora nel sacchetto
del Crown Royal in cui la teneva il pap di mia
madre; accanto c'era una scatola intatta di pallottole.
Ho preso il sacchetto per il cordoncino d'oro
e ho messo via le pallottole.
Prima di richiudere la porta, ho guardato la baraonda
sul letto; nel nostro amplesso il lenzuolo
con gli elastici si era sfilato dagli angoli ed era rimasto
ammassato al centro a mo' di medusa. In
un'altra circostanza sarei intervenuta; ma non ora
che tentavo di lasciarmi alle spalle tutto quello che
conoscevo.
Ho fatto le scale adagio, con le cosce doloranti,
sapendo che il giorno dopo mi avrebbero fatto ancora
pi male. Chiss allora dove mi sarei trovata.
Sarah e Jake sarebbero stati insieme, forse ancora
l a controllare la polizia che mi perquisiva la casa.
Speravo che Sarah si fosse goduta il suo drink al
bar e che solo pi tardi fosse andata a cercarmi
alla toilette. Dovevo mettere al sicuro nella borsa
la sacchetta del Crown Royal prima che la vedesse
Hamish. In fondo alle scale mi sono seduta; la mia
borsa era in cucina. Sapevo che dovevo muovermi,
ma non ci riuscivo.
La casa della signora Leverton, stavo riflettendo,
era sicuramente vuota; suo figlio aveva
sempre evitato di andarci e in ogni caso, se c'era,
avrei visto la Mercedes lasciata in bella mostra nel
vialetto. Potevo riposarmi l e magari, con tutte le
provviste che senz'altro aveva, sarei riuscita a restarci
nascosta per giorni.
A fatica mi sono tirata su e sono andata in cucina.
La mia borsa era sul tavolo; ci ho cacciato
dentro la pistola. Ho respirato.
Quell'anno Natalie aveva fatto rifare la parete in
fondo; adesso sopra i mobiletti correva una finestra
lunghissima. Mi ha convinto lui a lasciare
solo i mobili a terra per creare un'atmosfera di
spazio chiuso e aperto insieme mi aveva detto. E
lo aveva definito un rubacuori. Com'era che si
chiamava?
Mi vedevo riflessa nel vetro. Voltando le spalle
al mio fantasma illuminato, mi sono avvicinata al
frigo. Avevo fame come la sera prima e mi sono ricordata
che a parte gli avanzi della colazione di
Natalie al centro studenti non avevo messo nulla
sotto i denti tutta la giornata.
Ho preso quello che mi sembrava pi semplice
e ricco di proteine - Wurstel e bastoncini di formaggio
- e mi sono rimpinzata scientificamente,
ingollandoli uno dopo l'altro. Ho mangiato assente,
guardando senza metterle a fuoco le carte
attaccate sul frigo. C'era un invito al matrimonio
di gente che non conoscevo. Natalie doveva ancora
rsvp; busta e bigliettino erano sotto la calamita
insieme alla partecipazione. Il matrimonio
sarebbe stato celebrato verso la fine di dicembre,
durante le feste, e mi sono chiesta se Natalie e il
suo impresario edile ci sarebbero andati. Se la cerimonia
lo avrebbe ispirato o se addirittura fosse
gi entrato in quell'ordine di idee come lei sperava,
almeno a detta di Hamish.
Accanto alla partecipazione c'era una foto mia e
di Natalie scattata un anno e mezzo prima, durante
una festa al Westmore. Avevo ben presente
quel giorno. Emily, John, Leo e Jeanine erano ripartiti
il giorno avanti, con un anticipo di tre
giorni sul previsto. Avevo salutato Leo dandogli un
bacio sulla fronte, sull'unico spazio che non fosse
coperto dalle bende. Poi avevo tentato di abbracciare
Emily, ma le sue spalle irrigidite avevano opposto
resistenza, e mi avevano ricordato me
stessa.
Nella foto non c'era traccia di tutto ci, come
non c'era traccia della lite che avevo avuto con mia
madre prima di passare a prendere Natalie. Mentre
Natalie sembrava radiosa, mi pareva che io avessi
l'aria di sempre: quella dell'aiutante ligia al dovere.
Hamish  entrato mentre mi stavo ficcando in
bocca l'ultimo tocco di Wurstel. Si  avvicinato e
mi ha fatta voltare per guardarmi in faccia. Con le
guance piene di cibo.
Scusa per prima.
Ho continuato a masticare e con un gesto della
mano gli ho fatto segno di non preoccuparsi, che
non faceva niente.
 solo che certe volte diventi di una freddezza
glaciale, mentre so che in realt non sei cos. Lo so
da sempre.
L'ho guardato. Ho inghiottito strabuzzando gli
occhi.
Non  stato Manny, vero?.
Sulla parete, vicino al tavolo, ho visto il telefono;
se Hamish non avesse voluto aiutarmi, chiss chi
avrei potuto chiamare. Poi ho visto la mia borsa in
piedi al centro di una tovaglietta di percalle. Perch
avevo preso la pistola? Cosa pensavo di fare?
Il ragionamento fila. Ero in garage a controllare
la macchina e mi sono chiesto: Ma perch 
qui? E perch vuole farsi prestare la macchina?
Mamma mi ha raccontato che  venuto Jake e tu
mi hai detto che c' anche Sarah. L'unico motivo
per cui non sei con loro  che loro non sanno dove
sei.
Oggi sei proprio perspicace.
Chiamiamolo genio postcoito ha detto lui. Poi
ha aperto il frigo. Oltretutto quadra. Ieri sera sei
venuta a cercare mamma.
Ha agguantato una busta di latte al cacao, l'ha
messa sul mobile e si  chinato per pigliare un bicchiere.
Hai intenzione di dirlo a qualcuno? gli ho
chiesto.
Lui si  versato il latte e si  voltato a guardarmi,
appoggiandosi al mobile.
Ieri mi hai domandato se mi era mai venuto in
mente di ammazzare mio padre. Beh, in effetti s.
Penso che capiti a un sacco di gente ha detto.
Solo che la gente non  cos sincera da ammetterlo.
Tu invece l'hai fatto sul serio.
Si  infilato una mano in tasca, ha tirato fuori
un mazzo argentato di chiavi e me le ha lanciate.
Il mazzo  atterrato ai miei piedi.
Mi sono accucciata a prenderle.
Mia madre non ti perdoner ha aggiunto.
Con la vecchiaia sta diventando una gran moralista.
Mi sentivo gi fuori. Di l a poco avrei infilato
nell'accensione la chiave che avevo in mano e sarei
uscita in retromarcia dal vialetto.
Forse il destino vuole che mi metta con Sarah
ha detto Hamish. Poi ha bevuto un sorso di latte.
In fin dei conti sono innamorato di sua madre.
 stato come un pugno nello stomaco e lui se n'
accorto.
 troppo ha detto, lo so.
Hamish, adesso me ne devo andare ho detto
io. Avrei voluto salutarlo con una frase perfetta.
Dove?.
Devo ancora decidere ho mentito. Lascio la
macchina da qualche parte. Poi ti chiamo e ti
faccio sapere.
Si  avviato. Ho afferrato la borsa e l'ho seguito
nel soggiorno. L'occhio mi  caduto su un vaso che
avevo regalato a Natalie secoli prima; era pieno di
fiori comprati al negozio.
Dietro il garage in cui teneva le macchine che riparava,
Hamish  salito su un'anonima Ford fine
anni Ottanta e mi ha fatto segno di aspettare. Ha
messo in moto e ha fatto manovra, puntando il
muso dell'auto verso la strada; poi  sceso senza
spegnere il motore.
Non vedevo altro che la macchina aperta, in attesa.
E pensavo solo che a ogni addio, le persone
che lasciavo non correvano pi pericoli per causa
mia.
Vorrei poter contare abbastanza da farti restare
mi ha detto Hamish. Mi ha abbracciato e
per un attimo  diventato mio padre, e io sua figlia.
Mi ha accarezzato i capelli e per ribadire mi ha
stretto un'ultima volta. Sul braccio sentivo il peso
accresciuto della borsa.
Se hai bisogno di me, sono qui.
Ho annuito. Per la prima volta cominciavano a
mancarmi le parole.
Sta' attenta, mi raccomando ha detto. Allora,
aspetto la telefonata.
La telefonata?.
Per la macchina.
Grazie, Hamish. Di' a tua madre che sono passata
a salutare.
Sono salita al volante e mi sono messa accanto
la borsa. Solo l'ultimo clic della portiera che si
chiudeva mi ha dato la certezza che potevo andare.
Non l'ho guardato pi. Ho ingranato la retromarcia
e sono uscita dal vialetto passando sul
prato, a destra della sua macchina. In strada ho
acceso la radio: trasmetteva swing, mentre io mi
aspettavo heavy metal o rock alternativo. Ho ascoltato
gli applausi smorzati, poi ho spento. Mi sono
fatta forza e ho preso a sinistra verso Phoenixville.
...
.
...
Capitolo quindicesimo.
...
.
...
Era ancora presto. L'orologio sul cruscotto segnava
le 19,08 e sulla strada di Natalie c'era un tale
viavai di macchine che ho sentito la necessit di
concentrarmi. Gipponi e minivan entravano nei
vialetti o, gi parcheggiati, rigurgitavano uomini e
donne carichi di buste della spesa e del lavasecco.
Dietro le finestre al pianterreno si accendevano le
lampade e bagliori di luce azzurra tremolavano
dai grandi schermi dei televisori.
Arrivata ai confini di quella nuova prosperit, ho
imboccato la strada ancora relativamente desolata
che portava al mio vecchio quartiere e mi sono sentita
un po' pi calma. Nella zona avevano cominciato
a squartare e vendere i terreni come fossero
tagli di carne, ma c'erano anche case fatiscenti
rannicchiate fra gli alberi o, pi tristemente, cos
vicine alla strada che non avrebbero mai potuto
sottrarsi all'afflusso di popolazione, malgrado le
finestre sbarrate o i generatori di rumore bianco.
Gli occupanti di quelle vecchie case sicuramente
neanche sapevano cosa fosse un apparecchio del
genere; il concetto gli era estraneo come quello
delle cuffie antirumore o dei bagagliai maggiorati.
Questa gente, che apparteneva alla stessa generazione
dei miei, se ne stava l a soffrire fino alla
morte e ormai avevo raggiunto anch'io un'et in
cui cominciavo a capire perch quella scelta sembrasse
preferibile all'idea di tenersi al passo.
C'era un tizio che aveva deciso di risolvere la faccenda
costruendo tutt'intorno al suo terreno un
muro di blocchetti alto tre metri, in cima al quale
spargeva cocci di bottiglie che regolarmente debordavano.
Nonostante tutte le multe e le minacce
di demolizione che gli arrivavano dalla contea,
non voleva saperne di abbattere quel muro. La sua
guerra contro le autorit comunali andava avanti
da una decina d'anni e non accennava a concludersi;
bench fosse finito spesso sui giornali, per,
non era mai stata pubblicata una sua foto. Avevo
cominciato a immaginarmelo come un omuncolo
che racchiudeva in s tutte le paure dell'uomo moderno.
Non cerano mai sue foto perch somigliava
a tutti noi; la sua paura lo aveva trasformato in un
fantasma che al riparo di quel muro cambiava
forma. Era mia madre che si nascondeva nell'armadio
della biancheria. Era mio padre che disegnava
ombre su fogli di compensato. Era Natalie
che aveva paura della solitudine o Sarah che rubava
gli spiccioli. Ero io che passavo davanti alla
sua casa alle 19,23 di un venerd sera andando a
casa della signora Leverton. Mentre ruggiva e tuonava
e respingeva ogni denuncia e processo, speravo
che quel tizio riuscisse a sopravvivere per
sempre o, se non altro, che morisse esausto in battaglia
molto tempo dopo tutti noi.
Nella Phoenixville vera e propria, cio nella
zona pi vecchia della citt, gli esercizi commerciali
rivitalizzati dall'amministrazione comunale
chiudevano ancora alle cinque e le strade erano
vuote, a parte qualche piccolo coagulo di attivit
gravitante intorno a provincialissime iniziative sociali.
Antipode, la galleria di sculture, era tutta illuminata.
Gli artistoidi della zona l'avevano eletta
a punto di ritrovo e anch'io c'ero andata varie
volte. Antipode era stata teatro del mio incontro
sbronzo con Tanner. Quella sera, circondati da
una comitiva di gente molto pi giovane di loro,
Tanner e il proprietario della galleria avevano fatto
a gara per stabilire chi dei due fosse pi importante.
Era da tanto che non vedevo una scena cos penosa
gli avevo detto dopo, mentre uscivamo barcollanti
per strada.
Ma sta' zitta! aveva esclamato lui. Tu che hai
concluso nella vita?. E a quel punto avevamo cominciato
a condividere le nostre infelicit.
La galleria era illuminata ma tranquilla. In
fondo alla sala ho visto un po' di movimento; stavano
allestendo una mostra. Pi avanti qualcuno
aveva rovesciato i carrelli della libreria, spedendoli
in mezzo alla strada; la proprietaria, una
donna anziana e solitaria che alla chiusura li riportava
sempre dentro, si  chinata a tirarli su,
rimpiangendo senza dubbio la decisione di tenere
aperto oltre l'orario solito per attirare qualche
cliente all'uscita dal lavoro.
Mi sono infilata in un posteggio e sono scesa. Ho
raccolto un gruppo di romanzi rosa squinternati
sparsi sulla strada con donne pettorute in copertina,
sbiadite dalle lunghe giornate al sole. Ma l mi
 caduto l'occhio su un mucchio ammuffito di libri
di poesie venuti gi insieme come se fossero appiccicati
uno all'altro. I nomi mi sembravano russi. Ho
dato una scorsa veloce ai titoli e ho capito subito:
erano i libri che il signor Forrest aveva donato alla
biblioteca di quartiere trentanni prima. Scarseggiano
nei russi mi aveva riferito.
Quando le ho detto: Scusi porgendole le due
pile di tascabili, la donna ha sussultato.
Poi mi ha sputato vicino, schizzando sia i libri
che la mia mano.
Li appoggio qui ho detto e le ho messo i libri
sul cofano di una Lincoln Continental smontata.
Mentre tornavo alla macchina, l'ho sentita borbottare.
Avevo letto qualcosa della poetessa Marina
Cvetaeva e ricordavo che si era impiccata a un
attaccapanni. Com' possibile? mi ero chiesta all'epoca.
Va bene a una trave, a un albero. Ma a un
attaccapanni? Per non dire al pomello di una
porta!
Spararsi in testa era un suicidio con un messaggio,
mi avevano detto. Ma che messaggio aveva
voluto comunicare mio padre? Per cercare un biglietto
d'addio avevo messo la casa sottosopra,
guardando nei cassetti e sotto il suo cuscino; alla
fine avevo lavato le scale con dei vecchi stracci, decisa
a cancellare gli unici segni che avesse lasciato.
Man mano che mi avvicinavo al quartiere di mia
madre, un'ondata calda di terrore ha cominciato a
formicolarmi lungo la spina dorsale, salendo in
punta di piedi fino alle scapole e trasformandosi
in pelle d'oca. Non sapevo spiegare di preciso
perch, ma avevo la sensazione che non avrei dovuto
neanche passare da quelle parti, men che
meno restare l la notte. Ero anche stanca. Tuttavia,
mi era pi facile attribuire gli strani mutamenti
del mio fisico a uno sfinimento disperato -
la futilit e il crollo delle ultime ventiquattrore mi
avevano assalito il cuore, le membra, le raffiche
dei pensieri - che rendermi conto di essere solo un
robot uscito dai binari, un robot che dopo aver diligentemente
servito il suo padrone per anni, com'era
prevedibile, faceva ritorno al luogo in cui
era nato.
Qualche casa era ancora buia, aspettava che rientrasse
il proprietario; la maggior parte, per,
aveva una o due luci accese. Nel quartiere di mia
madre abitavano giovani coppie con figli, ma non
del tipo che acquistava una finta villa nella zona di
Natalie; queste erano coppie che si facevano le pulizie
e si aggiustavano i guasti da sole. Che si tenevano
libero il fine settimana per sostituire le
scandole marce o ripitturare il camino, per potare
gli alberi o lavare la macchina. I figli aiutavano ed
erano ricompensati con un gelato o un programma
speciale alla tiv.
Svoltando per andare verso casa di mia madre e
della Leverton, sono passata davanti al giardino
della signora Tolliver. In casa non c'erano luci accese
e mi sono chiesta dove fosse. Era stato in una
sera d'estate che il marito, mentre le stava urlando
improperi da quello stesso giardino, si era stretto
il petto all'improvviso.
 piombato gi come una statua di sale raccont
mia madre. Paf! Lo spruzzatore ha cambiato
giro prima che qualcuno pensasse a spegnerlo e
cos l'hanno portato all'ospedale bagnato fradicio.
Avevo rivisto la Tolliver sei mesi dopo, quando
ero andata a trovare i miei con Emily e Jake. Stavamo
facendo spese all'Acme e lei, vedendo Emily, si era illuminata.
Che meraviglia! aveva detto. Non ricordavo di
averla mai vista cos animata. Sorpresissima di incontrarmi
nel reparto gastronomia, continuava a gesticolare con un pacchetto di pollo disossato in mano.
Io le avevo chiesto notizie di lei, della casa, di come andavano le cose.
Per me  troppo tardi mi aveva detto a un
certo punto. Ma per te no. Per te no. Aveva guardato
Jake sorridendo, ma in quel sorriso c'era una
smorfia, come se avesse paura di ricevere uno schiaffo.
Quando l'ho visto dietro l'enorme finestra senza
tende, ero ancora assorta in quei pensieri. Il signor
Forrest sedeva come sempre in soggiorno, sotto gli
occhi di tutti. Ho fermato la macchina dal lato opposto
della strada senza nemmeno sapere cosa ci
fosse alla mia destra: una casa, un orizzonte, il
papa uscito a fare una passeggiata.
Ho abbassato il finestrino e l'aria del mio vecchio
quartiere si  riversata nella macchina. Ho respirato.
Sentivo l'odore dei prati e dell'asfalto. E
ho udito una musica fievole, che veniva dalla casa
di fronte; il signor Forrest stava ascoltando Bartk.
Dopo la morte di mio padre, lui e mia madre
avevano discusso per mesi. Non era stato organizzato
nessun funerale e per Forrest si trattava di
un'omissione imperdonabile; non aveva la minima
importanza se lei era o non era in grado di
uscire di casa. E poi, Helen, perch erano rimasti
in casa quei fucili? mi aveva chiesto.
Senza riflettere sono scesa dalla macchina e alla
svelta ho attraversato la strada e imboccato la salitella
di cemento. Forrest non aveva mai favorito la
vegetazione e da decenni sul suo prato quasi non
cresceva pianta. Le uniche eccezioni erano due paffuti
bossi selvatici venuti su ai lati del portichetto.
Per non ce l'ho fatta; a met strada mi sono fermata
a guardare. Forrest teneva qualcosa sulle ginocchia,
un animale, e lo stava accarezzando. Per
un attimo ho pensato a tutti i suoi cani, ma poi mi
sono accorta che era Lazzarone, il gatto marmellata
d'arancia. Stava disteso a pancia in su e si lasciava grattare.
Com'era stato intelligente il signor Forrest, mi
sono detta, com'era stato intelligente a restare da solo.
Mi sembrava di avere le ginocchia di vetro sottile
e sapevo di rischiare il crollo; ma non mi sono mossa.
Non avevo dubbi sul motivo per cui mio padre
provasse simpatia per quell'uomo: Forrest aveva
condiviso con lui il peso di mia madre. Aveva un
modo di rivelarle la sua bellezza che le ispirava fiducia.
Il suo conversare era come un cocktail spumeggiante
levato in alto. Ai suoi occhi, mia madre
era stata la Garbo trascurata, ancora fasciata nella
sottoveste, per sempre giovane, intatta.
Chiss se avrebbe alzato gli occhi e se mi
avrebbe vista l. Sopra il camino c'era il dipinto
che aveva comprato da Julia Fusk. Terminato lo
stesso anno del mio, il ritratto scelto da Forrest
raffigurava una donna vestita, con il volto visibile.
La donna pendeva a sinistra, teneva gli occhi
chiusi e indicava in basso verso la mensola del camino,
dove in quel momento ho guardato. A
qualche distanza luna dall'altra cerano tre perfette
sfere di legno, fatte da mio padre. Che quelle
sfere anonime rappresentassero la sua opera pi
bella per lui era diventata un'ossessione. Negli ultimi
anni di vita, mentre io mettevo al mondo figlie
e partecipavo a feste a base di vini e formaggi
in quanto moglie di Jake, mio padre restava seduto
per ore nel suo laboratorio a scartavetrare
quelle sfere. Rientrava in casa di notte solo dopo
aver visto che le luci erano state spente. Senza far
rumore attraversava il giardino, entrava in cucina
e saliva le ripide scale di legno per andare nella sua
stanza, quella in cui venivano tenuti i fucili.
Io avevo dato la colpa a mia madre. Le avevo
dato la colpa di tutto. Era facile. Mia madre era
pazza, aveva una malattia mentale", come aveva
detto il signor Forrest.
Per anni, poi, avevo fatto penitenza per aver incolpato
una persona fondamentalmente impotente.
Le avevo scaldato le pappette per bambini e
l'avevo imboccata con lunghi cucchiai rosa rubati
in gelateria. L'avevo scarrozzata dai medici prima
con le coperte, poi con gli asciugamani, per tenerle
nascosto il mondo. Ero addirittura rimasta l a
guardarla mentre lasciava cadere mio nipote.
Non avrei disturbato il signor Forrest; non gli
avrei chiesto denaro n confessato i miei peccati.
L'avrei lasciato col suo ritratto, con le sue sfere di
legno e con Lazzarone, che aveva graffiato la
guancia di mia madre.
Sono tornata sui miei passi e sono andata a
prendere la borsa in macchina. Non ce la facevo a
rimettermi al volante; non riuscivo a concepire
quel rumore. Avrebbe distrutto la musica che
udivo e il silenzio dei giardini bui, abbandonati.
Ho tolto le chiavi dall'accensione e ho fatto il giro:
le avrei lasciate nel vano portaoggetti.
Il finestrino era aperto; ho infilato dentro la
mano e in quattro e quattr'otto ho riposto le chiavi
e richiuso lo sportellino. Dalla treccia alle cartucce,
ho pensato. Il mio povero analista sarebbe rimasto
soddisfatto; avrebbe assaporato l'allitterazione
fino a farmi venire voglia di intontirlo di schiaffoni.
Magari un giorno gli avrei fatto uno squillo.
Uno squillo dall'inferno.
A un certo punto, Bartk non si  pi sentito. Mi
sono messa la borsa saldamente sulla spalla. Sarei
andata a piedi fino a casa della Leverton, sarei entrata
dentro e con calma - era mai possibile? - mi
sarei sparata.
In quel momento ho notato che Forrest aveva
spento le luci. Lazzarone  comparso sul prato saltellando
e la porta d'ingresso si  chiusa. Allora, a
un passo che mi sembrava normale, mi sono avviata
verso la fine dell'isolato.
Non ho guardato la casa di mia madre, che non
era mai stata di mio padre anche se l'aveva comprata
lui con i suoi risparmi. I suoi risparmi che
mi avevano sistemata e mi avevano permesso di tirare
su due figlie lavorando come modella e, di
quando in quando, come segretaria. Ero andata
via, mi ero sposata, avevo avuto due figlie, una
casa mia, un lavoro; ma, come mio padre, avevo
visto l'immensa marea che era il bisogno di mia
madre e ci ero caduta dentro. Jake avrebbe detto
che mi ci ero tuffata, che quella di tornare era stata
una mia scelta.
La malattia mentale aveva la capacit pi unica
che rara di trasmettere le sue metastasi da una generazione
all'altra. Sarebbe capitato a Sarah? Sarebbe
capitato al piccolo Leo? Sarah sembrava la
candidata pi ovvia; ma non era detto. E l'argomento
era stato sempre, sempre accantonato,
come se la cura geografica che aveva scelto Emily
potesse bastare. Ma l'avevo provata anch'io. Anch'io
avevo creduto che Madison significasse fuga.
Non era cos. Stessa cosa il matrimonio e la maternit.
E l'omicidio.
Di nuovo ho attraversato la strada. La polizia
aveva bloccato l'accesso alle scale di mia madre
con il nastro giallo, che zigzagava fino in cima passando
fra le sbarre di ferro della ringhiera. Ho proseguito.
L'agrifoglio che pap aveva piantato
appena si erano trasferiti metteva in ombra un
lato della casa; ma io sapevo dov'erano le tre lastre
d'ardesia del sentierino. Quando era in vita, pap
aveva sempre potato quei cespugli in modo da
poter portare nel laboratorio i suoi grandi fogli di
compensato. Adesso il sentierino era nascosto.
Era da l che il signor Forrest aveva battuto in ritirata
quel giorno, mesi dopo la morte di Billy
Murdoch. In corrispondenza del punto in cui li
ricordavo, mi sono fatta largo a testa china fra i cespugli
spinosi della siepe; le mani e il viso mi si
sono impigliati nei rametti piccoli e rigidi.
Alla fine mi ero convinta che pap avesse lasciato
innumerevoli segnali. Ho ripensato a quando con
mia madre facevamo il conto alla rovescia dei
giorni che mancavano al suo ritorno da quello che
doveva essere un centro d'igiene mentale. Era stata
Natalie che mi aveva aiutata a capire.
Cosa ti ricordi? mi aveva incalzata.
Solo che si era fatto male nel laboratorio e che
per un sacco di tempo era rimasto in ospedale.
E lei mi aveva guardato tanto a lungo da farmi
capire cosa significava: non un incidente con un
cacciavite o una sega circolare come avevo creduto
all'inizio, ma che lui stesso era l'artefice di
quello che gli era accaduto.
E i fucili avevo mormorato.
Natalie si era limitata a far segno di s.
Ho risentito mio padre che ripeteva la frase fatidica:
Tesoro mio,  una giornataccia.
Fu quel pomeriggio. Mia madre era ancora in
camicia da notte. Pap si era dimesso dall'impianto
di trattamento delle acque e passava le giornate
a casa. Coscienziosamente, usciva almeno
una volta al giorno per qualche commissione vera
o inventata; gli sembrava un sistema utile per
mantenere i legami col mondo esterno.
Comprava francobolli. Si fermava da Seacrest
all'angolo fra Bridge e High Street a prendere il
giornale, oppure un caff che sapeva di sale nella
tavola calda interna. Teneva la casa ben rifornita
di detersivi e dadi da brodo, di gelatina istantanea
e di uova che comprava in un'azienda agricola gestita
da una famiglia amish. Da Joe, il barbiere,
aspettava pazientemente sulle vecchie panche di
legno addossate alle pareti, discorrendo delle notizie
lette sul giornale. Alla fine, per tornare a casa
era costretto a prendere la macchina.
Quando si spar doveva essersi reso conto che
non bastava uscire di casa tutti i giorni. Che stare
al sole per il quarto d'ora di vitamina D prescritto
- sempre se di sole riusciva a trovarne - non
avrebbe fatto il miracolo.
Mia madre era stata in cucina. Il pomeriggio
aveva preso l'abitudine di mangiare carote e
gambi di sedano spalmati di marshmallow in
crema, avallando con le verdure la voglia di zuccheri.
Mio padre era uscito la mattina, ma poco
dopo aveva fatto ritorno ed era andato su a chiudersi
nella stanza degli ospiti.
Ho dormito fino a tardi disse mia madre alla
polizia. Quando mi sono alzata, lui era in camera
sua. Ho letto. Ci parlavamo per lo pi la sera.
Vidi il poliziotto che annuiva in silenzio. Durante
l'interrogatorio, a un certo punto arriv il signor
Forrest, poi la signora Castle.
Pap si era fermato in cima alle scale, disse
mamma, e l'aveva chiamata tre volte.
Stavo rileggendo The Eustace Diamonds. Mi
mancavano due paragrafi per finire. Gli ho detto
di aspettare un attimo.
Lui aspett. Qualche istante dopo lei pos il
libro sul tavolino rotondo accanto alla poltrona e
and ai piedi delle scale.
Hai finito? le chiese lui. Aveva gi la pistola
alla tempia.
Ho teso una mano ci disse mia madre - e l,
sulla moquette, c'era un gambo di sedano spalmato
di crema ormai rosa anzich bianca -, per lui....
L'abbracciai mentre tremava. Tremavo anch'io.
Non volevo chiedermi cosa potesse avergli detto
alla fine, se per caso l'avesse provocato. Lei mi teneva
la testa schiacciata sul petto, la mia era affondata
sulla sua spalla. Giurai a me stessa che da
quel giorno l'avrei abbracciata pi spesso e sarei
andata ad accudirla, perch noi due eravamo quel
che restava.
La polizia le domand se avesse un'impresa funebre
di fiducia e il signor Forrest nomin la
Greenbrier della Route 29. Feci segno che andava
bene. In quel momento non potevo capire cosa mi
era appena successo. Mio padre era uscito di scena
e io gli ero subentrata, considerandolo non solo un
mio dovere, ma forse il pi grande regalo postumo
che potessi mai fargli: prendermi carico per
sempre di mia madre.
Mi sono allontanata dal giardino rendendomi
conto che quella casa era stata tanto sua quanto di
lei. Che la malattia era stata tanto sua quanto di
lei. Lei aveva solo riscosso pi attenzione. Lei,
giorno dopo giorno, era sempre l. Mio padre era
stato la piet per le sue colpe, il calore per il suo
freddo. Ma a ben vedere, non si era rivelato anche
pi freddo di lei? Lei aveva lottato, aveva gridato e
farfugliato; ma non era forse vero che noi due ci
eravamo sedute luna accanto all'altra per anni?
La sera prima l'avevo lasciata a decomporsi
nello scantinato e adesso, dopo l'autopsia, era
chiusa da qualche parte dietro uno sportello di
metallo. Sarah sapeva. Emily avrebbe saputo fra
breve, sempre che non gliel'avessero gi detto. E
Jake... Jake aveva addirittura visto il suo corpo, ed
era rimasto.
Nel passo carrabile non c'erano Mercedes. Nel
giardino della Leverton brillavano solo le luci a
tempo del vialetto e quelle ai quattro angoli della
casa. Ma perch non chiamarla per nome, ora che
se nera andata? Beverly Leverton e il suo compianto
marito Philip, vicini di mia madre da cinquantanni.
A differenza della casa di mamma, dove prevalevano
ancora le finestre a vetri singoli che sarei riuscita
facilmente a rompere con una bella sassata
agli angoli, la casa della Leverton era stata dotata
dal figlio di spessi vetri termici e di un sofisticato
sistema d'allarme. La signora Leverton, per, lo
aveva disinserito e Arlene, la donna delle pulizie
giamaicana che lavorava l da anni, teneva una
chiave nascosta nel cestino di un coniglio di gesso
sistemato sotto il pino davanti alla veranda; dal
giardino di mia madre la vedevo spesso che si chinava
a prenderla, facendo attenzione. Di recente
avevo perfino notato che per lei questo fatto di chinarsi
diventava sempre pi faticoso. Via via che le
vecchie signore invecchiavano, invecchiavano
anche le loro cameriere.
La chiave del coniglio era l, sotto un uovo di
gesso. Ho guardato a destra e sinistra; dietro gli alberi,
il tetto del laboratorio di mio padre si vedeva
appena. Era strano trovarsi in un giardino confinante
col mio, dove erano state vissute delle vite
completamente diverse, e non conoscere quasi pi
nessuno a parte chi era morto.
In definitiva, anche se avessi avuto un passaporto
valido non sarei mai riuscita a riparare in
Svizzera, nel mulino riconvertito di Jake, e neanche
a fuggire a ovest in autostop. Una volta avevo
raccontato a Jeanine che nelle isole di Capo Verde
c'erano tutte cose verdi: persone verdi che mangiavano
su piatti verdi sedute su sedie verdi in
mezzo ai sempreverdi. Poi ci eravamo spostate in
Argentina, dov'era tutto fatto d'argento. E in
Oregon, dove brillava tutto come l'oro. Mentre giravo
il mappamondo, l'avevo fatta ridere a crepapelle.
In Lettonia le avevo detto, la gente sta
sempre a letto. In Arabia sono tutti arrabbiati e in
Siberia dicono sempre s. A La Paz ho pensato...
Scostando la zanzariera, ho infilato la chiave
nella serratura. Non  scattato nessun allarme. Incespicando,
sono entrata nella cucina buia; intorno
vedevo solo delle sagome scure, ma ho
individuato subito il telefono antiquato, col filo attorcigliato
fino a terra e ritorno. La Cvetaeva ci si
sarebbe impiccata senza problemi. Ho pensato ad
Arlene che puliva i mobiletti, i fornelli, il lavandino,
che tutte le settimane entrava e usciva dalla
casa di un'altra persona e imparava le sue consuetudini
e le sue regole. Almeno lei  stata abbastanza
furba da farsi pagare, mi sono detta.
Per paura di essere vista, non potevo accendere
le luci. Fra un attimo mi abituo. Cos ho pensato.
Ma sentendo un miagolio di fuori, ho fatto un salto.
Ho agguantato la borsa e mi sono chiusa nel
bagnetto accanto alla cucina. Accendendo la luce in
una stanza senza finestre mi sembrava di non correre
rischi, ma non ero preparata a vedere chi ho visto.
Ero l nello specchio, con la cinghia della borsa
che mi segava la spalla aggravata. Con la pistola
che da quando avevo abbandonato la macchina diventava
pi pesante a ogni passo. Mi sono vista in
faccia: gonfia per il poco sonno, con i capelli tutti
dritti. Avevo le labbra secche, segnate tutt'intorno
da grinze indurite. Guardando nello specchio ho
visto la Helen tredicenne. Toccavo le sagome di
legno sulle pareti di una casa che era stata sommersa;
osservavo mio padre sul cavallo a dondolo;
vedevo sul pavimento il materasso solitario.
Dentro di noi ci sono delle stanze segrete
avevo detto al mio analista.
Un'invenzione abbastanza benevola aveva
commentato lui e io non avevo perso tempo ad aggiungere
altro. Ad aggiungere che a casa mia non
uscivamo mai da quelle stanze, che a casa mia i
miei genitori preferivano quelle stanze a qualunque
altro luogo.
Gli occhi che ricambiavano il mio sguardo
erano piccoli e neri e dietro quegli occhi c'era una
stanza da cui mi ero tenuta alla larga tutta la vita.
I miei mi stavano aspettando, ho pensato, e nel bagnetto
della signora Leverton con la carta da
parati, volendo, potevo farmi saltare le cervella.
Mio padre si era ucciso, io avevo ucciso mia
madre, e ora potevo raggiungerli entrambi. Se mi
sbrigavo, magari mi sotterravano con mamma, io
in un verso, lei nell'altro. La nostra versione incasinata
degli amanti di Pompei.
Ho spento subito la luce. Ho posato la borsa e al
buio mi sono lavata le mani e il viso, spruzzandomi
sulla pelle l'acqua raccolta nel cavo delle
mani, lasciandola scorrere gelata dal rubinetto. In
quel momento ho rivisto Emily che correva da me
ai bordi della piscina dell'YWCA; mi tendeva qualcosa
e aveva un gran sorriso.
Il quarto brevetto! diceva. L'ho preso!. Nelle
settimane che avevano preceduto la morte di mio
padre, Emily aveva imparato a nuotare a farfalla.
Sono rimasta ansimante davanti al lavandino,
senza riaccendere la luce. Poi mi sono imposta di
riaprire la porta. Ho preso la borsa e mi  sembrato
di prendere la sacca da bowling di uno sconosciuto.
A tentoni sono tornata in cucina, al
tavolo rotondo, e mi sono seduta su una sedia con
lo schienale di vimini. Ho passato la mano sulla
venatura liscia del tavolo; la signora Leverton non
aveva lasciato briciole dopo la cena.
Ho pensato alle ragazze.
Una volta, quando erano ancora piccole, andammo
a trovare mia madre. Stavamo tornando a
casa dal parco, dove avevano attrezzato da poco
una nuova area giochi, e loro erano emozionatissime
e scatenate. Sarah corse su per il vialetto della
Leverton e si mise a pestare un piede sul cemento.
Visto? Qui non  come da nonna! strill.
Sarah, torna indietro. Non  mica casa tua.
Lei mi fiss interdetta. Lo so rispose. Ed Emily
mi guard per vedere cosa sarebbe successo.
Successe che in quel momento la signora
Leverton batt sulla finestra del soggiorno - allora
senza i doppi vetri - e mentre mi affrettavo a
recuperare la figlia vagabonda apr svelta la porta
d'ingresso.
Perch non entrate? ci chiese. Mi sa che le figlie
femmine sono proprio una bellezza.
E bench mia madre odiasse quella donna e lei
stessa non mi vedesse di buon occhio, entrammo
in casa sua e ci accomodammo nel soggiorno che
Arlene puliva ogni due venerd. La signora ci offr
dei biscotti confezionati in una scatola di latta e
Sarah le raccont che sotto il vialetto, a casa di sua
nonna, c'era un vuoto.
Quando ci cammini sopra fa un altro rumore
chiar Emily.
E mamma dice che l sotto ci abitano degli
omini minuscoli disse Sarah.
Ah, s?. La Leverton mi guard, sforzandosi di
sorridere. A un angolo della bocca le erano rimaste
le briciole di un biscotto.
Tutto un villaggio disse Sarah eccitata. Vero,
mamma?.
Io non aprii bocca.
Come nei Viaggi di Gulliver disse Emily. A
Sarah piacciono queste fantasie.
Eccola l, pensai. A nove anni era gi una
mamma pi brava di me. Dalla signora Leverton,
Emily aveva preso in mano le redini affinch
Sarah non si accorgesse della mia scomparsa. E
quella volta mi ero chiesta se l'intensit e la vivacit
dei figli facesse paura a tutte le madri.
Ho giunto le mani.
Dio, perdonami ho detto sottovoce.
Avevo lasciato la borsa a terra, di lato; allora l'ho
presa e l'ho posata sul tavolo. Mentre spingevo indietro
la sedia, la mano  sparita dentro. Ecco il
panno. A tastoni ho cercato il cordoncino d'oro; ho
tirato fuori la sacchetta. Il tonfo sul tavolo  stato
sonoro. Poi ho preso la scatola di pallottole e l'ho
messa vicino alla sacchetta. Ho guardato il panno
viola. Perfino estrarre la pistola mi sembrava incomprensibile.
Mi sono alzata.
Sopra il lavandino della Leverton c'era un finto
orologio da bar con un cerchio di neon azzurro intorno.
Da Easy Joe, l'orologio era vero.
Erano solo le sette e tre quarti e parevano le tre
di notte. Finalmente, mi sono detta, avevo raggiunto
il futuro che non era futuro.
Vedendo la teiera sul fornello ho deciso che mi
sarei fatta un t. Senza dubbio una tattica dilatoria;
ma a quel punto non capivo pi cos'era sensato
e cosa no. Se era sensato ammazzare la
propria madre, allora lo stesso valeva per tutto. Se
sacrificare la propria vita era una seconda natura,
allora tutto era sensato.
Non volevo pensare, cos sono diventata metodica:
ho riempito il bollitore e sono stata attenta a
non rimettere sul becco il fischietto con l'uccellino
azzurro. Ho scacciato la visione di mio padre in
accappatoio e la visione di mia madre che ruzzolava
gi nello scantinato, avvolta nella coperta nuziale
messicana.
Col bollitore sul fornello, ho acceso la fiamma.
Non potevo andarmene cos, mi sono detta. Non
senza una lettera, non come mi aveva lasciato mio
padre. Non come mio padre aveva lasciato mia
madre. Avevo scelto la casa della Leverton per un
motivo logico: era vuota. Ma ora mi rendevo anche
conto che in quella casa loro non sarebbero mai
state costrette a entrare, che non sarebbero mai
state costrette a vedere la mia testa fracassata.
Ho aperto prima un pensile, poi un altro, e nel
secondo ho trovato le tazze. La Leverton non aveva
tazze alte e bricchi appesi ai ganci; aveva porcellane
buone e porcellane andanti. Anche per mia
madre le tazze alte erano abominevoli. Quanto
sarebbe stato bello se si fossero conosciute, frequentate.
Se avessero fatto qualcos'altro oltre a
mandarsi dei biglietti quando le circostanze lo richiedevano:
alla nascita di un nipote, alla morte di
un marito. Ma era stata mia madre a sottolineare
la realt: Non  che perch siamo vecchie diventiamo
amiche.
Ero sicura che anche la Leverton, come mia
madre, avesse un cassetto pieno di articoli di cancelleria,
magari un mobile intero; quello era uno
dei classici regali di ripiego da fare a una vecchia
signora. Quanti scialli o scatole di biglietti decorati
aveva ricevuto lei nell'arco dei suoi novantasei
anni? Contanti aveva detto il padre a Jake
verso la fine. Se non sono soldi contanti, non mi
interessano. E aveva fatto la battuta dicendo di
voler morire con un biglietto da mille dollari in
tutte e due le mani. Non ho avuto il coraggio di
dirgli che non li fanno pi aveva confessato Jake.
Ho lasciato bollire l'acqua. Tanto a chi importava
se un incendio radeva la casa al suolo?
Mi sono avvicinata alla porta del soggiorno. Da
un lato, al centro della parete, c'era una cassettiera
con la ribalta; il bordo inferiore era appena illuminato
da una luce notturna con un sensore crepuscolare.
A sinistra ne ho vista un'altra. I
dischetti verdi spuntavano da varie prese scelte a
caso nelle stanze al pianterreno, in maniera che la
Leverton o un ladro fortunato riuscissero a vedere
dove mettevano i piedi.
Una volta i miei avevano litigato per la bolletta
della luce. Mia madre pretendeva che tutte le lampade
di casa rimanessero accese anche quando
fuori c'era il sole. Anche quando io ero a scuola o
mio padre era partito per lavoro.
Ma perch? Perch tutte queste luci? le aveva
chiesto pap, sventolandole sotto il naso la bolletta
mentre lei, seduta sul divano, si tirava un filo
dall'orlo del vestito.
Non sono mica una banca aveva aggiunto. Poi
aveva preso cappotto e cappello ed era uscito.
Pi tardi dissi a pap che probabilmente dipendeva
dall'intervento, dalla mastectomia. Perch
mamma era convinta che la luce l'aiutasse a guarire
e, se lui pazientava un po', avrebbe ricominciato
senz'altro a tenere accese solo le lampade
delle stanze in cui entrava. Quattro mesi dopo era
proprio andata cos. Non seppi mai quale fosse la
causa; avevo inventato quella bugia per mantenere
le cose com'erano sempre state.
Ho trovato la carta in un cassetto sotto la ribalta.
Avrei scritto la prima lettera a Emily; se lo
meritava quel chiarimento che non le avevo mai
dato e che lei desiderava tanto. Un chiarimento sul
perch ero fatta cos nonostante la sua idea del libero
arbitrio e delle infinite occasioni che non mi
aveva mai visto cogliere.
Non riuscivo a distinguere le decorazioni della
carta n i colori, e non volevo scrivere la mia lettera
d'addio su una carta bordata di tante piccole
Holly Hobbie. Ho preso dal cassetto le tre scatole,
me le sono ficcate sotto il braccio, poi l'ho richiuso
con un fianco e con l'altra mano ho aperto il cassetto
sotto. Mi  venuto da sorridere. Da un lato
c'era un malloppo morbido; toccandolo, ho sentito
la lana avvoltolata di uno scialle o di una coperta.
A sinistra cerano altre scatole. Ne ho tirata fuori
una - l'occorrente per giocare a cribbage - e l'ho rimessa
a posto. Un'altra: un mazzo di carte ancora
nel cellophane, che ho ributtato dentro. Quella
dopo era palesemente un ricordo dei nipoti: una
confezione di matite colorate con annessa gomma
da cancellare. L'ho presa.
Non potevo tornare in cucina.
Facendo attenzione ho portato il mio bottino
nell'ingresso. Intravedevo la sagoma scura di una
pendola e una consolle sulla quale erano appoggiati
vari oggetti. Ho udito la voce di mia madre
che diceva: Una donna fa sempre Cianfrusaglie di
secondo nome.
In cima alle scale c'era una lucina che mi sembrava
sufficiente per scrivere e sono salita. Le
scale della Leverton erano rivestite di una moquette
vellutata; avevo voglia di levarmi le scarpe
e di sentirla sotto i piedi. Ma dovevo attuare quella
che i governi definiscono una strategia di uscita.
Ho rovesciato scatole e matite vicino a una cassapanca
con una lampada d'ottone che illuminava
il pianerottolo; mi sono messa in ginocchio. Sistemati
a ventaglio sul mobile cerano vecchi numeri di
aarp, con qualche sporadico Woman's Day o Ladie's
Home Journal a fare da punto di forza. Mi sembrava
di essermi genuflessa davanti a un altare straniero,
ma poi mi sono immaginata intenta a dibattermi,
appiccicata a una gigantesca trappola adesiva.
Mi serviva una penna; non potevo scrivere a
Emily con una matita colorata. Per Sarah s, l'effetto
arcobaleno sarebbe stato appropriato; per
Emily ci voleva l'inchiostro. Sul davanzale dietro
alla cassapanca c'era una tazzona azzurra - la
stessa sfumatura di colore della famosa ciotola di
mia madre - con dentro una limetta per unghie, di
cartone, un manometro per gomme e tre Bic.
Ho preso una Bic dalla tazza e un numero di
aarp; poi, tornata carponi vicino alle scatole e alle
matite, mi sono seduta in cima alle scale, con i
piedi due gradini sotto. Rapidamente ho scelto un
foglio di carta cru dai bordi dorati - per Emi, elegante
- e con la rivista a mo' di scrivania mi sono
messa all'opera.
Cara Emily,
come cominciare a spiegarti quello che gi sai?
Che pur essendo orgogliosa di te e di tua sorella
pi di qualsiasi altra cosa al mondo, alla fine
mi sono ritrovata senza altra scelta?
Mi sono interrotta. Emily analizzava tutto. Passava
ore davanti allo specchio per trovare qualche
difetto. La sua casa scintillava e una volta mi aveva
fatto notare che il bello dell'avere una donna delle
pulizie era soprattutto che la donna dava la cosiddetta
"prima passata e lasciava libera lei di concentrarsi
sui particolari.
Mi sono schiarita la gola. Sul pianerottolo  riverberato
il rumore.
Quando riceverai questa mia, sar gi morta.
Spero che ti risparmieranno di dovermi vedere. Io
sono stata costretta a vedere mio padre e non l'ho
pi dimenticato. Sarah ti avr detto a quest'ora
che mio padre si  ucciso. Che non  caduto dalle
scale. O meglio, s,  caduto, ma solo dopo che si
era sparato.
Non so perch mi abbia lasciata.
Sai che mia madre teneva i capelli lunghi per lui ?
Lui li adorava. Glieli spazzolava cento volte tutte
le sere. A posteriori ho finito per vederlo come il
loro Prozac serale. S, lo so, lo so: meglio la meditazione
che la medicazione. In teoria ne convengo,
per certe volte... Tu che ne dici?
Comunque, voglio che tu sappia che non ho ucciso
mia madre per vendetta, e a ben vedere nemmeno
per piet. Era la cosa pi giusta da fare, ma
non l'avevo pianificata; altrimenti,  ovvio, avrei
riflettuto sulla situazione in cui mi trovo adesso.
Oggi ho pensato tutto il giorno a te e a tua sorella.
Non mi perdono il fatto che ti ho costretta a crescere
con l'idea di prendere il posto che mi aveva
lasciato accanto l'assenza di tuo padre.
Mi congratulo con te per la vita che ti sei costruita.
In realt  questo che volevo dirti. Hai la tua casa,
la tua famiglia, e abiti lontano. Continua cos.
Non tornare mai. Una volta che me ne sar andata
io, non ci sar pi niente e nessuno per cui tornare.
Questo  il regalo che voglio fare a tua sorella.
Non lasciarla l a vivere in quella casa e a
buttare via la sua vita, Emily. Vendete tutte e due
le case. Vostro padre vi aiuter.
Mi sono fermata. Ho ripensato a mio padre, seduto
vicino a me il giorno in cui firmammo insieme
l'atto d'acquisto di casa mia. Nei limiti delle
sue possibilit aveva fatto in modo di darmi una
sistemazione sicura; quel giorno aveva accennato
che il suo testamento e altre carte importanti
erano depositati in banca, nella filiale di Malvern,
e mi aveva detto dove teneva nascosta la chiave.
Solo dopo avevo capito perch fosse stato cos
esplicito e perch mi avesse fatto ripetere tutto per
filo e per segno.
Mi sono rimessa a scrivere.
Se chiudo gli occhi un attimo, come ho appena
fatto, vedo mio padre; ma poi vedo te. Ti ricordi
quel giorno alla YWCA? Sono cos orgogliosa di te,
mia nuotatrice provetta!
Ora mi trovo in casa della signora Leverton, fuori
 buio e devo scrivere una lettera a tua sorella.
Abbi cura di Jeanine e di Leo e benedetto sia qualunque
ricordo positivo di me che riuscirai a confidare
a John. Hai presente che Sarah ha sempre
adorato il verde? Io s.
Ti voglio bene, Emily, a prescindere da ogni altra cosa.
Ricorda soprattutto questo.
Mi sono appoggiata indietro sui gomiti e ho lasciato
la penna, che silenziosamente  rotolata via.
Per anni dopo la morte di mio padre ero stata gelosa
di tutti i momenti con lui che mi ero persa, guardavo
Emily e Sarah e pensavo al tempo che invece avevo
dedicato ad accompagnarle a scuola o a far loro la
guardia mentre giocavano ai giardini. Un paio di
volte era venuto anche lui e si era seduto con me ai
bordi dello spiazzo con i giochi. Mi restava quello, e
me lo tenevo stretto; ma se cercavo di ricordare che
cosa ci eravamo detti, non mi veniva niente. Avrei voluto
qualcosa da custodire; perfino mia madre in
fretta e furia gli aveva tagliato una ciocca di capelli
quando avevamo sentito entrare nel vialetto quelli
delle onoranze funebri.
L'avevo guardata inorridita che si infilava la
ciocca sotto la camicetta.
Era mio marito aveva mormorato.
Quando quei signori suonarono il campanello,
mi sentii in dovere di assisterli. Di aiutarli a mettere
mio padre sulla barella. Di aiutarli a legarlo.
Ma poi, esortata dal responsabile dell'impresa,
li lasciai soli. Portai mia madre in camera da
pranzo e l, davanti alla grande angoliera adiacente
alla cucina, ci avvicinammo, per senza toccarci;
pi che altro, restammo smarrite luna in
prossimit dell'altra.
Condoglianze vivissime disse il responsabile
quando tornarono con le carte da firmare. Li
istruivano a dire cos.
Il portantino pi giovane aveva appena cominciato
a lavorare con loro. S, anche da parte mia
disse, dandomi la mano.
Mi si era piantato qualcosa in un fianco; un oggetto
appuntito che sembrava un pugnale. Mi
sono resa conto che spingeva gi da un po'.
Piegandomi da un lato ho infilato la mano nella
tasca dei jeans: era il fermacapelli di Sarah. L'ho
tirato fuori e l'ho tenuto nella mano, sotto la luce
della cassapanca che illuminava i blu e i verdi, e i
piccoli strass dorati sulle zampe e sulle antenne
arrotondate della farfalla.
Erano quasi le nove. Chiss se Sarah e Jake mi
stavano cercando o se gli era venuto in mente di
parlare con Hamish. Chiss se Hamish avrebbe
aperto il cassetto del comodino.
Ho chiuso la mano intorno alla farfalla di strass
e l'ho stretta pensando a tutti gli oggetti che avevo
eliminato negli anni e che mi avevano fatto sentire
libera. Ma non avevo gettato via il Buddha piangente
che mi aveva regalato Emily. E non avrei gettato
la farfalla.
Mi sono alzata, ho infilato fra le maglie del golf
nero il becco stondato del fermacapelli e ho premuto
finch il fermaglio non si  chiuso con uno scatto.
Il signor Forrest star dormendo, mi sono detta,
oppure star ascoltando musica sul suo prezioso
Bose. Quando un annetto fa ci eravamo incontrati
per caso, ne avevamo proprio parlato.
Ha un suono imbattibile. Posso ascoltare la
musica standomene a letto. Mi metto una mascherina
speciale per dormire, di velluto. Una
volta ero costretto a rimanere in soggiorno...
Mi sono chinata a prendere la lettera per Emily
e la scatola di matite e me le sono ficcate sotto il
braccio come in una presa di lotta. Finalmente ero
in casa dell'Altro: i Leverton e le loro crociere, i
loro complicati allestimenti natalizi in giardino, le
loro ricche grigliate, le risa degli ospiti che attraverso
gli alberi arrivavano nel nostro giardino. Era
tutto finito per sempre.
Sapevo esattamente dove volevo andare e ho
imboccato il breve corridoio che in casa di mia
madre conduceva all'unico bagno del piano di
sopra. Qui il corridoio portava a un disimpegno
che dava accesso alla camera da letto da cui la sera
prima la signora Leverton aveva visto me e mia
madre sulla veranda.
In un angolo della stanza era rimasto acceso un
umidificatore e l'aria era pregna dell'aroma intenso
di Mentholyptus. Sul comodino, sopra il piano di
legno protetto da un vetro spesso tagliato a misura,
ho visto file e file di medicinali e un bloc-notes fatto
di fogli tenuti insieme con una graffetta; vicino c'era
una matita masticata. A quanto pareva, gli inviti a
farla finita non si contavano.
Ho posato sul letto i colori e la lettera per Emily
e mi sono seduta accanto al comodino. Sul bloc-notes
c'era scritto qualcosa. L'ho preso.
La Leverton aveva una scrittura spaventosamente
sottile.
I fogli erano quasi tutti pieni, non di liste della
spesa o di cose da fare, ma di nomi di presidenti,
pi i capoluoghi di tutti e cinquanta gli Stati, i medici
che l'avevano avuta in cura e le loro infermiere.
L'ho sfogliato tutto, pagina per pagina.
Nelle giornate buone, Beverly aveva una presa
pi salda e si ricordava Frankfort, Kentucky;
Augusta, Maine; Cheyenne, Wyoming. Nelle
giornatacce, la mano le tremava di pi e si dimenticava da
Johnson a Bush. Tutto ci faceva impallidire la mia
cultura in materia; Rutherford Hayes non lo avevo
neanche mai sentito nominare.
Stavo gi per mettermi a piangere, sentivo le lacrime
sul punto di cadere, quando ho visto un disegno
- uno scarabocchio, a dire il vero - di una
figura femminile. Si capiva che era una donna,
perch aveva la gonna e perch tutt'intorno, con
una mano tremante dalla frustrazione e dalla
paura, la Leverton aveva scritto il nome storpiato
della nuora: Sherill, Sherelle, Cherelle, Shariwell,
Charille. Nonostante tutti i suoi tentativi, non era
mai riuscita a scrivere Cheryl.
Chiss la nuora cosa pensava di lei. Io l'avevo
incrociata solo un paio di volte. Le voleva bene la
Leverton, o questa Cheryl era un'orchessa verso la
quale doveva mostrarsi amica per poter arrivare
al figlio?
Ho guardato di nuovo la figurina accanto alle
versioni martoriate del nome. Ogni giorno, ho
pensato. Ogni giorno Beverly Leverton scriveva le
cose che la tenevano ancorata al mondo; per
quanto debole fosse, non aveva abbandonato la presa.
E l ho capito cosa teneva ancorata me.
La mia lettera per Emily era rimasta accanto
alle matite. L'ho strappata una volta per lungo. E
sempre per lungo l'ho strappata una seconda
volta. Avrei spiegato alle mie figlie quello che potevo,
e avrei portato la vergogna dei miei errori.
I miei coriandoli sono caduti in terra e distrattamente
ho pensato all'acqua che bolliva sul fornello.
Mi  venuto da sorridere al ricordo di Jake
che chiamava Sarah la mia piccola Gheddafi per
la passione che aveva degli abiti verdi. Potevo
prendere i colori e farli sciogliere in un pentolino;
potevo segnare le capitali dei paesi in cui non ero
e non sarei mai andata: Verde per Praia, la capitale
delle isole di Capo Verde, dove verde tutto quanto.
In carcere avrei potuto insegnare educazione artistica.
E quando un giorno fossi uscita, avrei insegnato
agli anziani a dipingere la quercia fradicia
nel campo del Westmore.
Mi sono alzata. In cucina c'era una pistola sul
tavolo e un fuoco sul fornello, ma sono andata alle
finestre all'angolo; una affacciava sul giardino posteriore,
l'altra sulla casa di mia madre.
Gli alberi si erano infoltiti da quando era morto
pap, ma l'autunno era arrivato in anticipo e le foglie
cadevano veloci. Vedevo il suo laboratorio e,
dietro, la casa illuminata dalla luna. Guardando la
finestra di camera mia, mi sono immaginata i
rampicanti che si intrecciavano, il torso di mia
madre che si sporgeva fuori mentre lui la reggeva
e io che sedevo zitta zitta sul letto.
Dev'essere stato allora, o un attimo dopo, che ho
visto le luci. Erano luci azzurre che sembrava pulsassero
da un punto davanti alla casa. Luci azzurre e rosse.
Non capivo n sapevo se sarei mai riuscita a capire
di cosa fosse fatta la paura di mia madre, o
perch mio padre avesse deciso di doverci lasciare
in quel modo; o ancora la benedizione di avere
delle figlie, o l'amore - una prima e una seconda
volta, perch andava contato anche Hamish - di
un uomo pi che buono.
Sono rimasta alla finestra e mi sono sfilata
adagio le scarpe. Ho sentito i piedi affondare nella
moquette vellutata. Ho aperto appena appena la
finestra e subito un venticello si  infilato dentro,
portando in quella stanza sigillata una folata
d'aria fresca notturna. Mi sono messa ad ascoltare.
Ho udito i rami scricchiolare l'uno contro
l'altro al vento; poi, da casa di mia madre sono arrivate
delle voci e alcune sagome scure armate di
torce si sono sparpagliate nel giardino e sono entrate
nel laboratorio di mio padre.
Avrei fatto ci che mi riusciva meglio, mi sono
detta. Avrei aspettato. In fin dei conti, era solo questione
di tempo.
Qui non c'! ha gridato un poliziotto. Non c' traccia di lei.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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il sangue: Bender, Cooper, Dunow, Gold.
il cerchio: Barclay, Doyle, Elworthy, Fain, Goff, Muchnick, Nurnberg, Pietsch, Snyder.
l'inaspettato: Charman.
i capi tecnici: Bronstein, MacDonald, Schultz.
la cittadella: The MacDowell Colony.
LA matta: Wessel e il Contingente italiano.
LA MATTA CANINA: Lilly (bau!)
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FINE.